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La società interiore. Una spiritualità politica
Recensione al testo di Lino Prenna pubblicato da Ave - Roma 2024
Alessandro Cortesi OP
20 Gennaio 2025
Lino Prenna, già ordinario di filosofia dell’educazione all’Università di Perugia, studioso di Antonio Rosmini, particolarmente attento ai fenomeni sociali e politici del mondo contemporaneo, in questo testo propone una riflessione sulla spiritualità politica. Il volume racchiude una particolare densità di pensiero e orientamento e si connota quale testo di ispirazione su come intendere un impegno politico radicato in un orizzonte di senso con riferimento alla fede cristiana ma con una considerazione dell’agire umano nelle sue strutture fondamentali.
L’attenzione di Prenna si rivolge alla vita sociale, ma con sottolineatura della dimensione interiore che sta dentro e oltre l’impegno nella realtà comunitaria. Il significato di spiritualità che viene richiamato sta nel senso di percepire la presenza di una azione dello Spirito nella vita delle persone e nei movimenti storici quale appello ad un cammino di ascolto della chiamata di Dio e ad un divenire uomini e donne nell’adempimento della giustizia. E’ quindi attitudine che ben si distanzia dalle concezioni che intendono spiritualità secondo le forme dell’intimismo, del devozionalismo e del disinteresse verso le cose del mondo.
Il testo si compone di due parti: una prima è dedicata all’attenzione alla città e alla responsabilità dei cristiani nella città, con sottolineatura della tensione in cui i credenti vivono, tra immersione nell’immanenza e sguardo rivolto alla trascendenza di Dio che tuttavia si fa vicino nella storia, nel rapporto vivente e coinvolgente con uomini e donne concreti.
La seconda parte è un puntuale approfondimento delle singole virtù che richiamano ad un divenire persone in un agire virtuoso quale scelta per il bene con attenzione alla dimensione comunitaria delle diverse virtù, e con particolare accento sul loro convergere nel farsi carico degli altri e nel realizzare una giustizia da intendersi come amicizia sociale e amore politico.
Filo rosso che guida la riflessione è il contributo di Antonio Rosmini, che in epoca moderna ha saputo raccogliere l’eredità, a lui proveniente dalla grande tradizione di Agostino da un lato e di Tommaso d’Aquino dall’altro. Ne viene offerta un’interpretazione creativa in un tempo diverso e per tanti aspetti lontano dal suo.
“La spiritualità politica tende a confezionare l’abito virtuoso della città, formando i cittadini alle virtù naturali della giustizia, della prudenza, della fortezza e della temperanza e rilevando la valenza politica della fede, della speranza e della carità, che i cristiani sono chiamati ad esercitare per dono di grazia, come virtù soprannaturali. Una spiritualità politica che sia memoria dello spirito, come la teologia politica è memoria di Dio, nella città dell’uomo” (p.25)
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Attenzione specifica è data alla costruzione della città. Si invita a considerare la città quale spazio di incontro, luogo della vita collettiva di uomini e donne concreti ben lontana da una idea di politica tesa ad inseguire in modo demagogico gli esiti dei sondaggi e a costruire le paure attorno alle quali attirare un consenso di tipo populista. La costruzione della città viene collegata al formarsi di un popolo. Si unisce a tal riguardo l’ispirazione risalente al pensiero di Giuseppe Lazzati sulla ‘città dell’uomo’ con le intuizioni che l’autore rintraccia nell’insegnamento di papa Francesco sulla costruzione del popolo secondo gli orizzonti di pace giustizia fraternità: “La lavorazione del tessuto sociale non è altro che la costruzione della città, come rete di relazioni. E’ un processo di umanizzazione dei tempi e dei luoghi della vita associata, che sviluppa il potenziale umano di ogni fatica terrena. A questo rinvia la definizione di politica, cara a Lazzati quale ‘arte di costruire la città dell’uomo a misura d’uomo’” (p.38). In questo sta il compito peculiare della politica. L’esperienza dei cristiani, chiamati a vivere la loro fede tesi ad un orizzonte ultimo di speranza e nel contempo immersi nella contraddizioni della storia, viene delineata in una tensione di fondo, che è quella testimoniata dalla Lettera a Diogneto nei termini di una esperienza ‘paradossale’, nella duplice cittadinanza celeste e terrestre, abitanti della terra ma cittadini del cielo. E’ quella dei cristiani una condizione di pellegrinaggio che dovrebbe rendere vicini e sensibili a tutti coloro che sperimentano nella loro vita la fragilità e l’incertezza propria di chi è straniero e in situazione di provvisorietà e debolezza. Si delinea così una ‘spiritualità della tensione’, tra azione e contemplazione, ma anche tra profezia e politica. “Profeta e politico possono rapportarsi tra di loro rispettivamente come l’assoluto dei fini e la relatività dei mezzi e l’etica proporsi quale tensione spirituale della politica” (p. 51). |
A mio avviso le pagine più ricche di orientamento presenti nel libro sono quelle dedicate alla mediazione che Prenna presenta nei termini di un ‘principio analogico’, capace di coniugare insieme identità e alterità. “La mediazione è, insieme, tradizione e traduzione, trasmissione trascrizione, secondo una operazione costante che iscrive le consegne del passato nelle attese del futuro. E’ un processo di storicizzazione delle verità che, dalla formulazione teorica, si trascrivono nella vita pratica per migliorarla. La traduzione dei valori stessi in beni concreti e fruibili è sempre parziale e relativa, provvisoria e non definitiva” (p.54)
Distaccandosi dalla retorica dei ‘valori non negoziabili’ che ha segnato recenti stagioni della vita politica italiana, e distaccandosi altresì da attitudini diffuse di ritenersi soddisfatti per l’indicazione di principi e valori in senso astratto e generico senza assumere la faticosa ricerca della traduzione nella complessità delle situazioni, in questa parte vengono delineate importanti intuizioni: il bene comune si identifica con quello ‘politicamente possibile’ e “la valutazione del possibile è un esercizio di umiltà, che libera la mediazione da velleità perfezioniste e adotta l’antiperfettismo quale criterio regolativo” (p.55). Tale annotazione riprende il linguaggio di Rosmini secondo cui il perfettismo cioè il sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane è effetto di ignoranza.
In tale senso la mediazione è “virtù di relazione e di relativizzazione” (p.57) ed in quanto tensione tra due poli, ha i tratti propri della virtù, non da limitare nell’ambito del privato ma da considerare come forze ispiratrici di un agire orientato a costruire la relazione e la polis. Da tali premesse si sviluppa una attenta declinazione delle singole virtù secondo la suddivisione classica che le considera quale organismo in reciproca interazione. Di ognuna di esse viene sottolineata la componente di contributo per una costruzione della comunità.
Così della giustizia si afferma – sempre con riferimento a Rosmini - che è riconoscimento in quanto conoscenza attiva “che riconosce come bene ciò che la mente ha riconosciuto come vero” (p.65). La prudenza viene presentata nei tratti di ‘sagacità pratica’, in cui il criterio per orientare i mezzi in rapporto al fine è dato dalla giustizia, il riconoscimento del grado di bisogno delle persone (p.79). Della temperanza si annota la dimensione positiva di umiltà e sobrietà che comportano una consapevolezza del limite. “Il bene comune che (la politica) persegue è il bene ragionevolmente e praticamente possibile, ma, come ricorda M.Weber, il possibile è raggiungibile solo tentando l’impossibile” (p.87). Sta qui la critica ad una visione di moderazione nella linea di conservatorismo e della pusillanimità, spesso rivendicata dai cosiddetti partiti di ‘centro’. Afferma Prenna “la moderazione è un metodo, una virtù, appunto, non un programma, che, anzi, deve essere arduo, cioè ardito e fortemente impegnativo” (p.87).
La fortezza è descritta come virtù della perseveranza, di quella pazienza che sopporta e rimane sotto la fatica: “Nell’uso dei beni esterni come le ricchezze, l’esercizio virtuoso della fortezza si manifesta nella magnanimità che spinge alla realizzazione di opere di ‘pubblico bene’ e delle ‘opere di misericordia’ “ (p.94). Si delinea una responsabilità politica come memoria passionis, capace di custodire la memoria del dolore altrui, con richiamo alla riflessione della teologia politica di J.B.Metz. Proprio la nuova teologia politica di Johann Baptist Metz, parlando di una spiritualità degli occhi aperti, manifestava l’esigenza di attuare una vita nello Spirito non con gli occhi chiusi di fronte al dramma di Auschwitz e a tutti i drammi dei sofferenti nella storia. Sta qui la provocazione a vivere una testimonianza cristiana non lasciandosi rinchiudere in forme privatistiche di intendere la fede ma rendendosi responsabili della memoria della passione, non voltando le spalle ad Auschwitz, e mantenendo l’esigenza di un primato della prassi quale criterio di verifica dell’autenticità della fede stessa in Dio solidale con la sofferenza delle vittime dell’ingiustizia e del dominio umano.
Parlando della fede quale ‘memoria di Dio’, Prenna insiste sul criterio dell’incarnazione quale tratto centrale per la testimonianza cristiana nell’impegno storico: “La fede cristiana propone una nuova ermeneutica della storia e della condizione umana, mentre libera il cristianesimo stesso dalla tentazione di pensarsi come sistema filosofico e non come incontro personale col Signore della storia” (p.102). E ancora “Il mistero dell’incarnazione illumina anche la condizione di laicità del cristiano, ‘credente in Cristo’ e fedele al mondo, chiamato a vivere con pienezza la duplice fedeltà nella distinzione dei due ordini che impegnano la chiesa e il mondo, ma anche nella prospettiva di una non scindibile unità” (pp.103-104). Per questo “la chiesa è chiamata a svolgere una funzione critica e liberante nei confronti della società e del suo sviluppo” (p. 106). Della virtù della speranza si evidenzia il tratto ‘politico’, quale cura della casa comune: “La speranza di cura nasce dalla concezione del mondo non già come costruito e definito, ma come opus instruendum, edificio da edificare e perfezionare. Il futuro del mondo è nella sua stessa condizione di incompiutezza” (p. 116)
Nel descrivere la carità come amore di Dio l’ispirazione di Rosmini aiuta a cogliere come la carità sia “la forma compiuta della moralità” (p.120). Il comandamento nuovo di servire Dio nel prossimo implica che per essere “conforme al precetto e all’esempio di Gesù Cristo, deve estendersi a tutti i beni che io posso fare a tutti e a ciascuno dei miei simili”. Così Rosmini nelle sue Massime di perfezione. L’amore come carità viene letto quindi nel suo essere rivolto ai beni temporali, ai beni spirituali e ai beni intellettuali. Emergono così le nozioni di carità temporale di soccorso ai beni materiali e di carità intellettuale mirante a formare un pensiero capace di responsabilità e di critica con sguardo agli altri, entrambe ordinate alla carità spirituale che tende ad offrire al prossimo il bene più grande, il bene in sé stesso, la vita eterna.
In questa riflessione sulla carità note intense sono dedicate alla lettura della riflessione di Simone Weil che parla della carità come ‘amore implicito di Dio’ e che afferma come “il Vangelo non opera alcuna distinzione tra l’amore per il prossimo e la giustizia e che siamo stati noi ad aver inventato la distinzione fra giustizia e carità, formulando una nozione di giustizia ‘che dispensa colui che possiede dal dare’. E invece ‘solo l’assoluta identificazione della, giustizia con l’amore rende possibili da un lato la compassione e la gratitudine, dall’altro il rispetto della dignità della sventura in chi è colpito, da parte dello stesso sventurato e da parte degli altri’” (p. 123).
Le ultime pagine di questa densa e provocante riflessione sono dedicate all’amicizia sociale o carità politica. Si tratta dell’amore politico di cui si ritrova insistenza nel linguaggio di papa Francesco – soprattutto nell’enciclica Fratelli tutti -, le cui radici sono da ritrovare nella socialis dilectio di Tommaso d’Aquino (che Pio XI definì ‘carità politica’): “… la carità politica esprime l’intero campo del servizio alla città. Il suo ordine è determinato dalle urgenze dei cittadini più deboli che sono primi per bisogni ma ultimi nella scala sociale. E’ un servizio che tende a fare degli abitanti, altrettanti cittadini, e della città, un popolo” (p.127).
Tale visione solidaristica della vita sociale è la linea che guida la riflessione nello svolgersi dei capitoli del libro. Nelle sue pagine trova articolata espressione una visione alternativa a tanti modi in cui la vita politica oggi è intesa e praticata per lo più a fini di guadagno, di interessi particolari e di potentati economici. Si ritrova in esse un pensiero esigente e rigoroso ben lontano dai facili slogan e dalle rivendicazioni identitarie diffuse nei proclami di chi insegue forme autoritarie di governo. Come ben osserva Luciano Caimi, presidente de “La città dell’uomo Aps” nella Prefazione il libro potrebbe essere utile strumento per quel “compito, di per sé ineludibile ma, nei fatti, ampiamente eluso, delle comunità ecclesiali per la cura formativa del profilo ‘politico’ dei credenti” (p.22).
Nel panorama nazionale e internazionale assistiamo all’affermarsi di populismi e fascismi risorgenti, alla riproposizione identitaria di ‘Dio patria e famiglia’ al fine di contrapporre un ‘noi’ omogeneo a nemici identificati con i migranti, con i poveri, con i più fragili. La riflessione di Prenna offre strumenti per scoprire il significato di un agire teso alla costruzione di città plurali e accoglienti dove al cuore di tutti stia la tensione per un nuovo modo di concepire la giustizia come amicizia sociale. Riporta alle radici di un agire umanizzante con attenzione alla dimensione relazionale costitutiva della vita umana. In ascolto e accoglienza dello Spirito che permea la storia umana.
Vivere secondo virtù non è accontentarsi di una mediocrità o di compromessi ma orientare la vita ad una ricerca del bene comune alternativo alle logiche del capitalismo senza regole e del neoliberismo generatore di iniquità ed esclusioni. Nel testo tra le righe si possono cogliere proposte di vie nuove da percorrere, alternative rispetto ai ripiegamenti identitari di esclusione e di dominio. In questi tempi bui in cui il mondo è avvolto in una spirale di odio e violenza, un orientamento a pensare il senso profondo della costruzione dell’umana convivenza nella fraternità costituisce motivazione nell’impegno di fedeltà alla terra e all’umanità amate da Dio ed invito a non venir meno nell’agire come operatori di pace.

