Democrazia e Istituzioni


Post-democrazia e classe dirigente

dalla relazione al 68° Corso di studi di Assisi

di Gian Enrico Rusconi
1 Ottobre 2010 

 

Si parla drammaticamente di «fine della democrazia», di «post-democrazia» - senza riferirsi in modo specifico all'Italia. Il termine è stato coniato per altre esperienze nazionali. È suggestivo, ma merita una riflessione critica. L'uso e l'abuso della particella post applicata alla democrazia e a quasi tutti i fenomeni attuali segnala l'incapacità di definire la condizione specifica del nostro tempo. Rischiamo di essere epigoni che si definiscono soltanto per differenza da ciò che c'era prima – un prima spesso idealizzato.

Nel caso italiano parlerei più banalmente di «democrazia che c'è». O che ci meritiamo.

I milioni di italiani che accettano il politico esistente sono dei turlupinati o degli sprovveduti? Stento a crederlo. Sono complici? Ma di che cosa sono esattamente complici? Nel nostro paese - dove quasi tutti gli studiosi (salvo i berlusconiani) offrono diagnosi sulla soglia del catastrofismo - c'è stato mai un momento storico in cui ha funzionato una buona democrazia? La risposta è affermativa a patto che si cancellino o si sdrammatizzino le critiche dure che gli stessi analisti di oggi (o i loro maestri) avevano fatto a suo tempo. Abbiamo dimenticato la «democrazia bloccata», la «democrazia di massa», la «democrazia senza alternanza», «l'ingovernabilità» e poi il «decisionismo» (craxiano) e «la democrazia dell'applauso» (secondo un'espressione di Bobbio del 1984)? Non era forse unanime fino a qualche anno fa la denuncia che «i partiti» avevano espropriato «i cittadini» di ogni autentica possibilità di partecipazione democratica?

 

La democrazia populista

Si dirà che adesso siamo arrivati ad un punto rispetto al quale i difetti denunciati ieri appaiono persino veniali. Ma allora dobbiamo chiederci se si è trattato di un accumularsi irreversibile di vizi di struttura che non sono stati corretti quando si potevano correggere. Oppure di un «salto di qualità» imputabile a nuovi fattori strutturali generali che elenchiamo come una giaculatoria (globalizzazione, de-industrializzazione, precarizzazione del lavoro, tracollo dei movimenti operai tradizionali, elefantiasi dei sistemi mediatici, e quindi populismi di varia natura).

Ma perché soltanto nel nostro paese questi fattori hanno prodotto l'ascesa irresistibile di un personaggio come Silvio Berlusconi? Il monopolio mediatico-comunicativo e la sovrapposizione degli interessi privati e pubblici (con l'irrisolto conflitto di interessi) sono stati la causa o non piuttosto il sintomo di una insensibilità democratica diffusa e pregressa che aveva cause e motivazioni precedenti?

Nel frattempo il berlusconismo ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dall'immediato dopoguerra senza che si sia creata un vera cultura politica alternativa (per tacere di una politologia che, ai tempi del suo fulgore, si sentiva criticamente organica ad una grande idea di democrazia). Soltanto la cultura clericale è felice (considerando tra l'altro Berlusconi «il vero politico cristiano perché da solo in Europa ha difeso il Crocifìsso in aula» - come si è sentito recentemente in un Tg in diretta dal Meeting di CL. Evidentemente, tutto il resto non conta).

L'impoverimento della riflessione politica è strettamente connesso all'onnipervasivo sistema mediatico-televisivo rispetto ad ogni altra forma tradizionale di trasmissione/mediazione sia dell'informazione che della cultura. La politica è diventata parte dell'intrattenimento dei cittadini. Come intermezzo, o meglio come capo e coda del flusso mediatico.

Che razza di democrazia è questa? Quale rapporto ha con il «popolo» dei cittadini? Da tempo è stato coniato il concetto di «populismo mediatico» che presuppone quello di «democrazia populista». Fermiamoci un istante a riflettere.

Per decenni a sinistra nel nostro paese la critica alla democrazia si è basata sulla distinzione tra «democrazia formale», legata alle elezioni e alle procedure del suo funzionamento (riconosciute necessarie ma insufficienti), e «democrazia sostanziale» orientata ai valori e giudicata sempre insufficiente, sempre carente, sempre attesa, sempre invocata. Oggi questa distinzione ha perso ogni efficacia esplicativa. Basti pensare al profondo cambiamento che ha subito il concetto di diritto/diritti che da espressione «formale» (addirittura «sovrastrutturale nel gergo marxista) è diventata espressione di qualcosa di sostanziale.

 

Chi è popolo?

Per quanto riguarda l'idea di democrazia in generale l'innovazione più significativa nel linguaggio politico è avvenuta nel concetto di «popolo» - il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Pensiamo alla denominazione di «Popolo della libertà» adottata dal partito maggioritario berlusconiano e alla retorica della Lega Nord. In entrambi i casi il riferimento al popolo è usato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza.

Di più: Berlusconi ha introdotto la novità del «popolo-degli-elettori». Il «popolo» è chi lo vota. Non è la nazione o la etnia (vera o inventata) ma un evento politico. La democrazia del voto diventa la democrazia tout court. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali, complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell'autopercezione personale e sociale - più si crea la finzione del «popolo» che persegue i suoi interessi sostanziali seguendo gli interessi del leader. Ancora: nelle intenzioni del leader se questo «popolo» vince le elezioni può pretendere di modificare a suo piacimento la Costituzione. Prende il posto del demos sovrano che è il fondamento stesso della democrazia.

Se questa nostra osservazione è giusta, più che ad un dopo-democrazia siamo davanti ad una mutazione genetica del concetto di demos. Il problema è antico: il demos nato come alta finzione di cittadini liberi, maturi, responsabili è entrato a partire dal XIX secolo prima in collisione, poi in competizione con la classe sociale, trovando quindi faticosi equilibri nelle varie forme di democrazia sociale.

Oggi si annuncia una nuova fase innescata dalla destrutturazione delle classi e dal ruolo decisivo assunto dalla comunicazione di massa. Il demos è socialmente destrutturato e frammentato, ma una parte consistente di esso si polarizza politicamente verso il leader.

 

La società civile

Facciamo un altro passo in avanti nella nostra analisi. Spesso per spiegare l'anomalia italiana molti analisti (a sinistra) parlano di una estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato o appunto di semplice «democrazia formale») e «la società civile» (vitale e ricca di risorse e di energie, portatrice di «democrazia sostanziale»). Non a caso oggi molti fanno appello ad una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi.

È un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, della sua disgregazione e disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicita di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Naturalmente, non si tratta di negare l'esistenza di gruppi, settori, parti di «società civile» attivi, generosi, preziosi per la realtà concreta della democrazia. Ma si tratta appunto di «pezzi» in senso letterale. È inaccettabile la contrapposizione di principio tra «la società civile» e il «sistema politico» come se fossero due entità autonome.

 

Esiste ancora una classe dirigente?

A questo punto si pone un altro interrogativo. Nel rapporto privilegiato tra popolo dei votanti e leader, che fìne ha fatto la classe dirigente? In Italia esiste ancora una classe dirigente, degna di questo nome?

L'interrogativo viene spontaneo osservando la paralizzante litigiosità della politica, il lamento continuo da parte di tutti i gruppi più o meno organizzati, in una società che tira avanti con alti e bassi, aspettandosi dalla politica soltanto aiuti particolari, facilitazioni, deroghe anziché un disegno complessivo di carattere generale.

Naturalmente questa constatazione provoca l'irritata accusa di disfattismo da parte dei politici della maggioranza che sono convinti di dirigere il paese. E dei gruppi sociali che strettamente li sostengono, anche in campo cattolico. Anzi questi ultimi additano gli avversari e gli osservatori critici come i veri colpevoli della mancata trasmissione della loro sicura guida generale. Denunciano il sistematico ostruzionismo al loro ruolo dirigente del paese.

Ma come può esistere e funzionare una classe dirigente in un clima di reciproca delegittimazione e disconoscimento di autorevolezza? Come si è arrivati a questa situazione? Dov'è la classe dirigente in senso ampio?

Alla classe dirigente appartengono i responsabili dell'economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i gerenti del complesso mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali); nel nostro paese dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è demandata la definizione dei contenuti dell'etica pubblica e la cui dottrina svolge il ruolo surrogatorio di religione civile nazionale.

Che fine ha fatto, in questo contesto, il ceto politico in senso stretto cui compete il ruolo dirigente in modo specifico in quanto dispone della competenza legislativa e di governo che dovrebbe guidare l'intera comunità nazionale?

Il ceto politico italiano che detiene oggi la maggioranza offre una impressione singolare: da un lato fa quadrato attorno a quello che rimane il suo leader insostituibile (nonostante le sempre più evidenti e insidiose contestazioni); sembra impegnato a tempo pieno a risolvere i problemi del Cavaliere che sono dichiarati prioritari per l'intera comunità nazionale. Dall'altro lato è esposto a tutte le strattonate che provengono dalla società più o meno organizzata. Da questo punto di vista il ceto politico di maggioranza da l'impressione di essere soltanto reattivo alle pressioni esterne.

Ma in questa situazione che cosa fanno gli altri soggetti che sopra abbiamo ricordato come componenti legittime della classe dirigente nazionale (agenzie della comunicazione e della cultura, sindacati, confìndustria, sistema educativo inteso non già come una dependance del ministero ma come luogo autonomo di formazione delle generazioni future)? Non parlo della loro azione di promozione degli interessi da loro legittimamente rappresentati, che sono parte integrante dell'interesse generale. Non parlo degli frustranti sforzi di tenere testa ad una situazione sempre più precaria - come è il caso della scuola. Mi riferisco ad una grande idea orientativa di carattere generale che dovrebbe caratterizzare «una classe dirigente» degna di questo nome. Nessuno degli attori sopra ricordati ha idee di grande respiro, tanto meno ha la determinazione di attuarle. Ognuno persegue obiettivi limitati, adattati e adattabili allo stato presente. È questa una classe dirigente?

 

In dialettica con l'opposizione

Il discorso torna alla politica. Non si tratta certo di aspettarsi dalla politica un esercizio autoritativo del suo ruolo che sarebbe incompatibile con una democrazia. Al contrario un governo e le forze politiche da esso espresse devono esercitare il loro ruolo dirigente interagendo con un'opposizione che a sua volta dovrebbe essere politica forte e capace. Un paese ha una democrazia autentica quando chi è al governo realizza i suoi programmi in dialettica con l'opposizione. Non è idealizzare impropriamente il passato (contraddicendo quanto dicevamo all'inizio) se ricordiamo che nel nostro paese ci furono momenti in cui l'antagonismo tra le forze politiche (democrazia cristiana in tutte le sue combinazioni e sinistra comunista) ha dato luogo a dinamismo politico-sociale e culturale anziché a paralisi. Esprimeva una classe dirigente nel suo insieme.

Perché oggi - ovviamente in una situazione inconfrontabile con il passato – questa prospettiva appare impraticabile? È davvero la persona di Berlusconi il grande ostacolo insuperabile? Perché questo fenomeno ha un effetto tanto paralizzante anche al di fuori della ristretta logica politico-partitica?

Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana. Ha creato un nuovo ceto politico che tuttavia non pare in grado di far funzionare in modo democraticamente virtuoso i contrasti di visione e di comportamento che pure sono legittimi e caratteristici della democrazia. Abbiamo insomma un ceto politico che non sa essere «dirigente» nel senso che sarebbe giusto attendersi. Rimane da chiederci perché gli altri soggetti sociali che di fatto hanno ruoli di responsabilità nella comunità nazionale stentano ad assumersi essi stessi questo ruolo con iniziative pubbliche e mobilitazioni culturali - senza naturalmente supplire con questo il mestiere della politica. È il segno che la tanto evocata vitalità e autonomia della società civile è diventata una finzione.

 

Cesarismo e democrazia di massa

Concludiamo riprendendo la prospettiva storica. Nei primi due decenni del Novecento Max Weber, facendo un bilancio della fine della democrazia liberale e spingendo lo sguardo in avanti, parlava di «tendenza cesaristica della democrazia di massa». Cesarismo e democrazia di massa sono dunque strettamente legati. Poi Weber ha insistito (forse troppo) sugli aspetti personali carismatici eccezionali della leadership cesaristica. Noi oggi più realisticamente riteniamo che il cesarismo del nostro tempo conti di più sulla potenza della comunicazione di massa e dei mezzi mass-mediatici che non sulle (presunte) doti carismatiche personali del leader. Si tratta di un mutamento di prospettiva decisivo.

Rimane essenziale il rapporto con il popolo. Il popolo del Cesare storico è la plebs acclamante ma anche un gruppo consistente di amici, collaboratori, mediatori, clientes e senatores del regime precedente. Il popolo del Cesare contemporaneo è il popolo-degli-elettori che lo votano, è il popolo mediatico monitorato con strumenti demoscopici. Ma c'è anche una solida rete di «amici di Cesare», insediati non solo nella politica ma soprattutto nella società civile. In questo senso il cesarismo è davvero popolare.

«Gli amici di Cesare» (compresi i leader di altri partiti gli sono «amici» prima ancora che «alleati») surrogano di fatto il partito tradizionale. Il «partito del popolo» infatti ha la funzione esclusiva di mettergli a disposizione consenso e risorse. Offre personale esecutore, realizzatore, implementatore delle idee del leader. Non deve sollevare problemi, tanto meno competizioni o alternative interne. Il partito del leader cesaristico è o meglio deve essere assolutamente unitario. Deve attendere e sostenere le soluzioni dei problemi ipotizzate dal leader. Se queste non si realizzano la colpa è delle opposizioni che le ostacolano o degli ambiziosi disturbatori interni al partito che non sono più «amici». Ma soprattutto la colpa è del sistema istituzionale - in particolare giudiziario – che frena e boicotta. Da qui l'inderogabile necessità della riforma delle istituzioni che non si presenta come sovversiva (anche se retoricamente si sente «rivoluzionaria») ma come loro sistematica forzatura sempre al limite della legalità costituzionale.

Mentre scriviamo questo sistema sta entrando in una fase di turbolenza inedita. C'è chi da mesi ne prevede la fine. Personalmente - come analista - sarei molto cauto.

POLITICA? NO GRAZIE

Perché ai giovani non interessa la politica

Incontro con Pietro Barcellona

“Occorre far rinascere la passione democratica come passione per la partecipazione alle cose comuni, agli affari di tutti. Occorre assumere, come compito centrale della società, la “creazione” di individui sociali: ciò significa trasformare il processo di socializzazione in gran parte eterodiretto, manipolato dai grandi poteri e condizionato dai bisogni indotti dalla pubblicità, in una socializzazione tendenzialmente consapevole e riflessiva, cioè farla diventare il compito di una autoeducazione collettiva”, da P. Barcellona, Democrazia: quale via di scampo?

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Invito

Un'iniziativa della Fondazione Giuseppe Lazzati

in collaborazione con Città dell'uomo

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La vita quotidiana reclama risposte

Messaggio dell’Azione cattolica italiana nell’ambito del Convegno dei presidenti e degli assistenti diocesani

Ancona, 10/12 settembre 2010
Nell’ambito del convegno dei presidenti e degli assistenti diocesani intitolato “Eucarestia e vita quotidiana”, in svolgimento significativamente ad Ancona, sede del prossimo Convegno eucaristico nazionale, l’Azione cattolica italiana desidera proporre una breve riflessione perché la ripresa di settembre coincida con una radicale e nuova attenzione ai problemi reali e concreti che gli italiani vivono ogni giorno, nella vita feriale.

È stata decisamente una brutta estate per la politica italiana e per il Paese: veleni e sospetti, dossier e insinuazioni, spesso incomprensibili ai più, hanno alimentato le pagine dei giornali e hanno portato a ipotizzare le elezioni anticipate. C’è chi ha parlato di “morte della politica” e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è intervenuto per richiamare tutti alla responsabilità. Le polemiche partitiche, per toni e modalità, sono spesso sfociate in una rissa verbale, lontana anni luce dalle preoccupazioni e dalle speranze degli italiani.

Tali polemiche sono state assecondate, quasi con avidità, dalla stampa italiana, che, a parte lodevoli eccezioni, le hanno poste in cima all’agenda, relegando in secondo piano la crisi occupazionale, le migliaia di morti per catastrofi naturali in India, Pakistan e Russia, i continui agguati in Afghanistan. Inoltre, ancora una volta, dopo quanto accaduto l’anno scorso, alcuni media hanno imboccato la strada della “campagna” contro “avversari politici”. Non si esclude che il risultato possa essere un ennesimo ritorno alle urne, che come unico significato certo ha la cronica difficoltà dell’attuale classe dirigente – presa nella sua interezza, guardando non solo alla politica – di governare un Paese dalle infinite risorse umane, culturali e ambientali, ma anche dalle molte contraddizioni interne al corpo sociale.

Tra nuovi e vecchi fenomeni corruttivi, ipotesi giudiziarie sulla presenza di logge segrete, insulti tra leader e, infine, le umilianti provocazioni di Gheddafi, sulle quali ci saremmo attesi prese di distanza più decise e rigorose, la classe dirigente rischia ancora una volta di dimenticare l’essenziale: la ripresa del mercato del lavoro, al momento immobile e penalizzante per i giovani, il sostegno alle famiglie, specie quelle più numerose, le riforme istituzionali, la tutela dei più deboli nel Paese e nel mondo, la promozione dell’integrazione tra italiani e stranieri – e in proposito come non guardare con preoccupazione ai fatti francesi e alla decisione del presidente Sarkozy di allontanare i rom -, l’attenzione alle povertà globali e all’ambiente. L’Ac, in questo senso, auspica che la prossima Settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre, sia una boccata d’ossigeno, un momento di respiro per rilanciare l’impegno a favore del bene comune, contro ogni disfattismo e in nome della speranza che muove i credenti.

Le battaglie partitiche hanno inesorabilmente oscurato, solo per citare alcuni fatti concreti, la manovra finanziaria, la discussione sul federalismo, il primo “si” del Senato alla riforma dell’università. Così l’opinione pubblica non ha ancora avuto modo di comprendere sino in fondo gli impatti della manovra sui servizi sociali, le prime ipotesi operative del federalismo, gli elementi fondamentali del testo presentato a palazzo Madama dal ministro dell’Istruzione. Temi essenziali, messi nell’angolo dalle prime pagine, dedicate invece a rivalità personali, a conflitti espliciti e striscianti tra personalità che ricoprono incarichi pubblici cruciali. Atteggiamenti che si assommano e aggravano quella questione morale che l’Ac aveva già denunciato l’anno scorso e che quest’anno riemerge in forma ancora più acuta da numerose inchieste in diverse procure italiane. I processi non sono iniziati, ma ancora una volta rileviamo che alcune condotte personali – a prescindere che abbiano rilevanza penale – appaiono riprovevoli perché evidenziano scarso senso istituzionale, incuria del bene comune, uso privatistico di funzioni pubbliche o comunque socialmente rilevanti. Nell’omelia dello scorso 10 agosto, in occasione della festa di san Lorenzo, il cardinale presidente della Cei Angelo Bagnasco ha ricordato che «alla radice di tanti mali e di tante povertà vi è il “sottosviluppo morale”, e per questo la Chiesa non cessa di servire il mondo, nella persona amata dei poveri e nella figura delle istituzioni che presiedono il bene comune, anche con il richiamo alla dimensione etica della vita personale e sociale».

Tra le priorità, questo settembre ne propone una più delle altre: il lavoro. I dati statistici non smettono di fotografare giovani in ginocchio tra disoccupazione e precarietà selvaggia. Solo pochi giorni fa l’Istat confermava che oltre un giovane su quattro in Italia è disoccupato. Su questo l’Ac sente di dover interpellare la classe dirigente: cosa si può fare ora per aprire il mercato dell’occupazione? E quali strade di medio periodo perché un impiego non sia sempre sotto l’ombra inquietante della precarietà senza tutele? Appare necessaria una verifica oggettiva delle politiche del lavoro sinora adottate, rese tra l’altro incomplete dall’assenza di un moderno sistema di welfare. Allo stesso modo sembrano necessari investimenti per la formazione dei giovani non disgiunti da un organico progetto educativo. Il presidente Napolitano ha ribadito che «è venuto il momento che l'Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, abbiamo bisogno di questo per l'occupazione e per i giovani che oggi sono per noi il motivo principale di preoccupazione». L’attenzione al lavoro appare essenziale anche alla luce dei casi di conflitto tra grandi aziende, sindacati e singoli operai, sfociati anche in inaccettabili atti di violenza, segno di un clima complessivo di tensione che ha bisogno di essere regolato e governato.
E ancora, come riconoscere concretamente nelle politiche ordinarie il ruolo essenziale di ammortizzatore sociale che stanno svolgendo le famiglie italiane? Come sostenere il futuro dei nuclei più numerosi, che, scommettendo sulla vita, hanno scommesso sul domani di questo Paese? L’Italia destina alle famiglie risorse insufficienti, inferiori al resto d’Europa, e nonostante si accenni da anni a forme di sostegno più forti – quali il quoziente familiare – sinora non si è passato a nulla di concreto.

In questo contesto, la speranza, le speranze vanno ostinatamente cercate nei segni buoni dei territori, nelle donne e negli uomini di buona volontà che, nella costanza e nell’ombra, continuano a servire le persone e le città “nonostante” il terreno poco fertile. È questa realtà che l’Ac vuole continuare a mostrare, in particolare la realtà di chi, nella crisi educativa, continua ad accompagnare gratuitamente le persone nella vita e nella fede. Sacerdoti, laici adulti e giovani, genitori, insegnanti, che vedono nella vita degna delle persone l’investimento più importante per il Paese. Per questo motivo, l’Azione cattolica attende con fiducia la pubblicazione degli Orientamenti decennali dei vescovi italiani, dedicati al tema dell’educazione. Riteniamo infatti che un ampio e condiviso sforzo educativo possa rappresentare la risposta più radicata a molti dei problemi del Paese.

Come associazione di laici impegnati anche nella vita della nostra nazione, continuiamo inoltre ad accogliere il monito che Benedetto XVI ha lanciato già nel 2008 da Cagliari sull’urgenza di lavorare alla formazione di una nuova generazione di uomini e di donne credenti, capaci di assumere responsabilità pubbliche nella vita civile e dunque anche nella vita politica. Richiamo che il Papa ha ripetuto poi a Viterbo l’anno scorso e che il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha voluto evidenziare nella sua prolusione al Consiglio permanente del 22 marzo scorso.

Le speranze che ostinatamente cerchiamo, lo ricordiamo per inciso, rischiano di non avere più narratori. In virtù del decreto ministeriale che cancella le tariffe postali agevolate, l’intera stampa del terzo settore e dell’associazionismo laico e cattolico, in gran parte gratuita e alternativa, rischia di essere eliminata. Un fatto denunciato, nell’intera estate, solo da «Avvenire», e al quale non si è posto adeguato rimedio.

Costituzione: ultimatum del presidente Berlusconi

da: Comitati Dossetti per la Costituzione

Nel suo ultimatum del 20 agosto il presidente del Consiglio ha sferrato un durissimo attacco alla Costituzione affermando come irrevocabile una riforma costituzionale che non c’è mai stata e che è stata bocciata dai cittadini nel referendum costituzionale del 2006; “la novità che non può essere cancellata”, secondo Berlusconi, sarebbe l’avvenuto passaggio a una Repubblica presidenziale, con un presidente-primo ministro direttamente eletto dal “popolo sovrano” al di fuori delle forme e dei limiti della Costituzione affermati, come cardine di tutto il sistema, dall’art. 1 della Carta. Tale mistificazione inganna il popolo, gli toglie agibilità politica tra un’elezione e l’altra e tende a incancrenirsi nella cultura comune.

Il presidente del Consiglio ha poi attaccato la Costituzione definendo come “sconfitti” i cittadini elettori che non hanno votato per lui, e pretendendo di sostituirsi al presidente della Repubblica, con l’escludere qualsiasi ipotesi di un governo diverso dal suo, e con il voler determinare di proprio arbitrio la data delle elezioni.

Il presidente del Consiglio ha poi annunciato una serie di riforme costituzionali chiaramente eversive del quadro costituzionale esistente, come l’impunità per lui con il pretesto di salvaguardare le quattro più alte cariche dello Stato, il taglio artificiale dei tempi per l’esercizio della giustizia penale così da inficiare la stessa funzione giudicante, la rottura dell’unità della giurisdizione e la spaccatura del Consiglio Superiore della Magistratura.

Il presidente del Consiglio ha inoltre attaccato lo spirito complessivo di solidarietà sociale e di unità nazionale della Costituzione indicando come inderogabile impegno del governo non la ricostruzione dell’Aquila, ma la costruzione del ponte sullo Stretto.

Per tali ragioni i Comitati Dossetti per la Costituzione invitano tutti i partiti costituzionali, i dissenzienti dell’attuale maggioranza, l’associazionismo culturale, religioso e politico e tutti i cittadini alla massima vigilanza per la difesa della democrazia costituzionale.

Essi invitano inoltre il personale insegnante, tutte le agenzie educative e le stesse famiglie, a diffondere e inculcare tra i cittadini la conoscenza, la comprensione e l’amore dei grandi valori della Costituzione repubblicana, senza i quali nessuna democrazia può sussistere e fiorire.

Summa cum laude

Vincenzo Ortolina

Agosto 2010

Il candidato del ministro Gelmini a una laurea honoris causa in “Comunicazione”, il ministro Umberto Bossi, ha definito “scemo e ignorante” l’autore dell’articolo di Famiglia Cristiana (ultimo numero) sulla classe politica italiana. Un comportamento da “lode”, per un …laureando! Un altro ministro, Gianfranco Rotondi, quello che ha recentemente celebrato i suoi splendidi 50 anni, a Villa Aurelia, un po’ nello stile berlusconiano (perlomeno quanto a “fasto”), ha difeso il “premier”, definendolo “cattolico non di sinistra”, e per questo, è sottinteso, inviso ai cattocomunisti. Cattolico sì, forse, il “premier”, ma con qualche Comunione di troppo, stante la sua situazione familiare, come abbiamo appreso a suo tempo dai “media”. Ma il commento più singolare, diciamo così, al “fondo” del settimanale dei Paolini, a me è parso quello di monsignor Luigi Negri, vescovo notoriamente “superciellino” di San Marino-Montefeltro. Il quale, intervistato dal “Corriere della sera” in un articoletto che affianca quello di commento al “pezzo” in questione, risponde insinuando innanzitutto, piuttosto convenzionalmente (detto senza offesa), che “il giustizialismo delle denunce della stampa cattolica …. serve solo a far vendere qualche copia in più …..”. Oddio, l’editoriale della nota rivista è assai pungente (come altre volte, peraltro), e, forse, come dice Rosy Bindi, sarebbe stato giusto che nello stesso fosse precisato meglio che non tutti, in politica, vanno posti sullo stesso piano, accomunati, cioè, in un giudizio generalmente e irreparabilmente negativo. A me viene in ogni caso da considerare, con il massimo rispetto, che, se per Sua Eccellenza (come ha ulteriormente affermato) denunce di tale natura non fanno fare “nessun passo in avanti alla società e al Paese, e non costruiscono”, anche il suo invito - espresso nel classico e tipico linguaggio di “Comunione e Liberazione”- a creare “una cultura diversa, che nasca dall’educazione” e “da una nuova vita”, finisce col lasciare, come si suol dire, il tempo che trova, stante la situazione, e l’urgenza dei tempi. Glielo accenna la stessa intervistatrice, ma monsignore replica affermando di considerare tale obiezione “banale”! Il prelato, citando addirittura Gesù Cristo, mette infine in guardia tutti dal dare retta a quei “farisei che gridano allo scandalo e magari hanno da farsi perdonare colpe più grandi di altri”. Un riferimento, credo, che risulterà molto gradito, oltre alla platea ciellina, anche a quegli “atei devoti” (l’intellettuale organico al centrodestra Giuliano Ferrara su tutti) i quali sbraitano, giusto in questi giorni, contro certo “moralismo immorale”. In conclusione, a me pare di poter affermare che don Sciortino (direttore di Famiglia Cristiana) da una parte, e mons. Negri dall’altra, nella vicenda, sintetizzano bene i diversi “umori” di quel mondo cattolico che s’interessa alla politica: il primo ne incarna, in un certo qual modo, la componente “democratica”, il secondo, quella cosiddetta “moderata” (pur se il fenomeno CL ha una sua assoluta peculiarità), che si è sostanzialmente trovata a suo pieno agio, in tutti i questi anni, nel sistema di potere berlusconiano (dal quale ha tratto e trae benefici), nonostante, detto naturalmente “moraleggiando”, il basso livello del suo standard etico. Temo, però, che, ormai, la maggioranza dei “cattolici” non stia né sull’uno né sull’altro dei due fronti.

 

 

Pretoriani in affanno

Una nota di Vincenzo Ortolina

 

Vincenzo Ortolina

già presidente del Consiglio Provinciale di Milano

8 agosto 2010

I “pretoriani” di Berlusconi, quelli che “Famiglia Cristiana”, giustamente, ha definito “semplici esecutori dei voleri del capo”, del “dominus assoluto” del PdL, sono in affanno, e vanno gridando ai quattro venti (cito, per tutti, il proclama sul “Corriere” di uno di questi, il ministro Frattini) che sarebbe “golpismo politico” se i “finiani” cambiassero alleato. E’ comprensibile: avendo consapevolmente deciso di annullare, in qualche misura, la propria identità, riversandola in quella del proprio “leader carismatico”, dal quale peraltro ricevono ininterrottamente favori, una crisi irreversibile del berlusconismo li schianterebbe. Le affermazioni dello stesso “scudiero” leghista del premier sulla “sacralità” dell’alleanza tra PdL e Lega, che sarebbe tale semplicemente perché votata dagli elettori, sono un’evidente forzatura: in politica non v’è nulla di sacro (per fortuna) e di immodificabile, e Bossi dovrebbe incominciare a rendersi conto che, in realtà, parte dei suoi elettori, votando Lega Nord, non avevano e non hanno intenzione di legarsi mani e piedi ai destini dell’uomo di Arcore (e di Macherio), che non hanno mai amato. In realtà, il “gruppo Fini” persiste nel dichiarare (obbligatoriamente, direi, in questa fase) che non intende “rompere” sul programma della coalizione, ma che si riserva di assumere una posizione critica sui punti non negoziati a suo tempo. Che riguardano prevalentemente, vedi il caso, le questioni “personali” del Capo, e dunque, tanto per cambiare, le ulteriori leggi “ad personam” sul tappeto, e i temi (in qualche misura collegati) della giustizia e della legalità. E’ una situazione, peraltro, che evidentemente non reggerà, per cui si arriverà presto, come molti pensano, allo “showdown” definitivo. Perché, in realtà, la questione è più di fondo: come traspare dalla lettura del mensile “Caffeina”, vicino a questa “nuova” destra, i “finiani”, i quali vogliono ancora “fare politica”, e non appartenere a una formazione che sia semplicemente “di contorno” al leader, hanno definitivamente sperimentato, com’è stato rilevato, “di che pasta è davvero fatto Berlusconi”, e che cos’è l’Italia berlusconiana. “La peggiore delle Italie che ho visto”, scrisse a suo tempo in argomento, ci ricorda “Repubblica” in questi giorni, il grande Indro Montanelli. Cioè, un giornalista (e non solo) davvero liberale, al cui confronto impallidiscono gli attuali opinionisti politici sedicenti tali (oltre che “moderati”), che nulla hanno mai scritto, nei loro editoriali, per contrastare davvero questo fenomeno. Che “sta distruggendo la nostra democrazia”, ha detto bene Enrico Letta, lui sì indiscutibilmente un moderato, nonostante tale affermazione. L’Italia berlusconiana, che governa ormai, con qualche interruzione, da un quindicennio, è la stessa nella quale, ribadisce il settimanale cattolico, l’evasione fiscale sottrae all’erario (in un crescendo indubitabile nonostante i proclami sui “ricuperi”) miliardi e miliardi di euro. D'altronde, per il premier si tratta di un fenomeno comprensibile e giustificabile. E quindi, con le “finanziarie” tremontiane, per contrastarlo, il suo governo abbozza sempre azioni di dubbia efficacia. Un’Italia nella quale, altresì, l’attività delle mafie (che non sono un “teorema” dei giudici “politicizzati”) produce altrettanti miliardi e miliardi di fatturato, e la corruzione ne brucia decine e decine. Ma “questo è il governo che più degli altri ha contrastato mafia,’ndrangheta e criminalità”, proclamano quotidianamente, un po’ “smarroneggiando” (l’allusione è al nome del ministro degli interni), il capo dell’esecutivo e i suoi corifei. Verrebbe da replicare che il tutto avviene grazie alla magistratura e alle varie polizie, e ...nonostante il governo! La stessa rivista sintetizza poi più complessivamente la situazione del nostro paese parlando di “impotenza morale” e di “disastro etico”, di fronte al quale si registra una rassegnazione generale, una mancata indignazione da parte di un’opinione pubblica del resto piuttosto narcotizzata dai “media” del padrone di Mediaset, e non solo, aggiungo io. Gli attuali possessori della “golden share” cattolica del “sistema” berlusconiano, i “ciellini” alla Lupi e ... Compagnia (delle “opere”, s’intende), che da tale sistema traggono indubbi benefici, s’indignano contro il giornale  dei “Paolini”, così come s’indigna qualche altro ministro cattolico (magari di quelli capaci di organizzare, per il proprio compleanno, feste giusto in stile paraberlusconiano, perlomeno quanto a”sfarzo”). La realtà, però, è questa, come ha compreso lo stesso Casini, che pure ha sostenuto per anni, rendendone purtroppo più “densa” la caratura filo clericale e pseudo cattolica, quel “sistema”. Viva Fini, perciò, e viva Casini. Anche se il quadro che si sta prospettando crea, paradossalmente, ansia nello stesso Partito democratico. In proposito, sul da farsi, a me, che pure, alle primarie, non ho votato per l’attuale segretario, convince in buona misura la posizione del già citato vice di Bersani, quale è apparsa ultimamente sulla stampa. L’obiettivo finale del premier è di arrivare al Quirinale. Una prospettiva che dovrebbe allarmare gli stessi “moderati” del centrodestra, perché sarebbe irresponsabile spedire al vertice dello Stato il personaggio decisamente meno adatto a rappresentare il punto di equilibrio tra le  diverse (e contrapposte) pulsioni politiche del paese. E che occorre fare perciò l’impossibile (continuo il ragionamento di Letta) affinché non si avveri.  Urge, pertanto, lavorare per un’alleanza la più ampia possibile, che comprenda inevitabilmente, oltre al PD (e alla sinistra “responsabile”), Fini e Casini, ma anche Di Pietro. I “neocentristi”, infatti, collegandosi in qualche modo col Presidente della Camera, non potranno che sponsorizzare la linea della “legalità”. E allora dovranno accettare il capo dell’IDV, imponendogli eventualmente di rendere meno “rozzo” il suo “giustizialismo”. Quest’ultimo, per parte sua, se davvero vuole la sconfitta di Berlusconi, non potrà avere preclusioni sui primi. Se l’attuale governo va in crisi, precisa meglio il vicesegretario democratico, e io convengo, prima di andare a votare, qualunque cosa dicano i “berluscones” (che prenderanno di mira, allora, il Presidente della Repubblica, sperabilmente non con i toni “squadristi” del Feltri di oggi), è necessario provare con forza a dar vita a un esecutivo di transizione, che approvi, innanzitutto, una nuova legge elettorale. Che cancelli la “porcata”. Una scelta che incontrerebbe il favore dell’opinione pubblica, recando un certo vantaggio all’attuale opposizione. Personalmente sono per il ritorno ai collegi uninominali, di dimensioni medio-piccole (e all’obbligo delle “primarie”, nel PD), ma è ovvio che bisognerà capire quale può essere la soluzione che mette d’accordo gli “alleati”. Impresa ardua, indubbiamente. Il nuovo esecutivo dovrebbe occuparsi altresì  di poche altre questioni importanti e urgenti (questa, però, sa di “mission impossibile”, nella situazione che si prospetta), e portarci, poi, alle elezioni generali. Che si terrebbero dunque tra qualche mese. Resta ovviamente aperto il problema del candidato premier di questa “alleanza”. Ho la netta impressione, in proposito, che sia meglio cercare un nome in qualche misura “nuovo”, gradito al “Nord”, vivace ma non eccessivamente “estroverso”. ... Fate voi i nomi.

 

 

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