Per un partito a vocazione maggioritaria

A.P.

All’indomani del referendum sulla proposta di riduzione del numero dei parlamentari, in un editoriale che, con leggera ironia, avevamo titolato “Di giallorosso ci basta la Roma”, manifestavamo il nostro disappunto per le scelte compiute dal Partito democratico, sotto dettatura dei 5 Stelle, rilevando che a quel referendum non aveva vinto la democrazia ma l’antipolitica, cioè la derisione dell’assetto istituzionale del nostro Paese, fomentata dalla subcultura dei “vaffa”, che aveva caratterizzato l’identità populista del movimento pentastellato.

Concludevamo l’editoriale, lamentando l’ostinazione del Pd a voler stabilire alleanze strutturali con quella subcultura e suggerivamo al partito di portare a termine l’impegno improvvidamente assunto con il Governo giallorosso, per poi voltare pagina e aprire una nuova stagione di autonoma riprogettazione politica.

Purtroppo (almeno per noi) non è avvenuto niente di tutto questo. Anzi, le cose sono peggiorate anche perché al populismo goliardico di Grillo è subentrato il presuntuoso velleitarismo di Conte: una presunzione alimentata dallo stesso Pd che, ai tempi della segreteria Zingaretti, aveva investito l’“avvocato del popolo” del ruolo di federatore del centro-sinistra. E, più o meno nello stesso periodo, un personaggio che è solito manovrare dietro le quinte, si era spinto a dire che Conte è il nuovo Prodi! Sicché, il veto nei confronti di Renzi, inopinatamente consentito dall’attuale segreteria, alle elezioni liguri, è soltanto l’ultimo (?) atto di una rappresentazione esponenziale di sé.

Abbiamo dato a queste poche righe un titolo che richiama la vocazione maggioritaria del primo Pd, per ricordare alla Segretaria (alla quale, comunque, va riconosciuto il merito di aver risollevato il partito dal minimo storico in cui l’aveva precipitato Letta), la priorità del progetto di partito rispetto al programma di governo. In altre parole, ci sembra che manchi ancora o non è evidente all’elettorato l’idea di partito, per un’idea di società, giacché non basta fare solo opposizione.

Costruire l’identità del partito rimane l’impegno prioritario, invece di inseguire i vari Conte e la costruzione di una coalizione. In tale “progettazione di sé”, va ricordato che il Pd è nato come partito plurale, di centrosinistra, nel quale la cultura liberale è una componente strutturale. Oggi, questa cultura manca del tutto. E non è a sinistra che il Pd deve allargarsi ma al centro.


Testo presente anche sul Foglio periodico "Politicamente - Anno XXIV Numero 4"