La democrazia nel mondo e in Italia

Alvaro Bucci

6 novembre 2025

Dal 2006 il Democracy Index pubblicato dalla rivista Economist registra un peggioramento dello stato della democrazia a livello mondiale.

Il Democracy Index (Indicatore di Democrazia) è un grado calcolato dal settimanale The Economist che esamina lo stato della democrazia in 167 paesi.

Ogni anno l’Economist Intelligence Unit, divisione di business intelligence dell’omonima testata britannica, basandosi sia su sondaggi d’opinione condotti nei singoli Paesi, sia attraverso valutazioni di esperti, elabora un report utilizzando 60 indicatori divisi nelle seguenti 5 categorie: - processi elettorali e pluralismo (equità delle elezioni, sicurezza degli elettori, eventuale influenza di potenze straniere), - funzionamento della pubblica amministrazione (trasparenza, rendicontazione, corruzione percepita), -partecipazione politica (affluenza alle urne, partecipazione dei cittadini a partiti e movimenti politici), - cultura politica (accettazione dei valori democratici da parte della popolazione), -  libertà civili (libertà di associazione, di espressione, di religione).

A ogni indicatore viene assegnato un punteggio da 0 a 10, la cui somma produce il punteggio complessivo di ognuna delle cinque categorie. La media dei punteggi delle cinque categorie costituisce il Democracy Index del Paese, che viene classificato in una delle quattro tipologie di sistema politico: democrazie “piene”, democrazie “imperfette”, regimi ibridi e regimi autoritari. 

Nelle democrazie complete: le libertà politiche sono sostenute da una solida cultura democratica, vi è un efficiente sistema di controllo e bilanciamento dei poteri, vi sono numerosi media indipendenti, la pubblica amministrazione è efficiente e l’indipendenza della magistratura è garantita.

Nelle democrazie imperfette: le libertà politiche fondamentali sono garantite e i processi elettorali sono trasparenti; tuttavia sussistono alcuni limiti: ad esempio la repressione di alcune forme di opposizione politica, ostacoli alla libertà di informazione, scarsa partecipazione politica, inefficienze della pubblica amministrazione.

Nei regimi ibridi: frequenti frodi elettorali, pressioni da parte del Governo sulle opposizioni e sui   media, manipolazione del potere giudiziario, bassa partecipazione politica, pubblica amministrazione strutturalmente inefficiente.

Nei regimi autoritari: il pluralismo non esiste, le istituzioni rappresentative sono meramente formali o non funzionanti, la repressione del dissenso è di prassi, le elezioni non avvengono o sono palesemente false, il sistema giudiziario e i media sono controllati dal Governo.

Nel rapporto relativo al 2024, dei 167 Paesi presi in esame, sono 25 i Paesi con democrazia completa (15% sul totale dei Paesi), 46 con democrazia imperfetta (27,5%), 36 i regimi ibridi (21,6%) e 60 quelli autoritari (35,9%).

Secondo i valori dell’Indicatore di Democrazia di ciascun Paese, i Paesi con democrazia piena raggiugono da 8 a 10 punti, quelli con democrazia imperfetta da 6 a 7,9, quelli con regime ibrido da 4 a 5,9 e quelli a regime totalitario da 0 a 3,9.

Nella graduatoria stilata secondo tali punteggi, tra i primi cinque posti si trovano Norvegia, Nuova Zelanda, Svezia, Islanda e Svizzera; tra gli ultimi (163-167) si trovano Siria, Repubblica centrafricana, Corea del Nord, Myanmar ed Afghanistan.

Scorrendo la graduatoria è possibile notare la supremazia dei Paesi del Nord Europa che in ben dieci raggiungono una votazione superiore al 9.

In particolare, la democrazia norvegese resta un modello di stabilità e inclusività, con un punteggio di 9,88 su 10 che riflette l'eccellenza del Paese scandinavo in tutti gli indicatori chiave. Questa posizione di rilievo è stata confermata anche da altri studi, come il Global State of Democracy Report 2024 di International Idea, che ha posizionato la Norvegia al 4° posto, insieme alla Finlandia.

l’Italia si posiziona tra le democrazie imperfette, collocandosi al 37º posto con un punteggio complessivo di 7,58 su 10. A penalizzare il nostro Paese sono stati fattori come la scarsa cultura politica, la disaffezione verso le istituzioni democratiche e l’inefficienza del governo. Quelle dell’Economist non sono preoccupazioni isolate: secondo un'indagine della Civil Liberties Union for Europe, l'Italia è stata identificata come uno dei cinque Paesi europei che stanno indebolendo significativamente lo stato di diritto. Nonostante ciò, un punteggio molto alto nelle altre categorie dell'indice attenua le preoccupazioni sullo stato della democrazia italiana.

Mi sembrano al riguardo alquanto opportuni i ricorrenti richiami in difesa della democrazia da parte di Sergio Mattarella, ricordando tra l’altro che “la democrazia non è un bene immutabile, ma una costruzione fragile che richiede vigilanza e impegno costante”. Specialmente oggi che numerosi segnali di crisi minacciano gli equilibri e l’ordine internazionale, mettendo la stessa democrazia sotto attacco.

Tra gli altri Paesi della graduatoria, che precedono l’Italia, al 17° posto si colloca il Regno Unito con 8,34 punti, al 19° l’Austria con 8,28 punti, al 21° la Spagna con 8,13 punti, tutti inseriti come democrazie complete; seguono, come democrazie imperfette, al 26° posto la Francia con 7,99 punti e gli Stati Uniti al 28° posto con 7,85 punti.  E’ ben prevedibile come nel prossimo report 2025 gli Stati Uniti possano subire, con l’effetto Trump, un notevole scivolamento verso le democrazie ibride o autoritarie.

Nonostante il 2024 sia stato definito “l’anno delle elezioni” per il numero record di consultazioni elettorali in tutto il mondo, l’indice globale della democrazia ha raggiunto un minimo storico: il punteggio medio mondiale è sceso da 5,52 nel 2006 a 5,17 nel 2024. Ben 130 Paesi hanno registrato un calo o non hanno mostrato alcun miglioramento del punteggio, riflettendo la crisi della democrazia rappresentativa e l'ascesa dei regimi autoritari, che oggi governano più di un terzo della popolazione mondiale.

Di recente, la crescente polarizzazione politica e la sfiducia nelle istituzioni hanno alimentato il consenso verso partiti populisti e anti-sistema, contribuendo all'erosione dei processi democratici. Il report sottolinea infatti che il 20% dei Paesi ha visto una diminuzione nella credibilità delle elezioni, con un abbassamento della partecipazione elettorale.