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Ancora “rossa”, ma fino a quando?
Pier Giorgio Maiardi
Novembre 2025
L’esito delle elezioni regionali in Emilia Romagna era atteso con un certo interesse anche per vedere le eventuali conseguenze politiche delle alluvioni che in questi ultimi anni hanno colpito duramente alcune zone della regione e che hanno messo sotto accusa l’amministrazione, da parte della maggioranza del governo nazionale, per la mancata realizzazione della messa in sicurezza del territorio.
Il primo dato che colpisce è la bassissima percentuale di votanti, 46,24%, mentre nelle precedenti elezioni era stata del 67,67%, segno che la crisi della partecipazione democratica ha investito anche l’Emilia Romagna storicamente più sensibile alla vita politica. Il calo della partecipazione al voto riguarda tutte le province della regione: un calo del 19,27% a Bologna e mai sotto il 20% nelle altre province salvo Ravenna, la città di Michele De Pascale, vincitore delle elezioni, dove si è registrato un 19,99%! Questo è il dato che io considero più preoccupante ed è auspicabile che, almeno le parti politiche più sensibili, se ne rendano conto, senza cadere nella trappola della polemica spicciola e astiosa alimentata principalmente da una maggioranza di governo intenta ad esaltare se stessa e i propri presunti successi e ad accusare le carenze dei governi precedenti.
Venendo alla realtà locale, la larga vittoria di Michele De Pascale (56,75%) e del PD, principale partito che lo ha espresso e che lo ha sostenuto con il 42,94% (34,69 nelle precedenti elezioni), è senza dubbio dovuta alla stima nella persona, al giudizio positivo sul governo della sua città ed alla volontà di dare continuità al precedente governo regionale. Poi si può prendere atto del senso di “appartenenza ideologica”, che storicamente ha caratterizzato l’Emilia Romagna e che ancora sopravvive pur perdendo di colore: si tratta di una eredità che ha prodotto effetti sostanzialmente positivi sul governo locale e sulla fiducia dei cittadini.
Quanto alla destra che ha raggiunto il 40,09%, le ragioni della sconfitta credo si possano individuare anche nella candidatura di Elena Ugolini, persona conosciuta e stimata, professionalmente apprezzata nell’ambito della scuola, con radice di Comunione e Liberazione ma finora sostanzialmente estranea alla politica anche se aveva ricoperto l’incarico di sottosegretaria all’istruzione nel governo Monti. La Ugolini si era autocandidata ed i partiti dell’alleanza di destra si sono successivamente riconosciuti nella sua candidatura ma, a mio parere, non l’hanno mai sentita come propria e lei, pur ringraziandoli per l’appoggio ricevuto, ne è rimasta sempre sostanzialmente estranea. Fratelli d’Italia ha confermato il salto compiuto nelle più recenti competizioni elettorali nazionali (23,75% dall’8,59 delle precedenti elezioni), mentre la Lega ha segnato il minimo con il 5,28% dopo essere stata, nelle precedenti elezioni regionali, il partito che aveva espresso la candidata per la presidenza con il 31,93%: un travaso di voti a Fratelli d’Italia.
Possiamo concludere che ha prevalso l’esperienza del buon governo e la mancata presa di una destra che, specialmente in qualche sua componente come la Lega di Salvini, ha mostrato i limiti di una politica declamatoria. Il dato saliente, come osservato, resta quello della scarsa partecipazione al voto, un dato particolarmente significativo e preoccupante in Emilia Romagna che dovrebbe richiamare tutti ad un’assunzione di responsabilità per la rigenerazione della democrazia, un bene di cui la storia dovrebbe averci insegnato la preziosità.
Testo presente anche sul Foglio periodico "Politicamente - Anno XXIV Numero 4"