Democrazia e Istituzioni

Dipende da noi. Dissociarsi per riconciliarsi

Comunicato stampa

Comitato di Faenza per la valorizzazione e la difesa della Costituzione

Faenza, 6 marzo 2012

La formazione di un “governo dei tecnici” ha allontanato il pericolo di forzature costituzionali e fugato, per ora, le paure di un tracollo finanziario.

Ma per riconciliare i cittadini con la politica e fronteggiare il populismo e il qualunquismo montanti è necessario che i partiti si rinnovino profondamente rimettendosi al servizio dei cittadini.

Due sono i passi fondamentali e urgenti in questa direzione:

1) una legge anti-corruzione che finalmente impedisca ai condannati, agli inquisiti ed ai corrotti in genere di sedere in parlamento e negli altri organi rappresentativi e gestionali dello Stato e degli Enti pubblici.

2) una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti e non stravolga la volontà popolare distorcendo il risultato finale.

Solo un parlamento così eletto e legittimato potrà affrontare i veri temi della riforma dello Stato nell'interesse della collettività, prevedendo comunque il controllo del corpo elettorale con referendum costituzionale obbligatorio.

Con queste motivazioni invitiamo pertanto i cittadini a sottoscrivere l’appello di Libertà e Giustizia “Dipende da noi. Dissociarsi per riconciliarsi

Invitiamo inoltre la Rete nazionale dei Comitati in difesa della Costituzione e l’Associazione Nazionale “Salviamo la Costituzione!” a prendere posizione ed a promuovere un’iniziativa nazionale su questi temi.

Approvato dall’Assemblea del Comitato di Faenza del 1 marzo 2012

------------------

Volantino dell'iniziativa.

LA STORIA SIAMO NOI

Tracce d’educazione politica

docente di filosofia politica, Pontificia Università Gregoriana di Roma,
direttore di Cercasi un fine


Gennaio 2012

Riferimento del libro di don Rocco D’Ambrosio, edito da CITTADELLA EDITRICE


Basandosi su testi musicali di Rino Gaetano, Francesco De Gregori, Fabrizio Moro, Jovanotti, Caparezza, Peter, Paul and Mary, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Modena City Ramblers, Edoardo Bennato, il testo cerca di riflettere sulla necessità della formazione e dell’impegno politico, partendo dai loro contenuti di fondo. In un tempo che tutti definiscono di “crisi”, i testi musicali sono utilizzati per approfondire diversi interrogativi sul mondo politico: partecipazione e assenteismo, persone e istituzioni, corruzione e mafia, competenza e politica-spettacolo, giustizia e pace, impegno e moralità, cattiva politica e italiani, scuole di formazione e candidature politiche.  

Informazioni sull'autore
Rocco D’Ambrosio insegna Filosofia Politica ed è direttore del Dipartimento di Dottrina Sociale della Chiesa della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma. È docente di Etica Politica alla Scuola Superiore dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno di Roma. Ha pubblicato diversi saggi sui temi politici.


------------------

Copertina del libro

Gli orfani del bene comune e i compiti delle classi dirigenti

I sacrifici, le proteste e il dovere di educare

Giorgio Campanini
da Avvenire - 14 Gennaio 2012
Il dibattito – nel Parlamento e nel Paese – sulla manovra finanziaria con la quale si è cercato di mantenere a galla una barca – quella dello Stato italiano – che faceva acqua da tutte le parti, ha rappresentato una clamorosa dimostrazione di quanto lontano sia il riferimento, un poco da parte di tutti, al bene comune .
 
Si è registrata infatti – Marina Corradi, con il suo speciale registro, ne ha già scritto su queste colonne – una corsa massiccia alla difesa dei propri interessi, personali o di gruppo: i dirigenti hanno pensato agli interessi dei dirigenti, i pensionati agli interessi dei pensionati, i farmacisti agli interessi dei farmacisti, i tassisti agli interessi dei tassisti e così via. Si riconosceva, in linea puramente teorica, che occorreva pagare: ma era sempre 'qualcun altro' che doveva pagare. Caso classico la mitica imposta sui grandi patrimoni – imposta che sarebbe stata insieme giusta e necessaria, ma che non sarebbe certo, da sola, bastata – proposta come una sorta di bacchetta magica risolutiva della crisi del bilancio. 
 
Quel che è apparso ancor più grave è che varie forze politiche – presenti o assenti in Parlamento – abbiano cavalcato la generale protesta, ben sapendo che 'qualcuno' (ma, appunto, qualcun altro…) alla fine avrebbe dovuto approvare gli interventi necessari, sfruttando in tal modo il vantaggio di trarre essi stessi benefici dalla manovra (dato che il tracollo dell’Italia avrebbe travolto anche loro) senza assumere né il peso né la responsabilità e anzi facendosi belli agli occhi di ingenui elettori, quegli stessi che si dichiarano d’accordo sui sacrifici necessari, ma ovviamente a condizione che siano altri a sostenerli. 
 
Si discuterà per molto tempo sull’uno o l’altro aspetto della pesante manovra decisa dal Governo e degli altri provvedimenti che già si annunciano: ma non si potrà prescindere da un inoppugnabile dato di fatto, cioè che troppo a lungo il Paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che l’ampiezza del debito accumulato impedisce, nel modo più assoluto, che i sacrifici possano essere accollati soltanto ai gruppi privilegiati (anche, se ovviamente, dovranno essere essi a contribuire di più). Questa amara constatazione chiama in causa da una parte la classe dirigente politica e dall’altra – se è consentito usare questo termine – la 'classe dirigente' ecclesiastica. Alla prima si chiede la capacità di informare pazientemente e semplicemente – evitando i tecnicismi e gli anglicismi che quasi mai la gente comune capisce – i cittadini sulla realtà delle cose, per prepararlo a quella «fine di un’epoca» che tutti gli esperti riconoscono inevitabile. È finita la stagione degli incrementi progressivi e pressoché costanti dei redditi e dunque dei consumi. È un compito in senso lato 'educativo' al quale una classe politica responsabile non può sottrarsi. 
 
Ma un’analoga responsabilità incombe anche sulla 'classe dirigente' ecclesiastica (non solo vescovi e preti ma anche laici che svolgono un ruolo autorevole nella comunità): combattere quegli egoismi autoreferenziali, di singoli o di gruppi, che sono anti-cristiani prima ancora che anti-sociali; far ritrovare il gusto della sobrietà e della semplicità; riportare al centro della vita il gusto del bello, il calore degli affetti, la gioia dell’amicizia combattendo in ogni modo la frenesia consumistica in virtù della quale un Paese ancora oggi fra i più ricchi del mondo è popolato da persone che, in tranquilla 'buona fede', ritengono di essere precipitate nella povertà perché devono rinunziare a qualche regalo. 
 
Sappiamo che purtroppo i poveri – i veri poveri – sono ancora fra noi; ma non è difendendo miopi interessi settoriali che li si aiuterà a uscire dalla povertà: perché questo avvenga occorre recuperare il primato del bene comune .

 

Anno nuovo, politica vecchia?

Antonio Conte
Coordinatore per la Puglia Associazione Agire Politicamente
Crispiano, 5 Gennaio 2012

 

La decisione dell’assessore regionale Pelillo e dell’ex assessore comunale Capriulo di candidarsi a Sindaco di Taranto, e del PD di chiedere le primarie del centro-sinistra, quando l’amministrazione guidata da Stefàno ha fatto bene, genera perplessità e interrogativi.
Stefàno, persona seria, preparata, equilibrata, ha risollevato le sorti di un comune screditato di fronte a tutti gli interlocutori economici, sociali ed istituzionali, per il grave dissesto finanziario causato dall’amministrazione di centro-destra precedente. Stefàno lo ha fatto (e con lui tutta la giunta) con parsimonia di mezzi, con sobrietà, scegliendo i tempi giusti; privilegiando le urgenze e puntando alle essenzialità. Piccoli interventi, ordinari e straordinari, fatti però per valorizzare cose anche dimenticate della vita di una città capoluogo, complessa; che suscitano apprezzamento, sorpresa e speranza perché danno il segno di una presenza, di una cura verso luoghi e strutture che ritornano ad essere servizi per le persone.
A tale proposito, appaiono non in sintonia con il sentire popolare le dichiarazioni di Parisi, neo segretario provinciale del PD, rilasciate al Corriere del Giorno del 21 Dicembre 2011. Il PD chiede le primarie perché “i cittadini vivono la politica come un tappo oppressivo”: forse di oppressivo c’ è il “controllo” dei partiti e nei partiti sulla democrazia vera e la partecipazione libera. E poi, quali sono queste “scelte politiche” che sono possibili fare, non riconfermando Stefàno? Inoltre, Stefàno non governa una “sinistra-centro”, come dice Parisi; Stefàno governa il buon senso, la lungimiranza e i bisogni urgenti e preminenti di una città problematica del sud Italia, di Taranto . Il segretario provinciale  del PD insiste: “il tema oggi è costruire il centrosinistra a Taranto”. Così facendo invece il PD lo discredita, anche elettoralmente, come è avvenuto con la sconfitta alle politiche 2008. La candidatura di Florido nel 2007 (già presidente alla Provincia in carica) fu inopportuna, voluta dalla Margherita e dalla segreteria DS (cioè l’Ulivo, il futuro PD) quando  invece l’elettorato era per Stefàno, da subito. La costruzione del centrosinistra a Taranto (e provincia) non arriva dalle primarie, sempre e comunque, ma applicando l’articolo 49 della Costituzione (il metodo  democratico nei partiti): ognuno partecipi contando sulle sole proprie idee e non su gruppi precostituiti.
La società civile si coinvolge nella politica se le sezioni del PD diventano luoghi di dibattito, di confronto; di costruzione di un progetto culturale e sociale della società, che invece stenta a prendere forma; luoghi aperti e non chiusi; non strumenti di potere e dove non ci siano liste di nominati. Sempre Parisi: “credo che le primarie siano utili a sanare le divisioni”: infondata soluzione. Il segretario del PD afferma che le primarie saranno utili alla città.  Cosa se ne fa la città di Taranto delle primarie? Una città uscita da un dissesto finanziario pauroso, che conta un’alta disoccupazione ed una forte emigrazione?
Anche il movimento “La Puglia per Vendola” di Taranto, di cui il primo riferimento è il consigliere regionale Francesco Laddomada, si è detto favorevole alle primarie del centro-sinistra, ma è stato smentito due volte. La prima (direttamente) con il presidente regionale del Movimento stesso, Sebastiano Leo. Questi, come è apparso in un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 16 dicembre, afferma anzi: “E’ doveroso valorizzare le esperienze positive locali che in questi anni hanno reso il centrosinistra protagonista del cambiamento vero, gettando i semi di una rinascita culturale, sociale ed economico-produttiva della comunità tarantina. E’ il caso, in particolare, del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno che in questi anni ha compiuto un buon lavoro”.  La seconda (indirettamente) con l’Assemblea regionale di Sinistra Ecologia e Libertà, il partito di Vendola, che ribadisce il pieno appoggio a Stefàno, come unico candidato del centro-sinistra, (da il Nuovo Quotidiano di Puglia del 23 dicembre).
L’Italia ce la può fare se si rinnovano i partiti: “hanno il dovere di rifondare se stessi, con l'unica stella polare del bene comune e dell'interesse generale”, ha detto il presidente Giorgio Napolitano nel discorso agli italiani di fine anno; poiché “se manca la democrazia nei partiti è a rischio la convivenza civile e la crescita del nostro paese”( dal programma dei Democratici Davvero alla Costituente PD).
Nell’esprimere apprezzamento verso l’operato del Sindaco Stefàno e della sua giunta comunale, si auspica che la riconferma del sindaco uscente venga unanime dalle forze di centro-sinistra; che nel PD ci sia una pausa di riflessione e che emerga il buon senso e la lungimiranza. A tutti Buon Anno!

Quel nostro  Novecento

Costituzione, Concilio e Sessantotto le tre rivoluzioni interrotte

Roma

11 Gennaio 2012 ore 17:30

Facoltà valdese - Aula Magna
via Pietro Cossa 42

 

Paolo Ricca,
Luca Pratesi,
Francesco Zizola e
suor Loretta Cariati

presentano il libro di Raniero La Valle


------------------

Vedi appuntamento

Volantino dell'iniziativa.

Provincie

Milano, 4 Gennaio 2012
Indiscutibilmente (e inevitabilmente?) tartassato dai complessivi provvedimenti proposti dal nuovo governo e approvati (giocoforza?) dal Parlamento, il cittadino “comune” non si lamenterà certo delle norme che, di fatto, puntano a svilire il ruolo delle Province. Avendo io frequentato a lungo quegli ambienti, e non essendo del tutto digiuno di leggi riguardanti l’assetto istituzionale del nostro Paese, pur lungi dal voler accampare difese corporative ritengo tali norme un poco stravaganti, diciamo così.
Toccare in qualche modo l’argomento “costi della politica” era ovviamente imprescindibile, per l’esecutivo dei “tecnici”. E partire dall’ente intermedio era forse una scelta obbligata, oltre che facile, se si considera quanto, contro di esso, hanno tuonato negli ultimi anni i noti, pur stimati giornalisti “anti casta” (imitati poi da quasi tutti i colleghi), la Confindustria, e persino un discreto gruppo di parlamentari. Questi ultimi, lo dico con un pizzico di perfidia, probabilmente convinti o perlomeno speranzosi che l’azzeramento delle suddette istituzioni (è questo l’obiettivo finale) possa bastare a evitare di procedere a un più complessivo “restyling” del nostro sistema “pubblico”, che parta, come io credo dovrebbe essere, dal livello “romano”.
Il provvedimento in questione comporterà un risparmio di spesa quantitativamente quasi banale, è noto, se rapportato ai costi complessivi “della politica”. Il problema vero è però un altro: a questi enti “rivisitati” (con una procedura costituzionalmente assai discutibile, dicono gli esperti) spettano ora, esclusivamente, funzioni, uno, d’indirizzo politico, due, di coordinamento dell’attività dei Comuni. Funzioni indubbiamente importanti, che gli stessi avevano in verità già in precedenza, e che in effetti, negli anni, sono state forse, soprattutto la seconda, esercitate poco e male.
La prima obiezione è però: se si mantiene in capo alle Province la funzione di “indirizzo politico”, ha poco senso, in una logica di non compressione - pur tenendo conto del tema “costi” - degli spazi di democrazia, ridurre al lumicino il numero dei consiglieri provinciali. Bastava forse un (nuovo) taglio ragionevole, nonostante le “prebende” di queste figure siano nettissimamente inferiori a quelle dei livelli istituzionali diciamo “superiori”.
E poi: i “vecchi enti” non si occupavano soltanto di “programmazione” e di “coordinamento”, ma gestivano anche una serie di attività riguardanti i “problemi di area vasta”: nel campo della viabilità, dei trasporti, dell’istruzione superiore, della formazione professionale, dell’ambiente, del turismo, eccetera. Attività, è noto, i cui risvolti “politici”, che toccano cioè le diverse sensibilità della popolazione, sono notevoli. Queste funzioni saranno dunque trasferite e ripartite tra i Comuni e le Regioni, e, conseguentemente, le giunte  provinciali verranno soppresse.
La seconda obiezione, pertanto, è: se si tratta di gestire problemi di area vasta, per ciò stesso non risolvibili (pensiamo solo per esempio alle strade “provinciali”) da parte dei singoli Comuni, quale senso ha affidarne la competenza a questi ultimi? Che saranno costretti, c’è da immaginare, a creare molteplici (e a loro volta costosi?) strumenti associativi allo scopo. Immagino la contro-obiezione: ma no! Penserà a tutto la Regione, ente ormai consolidato e “provetto”. Buon Dio! Se è così, aumenterà enormemente la confusione tra funzioni legislative, di programmazione, e di gestione in capo allo stesso ente. Che è giusto il problema di oggi delle Regioni. E crescerà altresì il rischio, in presenza di queste nuove Province “fittizie”, di un neocentralismo di ritorno, incoerente con quella voglia di autonomismo e di “federalismo” esplosa a dritta e a manca soprattutto negli anni recenti. Ciò potrà magari piacere ai “governatori” (uso un termine che detesto, ma che tutti, ormai, pronunciano in luogo di “presidenti”), che assai probabilmente troveranno ulteriori spazi per implementare la politica di elargizione di “bonus” e “voucher”, redditizi elettoralmente. Ma non credo farà funzionare meglio il Paese.
Le Province sono indubbiamente troppe (e non soltanto perché se ne sono create molte di proporzioni inadeguate), ed era indispensabile un intervento di profonda razionalizzazione del relativo sistema. Da inquadrare, però, in un disegno più complessivo, pur da realizzare con gradualità, che ricomprenda l’intera dimensione statale. A partire, con le finalità che sappiamo (riduzione del numero di deputati e senatori, superamento del “bicameralismo perfetto, ecc.), dal Parlamento, e passando dal livello regionale, ove va superata la “confusione” che dicevo. In realtà, per concludere, lo schema istituzionale previsto dalla Costituzione (una Repubblica costituita da Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato) è tuttora valido, se debitamente revisionato. La soluzione “provinciale” adottata al momento a me sembra più che altro un “pasticcio”. Se posso osare affermarlo senza offendere i “professori”. .

 

/* */