Democrazia e Istituzioni

Rispettare il giuramento di fedeltà alla Costituzione

Appello dell'Associazione “SALVIAMO LA COSTITUZIONE: AGGIORNARLA NON DEMOLIRLA

Oscar Luigi Scalfaro

Presidente dell'Associazione

24 Gennaio 2011

Il 24 gennaio 2011, sotto la presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, il Direttivo nazionale dell’associazione “Salviamo la Costituzione” ha approvato all’unanimità il seguente appello:

“Nel 2006 un referendum popolare respinse a grande maggioranza il più grave tentativo di demolire il nostro sistema costituzionale, accentrando tutti i poteri nelle mani del Presidente del Consiglio.

Ignorando il risultato del referendum, lo stesso tentativo di sovversione della Costituzione repubblicana rischia oggi di realizzarsi in fatto, con procedimenti, iniziative e comportamenti che ne mettono in discussione i principi fondamentali: la divisione dei poteri, il ruolo del Parlamento, l’indipendenza della Magistratura, il ruolo del Capo dello Stato.

L’impegno delle istituzioni per risolvere i problemi dei cittadini italiani lascia sempre più il passo alla esasperata ricerca di strumenti ed espedienti per rafforzare i poteri del capo del Governo, garantirgli una totale immunità, asservire il Parlamento ai suoi voleri e interessi personali, emarginare le Istituzioni di garanzia (dal Presidente della Repubblica alla Magistratura), condizionare l’informazione al fine di manipolare le idee e le scelte dei cittadini.

Nei fatti, si restringono sempre più gli spazi di reale partecipazione democratica e l’effettività dei diritti di libertà politica.

Rivolgiamo a tutti coloro che rivestono responsabilità istituzionali un forte appello a rispettare il giuramento di fedeltà alla Costituzione e dunque ad astenersi da scelte e comportamenti che ne violino i principi e a prendere tutte le iniziative necessarie per rimuovere le situazioni di incompatibilità e ristabilire il rispetto dei valori costituzionali.

A tutte le cittadine e i cittadini rivolgiamo l’appello a una forte mobilitazione per la difesa e l’attuazione della Costituzione e a viverne nelle quotidianità lo spirito e i valori.

Solo su queste basi l’Italia può risorgere e risorgerà”.


L’Italia non è Italia se non ci sono i cattolici

  Bartolo Ciccardini
dal n°4 di "Camaldoli"
 20 Gennaio 2011

Questo nostro periodico on-line si era proposto tra i suoi obiettivi quello di tenere vivo un dialogo fra i cattolici impegnati in politica, anche se schierati su diversi fronti e a questo compito abbiamo adempiuto sia riportando le aspirazioni di unità provenienti dalle diaspore, sia valutando attentamente il contributo democratico cristiano che vi era nell’azione politica, anche se praticata, in soggetti politici diversi. Per poter far questo abbiamo scelto deliberatamente di non parlare del Presidente del Consiglio, i giudizi a proposito del quale sono così divergenti, da essere un ostacolo e non un incentivo ad un fruttuoso dialogo.

Questo nostro proposito si trova di fronte ad una dolorosa impossibilità di conciliare l’inconciliabile. Nella valutazione degli ultimi avvenimenti, nella quale di proposito non vogliamo entrare, dobbiamo constatare con dolore che viene violata la priorità dei valori morali a cui ci si deve attenere in ogni situazione. Abbiamo visto  che nella tesi sostenuta da molti cattolici schierati dalla parte del Premier, la tesi del complotto (che ha pur tuttavia alcune giustificazioni nella sovrabbondante attività della magistratura) passare in primo ordine rispetto alla sacra inviolabilità della persona umana che risulta oppressa, in molti avvenimenti di cui si discute, mentre dovrebbe essere sempre e comunque al primo posto della graduatoria dei valori cristiani.

Qualcosa del genere era successo anche nella mancata difesa del Direttore dell’Avvenire, dove la preoccupazione politica aveva fatto premio sulla prima e necessaria difesa del valore della persona umana. Fortunatamente in questa occasione la presa di posizione delle principali fonti di informazione cattolica non ha alcun dubbio nel riaffermare: “non licet”. Tuttavia non si può constatare con dolore e timore che l’accorata e leale difesa da parte di esponenti cattolici della maggioranza, crea una grave spaccatura quando non rispetta le priorità morali della nostra concezione della vita. Questa spaccatura si era introdotta anche nel sentire della Chiesa, diverso fra le altre gerarchie e le strutture periferiche, causa di un malessere che potrebbe diventare grave.

Questa spaccatura potrebbe rendere definitiva e mortale la differenza di giudizio già di per sé grave esistente nella diaspora cattolica. E questo ci preoccupa nel momenti in cui nei gravi problemi del paese si sente come terribile anomalia l’assenza del pensiero democratico cristiano. In Italia, di fronte ad un evento epocale come la violenta mutazione dei contratti di lavoro, non si è sentita una sola parola sulla collaborazione nell’impresa, sulla partecipazione agli utili, sull’inserimento dei lavoratori sulla gestione dell’azienda che è un caposaldo del pensiero sociale cristiano riaffermato con forza nelle ultime encicliche di Papa Benedetto. Ci si accorge ogni giorno che l’Italia non è Italia senza una presenza cosciente dei cattolici. Perfino nei giorni dell’unità italiana in cui era più grave il conflitto a causa della Questione Romana l’assenza dei cattolici era apparsa così grave. Seppur in difficoltà, l’idea di un Italia libera e indipendente, che era propria della visione cattolica della storia, era viva e pregnante. Nel 1867, il conte Mario Fani, che fonda l’Azione Cattolica assieme a Giovanni Acquaderni, sette anni dopo la fondazione del Regno d’Italia e tre anni prima della presa di Roma, scrive una lettera appassionata in cui pretende fortemente, senza reticenze o tentennamenti, che la società della gioventù di Azione Cattolica si chiami “italiana”. Perché ? Perché una Italia senza i cattolici, o con i cattolici irrilevanti nella loro diaspora, non è Italia.

P. S. La Signora che ha preso l’affidamento di una giovane prostituta minorenne consegnata a lei dalla Questura perché ritenuta affidataria, degna di fede, ha riportato la giovine nelle mani dei suoi sfruttatori. Questo è un fatto agli atti, senza alcun bisogno di eccesso di indagini e di intercettazioni. La signora fa parte dei consiglieri regionali direttamente eletti nel listino del Presidente Formigoni. Ci si aspetta, se non una richiesta di scuse (poiché il Presidente ha evidentemente subito questo inserimento) almeno un atto di dolore per la incresciosa circostanza.

Apostolato

Vincenzo Ortolina

Coordinatore di Agire Politicamente per la Lombardia

5 gennaio 2010

« L'Avvenire si deve sempre leggere, per un credente, con attenzione e considerazione. Il suo è un monito di cui tenere conto, ed è anche condivisibile », si è affrettato a dire il buon Casini, qualche settimana fa, dopo l’intervento del direttore del quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, il quale ha sostanzialmente, seppur indirettamente, fatto capire che il “matrimonio” tra il leader UDC e il “laicista” Fini non si ha da fare. E, a sostegno del giudizio del quotidiano cattolico, è subito arrivato il commento del “neo-teologo” Maurizio Gasparri, che ha dato appuntamento ai “centristi cattolici” sulla legge sul testamento biologico. Discutibile (a dir poco) arma di scambio, che sarà forse giocata davvero, al momento opportuno (dunque a breve), dal centrodestra, soltanto per provare a “comprare” anche i voti dell’Unione di Centro, indispensabili per la sopravvivenza di Berlusconi & Company.

Sul tema, da cattolico, trovo francamente un poco sgradevole la stessa proposta della Binetti di istituire la “giornata degli stati neurovegetativi” proprio nel giorno che ricorda l’”addio” di Eluana Englaro, occasione che sarà sfruttata inevitabilmente dalla “cattolicissima” maggioranza che ci governa (fatta in realtà, prevalentemente, di “atei devoti”) per dimostrare che nel paese esiste un partito “pro vita” (il loro) e uno (quello degli altri, la sinistra) favorevole alla morte, all’eutanasia, magari anche attiva. Non importa se costoro stanno sbagliando, dal punto di vista elettorale, i calcoli, essendo prevedibilmente scontato, io credo, quale sarebbe, nell’Italia “secolarizzata” di oggi, l’esito di un eventuale referendum che chiedesse ai cittadini se sono favorevoli o meno, nella parte estrema della loro vita, all’accanimento terapeutico, e se condividono l’obiettivo di dare ai malati un maggiore controllo sulle cure che ricevono. Perché tale è la questione in gioco, a me pare, al di là delle strumentalizzazioni. Conquistare dunque l’UDC sui temi etici - tra cui, appunto, il fine vita - è l’aspirazione del centrodestra (Bossi, probabilmente, a parte). Che si crede, così, in piena sintonia con la gerarchia cattolica. Un vanto discutibile, se si considera quanto ha scritto ultimamente, sul “Corriere”, Alberto Melloni: « ... dagli anni del fascismo, la Chiesa ha imparato ad appoggiare uomini che disprezza nell’illusione di avere in cambio garanzie di carattere morale ».

Illusione doppia, viene da dire, nell’era berlusconiana, pur a prescindere da ogni valutazione su quale possa essere il personale concetto di “morale” dell’attuale capo del governo. Il dichiarato compiacimento, anzi, il “plateale sollievo” (definizione del citato giornalista) dei vertici ecclesiastici per il recente, scampato pericolo da parte del governo Berlusconi, ha suscitato sconcerto in una parte non irrilevante della “base” cattolica. E non si tratta, sia chiaro, di soggetti del tipo “cattolici del dissenso”, o di nostalgici della “teologia della liberazione” degli anni “60. Anche perché non c’è in ballo alcuna verità teologica, in materia, a me sembra. Magari, più semplicemente, è gente che ama leggere tuttora “Famiglia cristiana”, nonostante qualche appello al boicottaggio di talune componenti integraliste del mondo cattolico. E che considera si debbano forse ritenere “irrinunciabili”, per un cristiano, anche le scelte solidaristiche, l’attenzione - non solo compassionevole - ai deboli e agli emarginati, agli immigrati, eccetera. Valori, anche questi, nuovamente enunciati, del resto, nell’ultima settimana sociale, a Reggio Calabria. Staccare (con qualsiasi mezzo) l’UDC e i cattolici FLI dal presidente della Camera, soffocando il “terzo polo” nella culla, è dunque l’obiettivo fondamentale, in primis, dell’Unto del Signore che è a capo dell’esecutivo, naturalmente. Il quale, nelle ultime ore ha di fatto ribadito (urbi et orbi?), ovviamente con parole diverse da queste mie, che a Lui è assegnata la missione di resistere, al governo, per il bene del Paese (o dell’umanità?). Così vogliono (queste sono davvero parole sue, all’incirca) santa, romana Chiesa, appunto, e il mondo confindustriale. E soltanto i comunisti (tra i quali il sottoscritto, pur da sempre “democristiano”?), sempre vivi, sempre in agguato, sempre mistificatori (giusto come Satana?) tentano pervicacemente, sobillati dai giudici, di opporsi a quest’opera meritoria di apostolato del premier.

Oh Gesù!

Sul "patto di riscossa repubblicana”

Vincenzo Ortolina

Coordinatore di A.P. per la Lombardia

12 gennaio 2010

Il buon Casini ha dunque proposto una sorta di “pacificazione” nazionale (subito benedetta, guarda caso, dai “berlusconiani”), che passi attraverso il sostegno, in Parlamento, a iniziative serie del governo.  Qualcosa di simile ripete oggi Fini, in un’intervista a Repubblica.  Ma se l’esecutivo da sostenere in una logica “patriottica” è l’attuale, ciò ha poco senso.  Perché la pacificazione è possibile se l’accordo coinvolge perlomeno il maggior partito di opposizione, e il PD, per quanto entrambi i citati leader affermino di pensare al paese, e non agli interessi di Berlusconi, non accetterà mai, ovviamente, di stringere patti impegnativi con l’attuale premier.  Del quale ritiene anzi ci si debba liberare al più presto, proprio per salvare l’Italia.  Antiberlusconismo stantio, questo, come talvolta si sussurra anche in ambienti “democratici”? Come risposta, basterebbe ricordare le lucide e grevi accuse politiche contro il capo del PdL e il suo sistema lanciate dallo stesso presidente della Camera (che, certo, poteva “svegliarsi” prima) negli ultimi mesi.  Accuse che non divergono molto dal pensiero di quanti, nel centrosinistra, ritengono che l’era dell’uomo di Arcore al governo abbia prodotto, come ha ben scritto su Europa un esponente piddino, “un disfacimento della nazione d’ordine essenzialmente morale”.  Gli esempi sono tanti e noti, e non è qui il caso di enumerarli.  Lo stesso, ultimo tentativo del premier, tuttora in corso, di salvarsi con l’arrivo dei “voltagabbana” (altro che responsabili!) finisce con l’aggravare la crisi, aumentando in particolare la disaffezione alla politica dei cittadini.  L’opinione di molti (e mia), dunque, è che Berlusconi non è più in grado di governare seriamente il paese, se mai l’ha fatto.  Stupisce, così (e, per quanto mi riguarda, un poco mi turba), il fatto che una parte delle gerarchie cattoliche continui a pensare di offrirgli, invece, una qualche sponda.  Ha provato a spiegarne le ragioni, anche ultimamente, Alberto Melloni, sul “Corriere”, e non sono parse tutte convincenti.  Perché “questo premier non è soltanto il male minore (come sembrano pensare, appunto, le suddette gerarchie), ma è l’uomo del disastro, e la sua continuità potrà portare solo disgrazie”, è stato autorevolmente affermato.  Tornando al terzo polo, esso è ancora in “gestazione”, in verità, ma nascerà, nonostante il goffo tentativo del direttore di Avvenire (e dei suoi referenti?) di provare a impedirlo.

Anche perché, comunque sia, la distanza non solo di Fini, sopra accennata, ma anche di Casini, da Berlusconi, sembra ormai irrecuperabile, nonostante le aperture alla maggioranza, che D’Alema definisce, io credo saggiamente, “schermaglie”.  I due capi del terzo polo (a proposito: Rutelli, dove sei?), ha affermato giustamente Bersani, non potranno allora menare a lungo il can per l’aia.  Dovranno, dunque, rendersi conto definitivamente che non si esce dal berlusconismo restando nell’ambito del centrodestra.  Che non potranno mai condizionare, attuale padrone del PDL imperante.  Per quanto appaia inusuale, è positivo, perciò, nella situazione data, l’appello del segretario PD “a tutte le opposizioni, di centro e di centrosinistra”, per un patto di “riscossa repubblicana”, che non mi sembra precisamente la stessa proposta dei neocentristi.  Aveva echeggiato qualcosa di simile, settimane fa, lo stesso Franceschini, a conferma di una linea che si sta imponendo nel maggior partito di opposizione, o quantomeno all’interno della sua maggioranza, e che sarà discussa nella direzione di domani (quella “parallela” di oggi dei giovani “rottamatori” non mi pare una gran trovata).  Veltroni, capo, “popolari fioroniani” permettendo, della minoranza, si è dichiarato disponibile, se ho ben compreso, a collaborare col segretario, in ragione dello stato di emergenza.  Anche se la linea di Movimento democratico resta quella di ridefinire l’identità del PD, il progetto politico e i programmi, perché “le alleanze vengono dopo”.  L’esigenza dell’accentuazione politico-programmatica credo non sia certo disconosciuta da “bersaniani” e “franceschiniani” (e loro supporter), pur considerando che l’elettore medio raramente approfondisce, in vista del voto, i programmi elettorali dei partiti, e sceglie in base anche ad altre motivazioni.  Ma se oggi il problema, come detto, è di superare l’emergenza e di chiudere l’epoca (nefasta) del berlusconismo, la questione delle alleanze resta fondamentale e urgente.  E’ dunque giusto chiamare a raccolta tutte le forze del centro e della destra disponibili, col centrosinistra, a una battaglia che davvero è nell’interesse obiettivo della nazione.  Si tratterebbe di un’alleanza (comunque venga declinata) basata soltanto su un comun denominatore “minimo”, e dunque sbagliata, come obietta qualche nostro amico, qualora fosse troppo allargata? Consideriamo, allora, i contenuti di questo possibile denominatore: la strenua difesa del presidente Napolitano, le cui recenti, apprezzabili prese di posizione sulla vicenda del 150° anniversario dell’“Unità d’Italia” e sull’affaire Battisti hanno molto infastidito il PDL da una parte e la Lega dall’altra; come anche della sua posizione sulle prerogative del capo dello Stato in caso di crisi di governo; la volontà di costruire un’ipotesi di governo “straordinario” o di transizione prima delle elezioni – pur nella consapevolezza che l’attuale capo dell’esecutivo non mollerà mai spontaneamente -, oppure dopo.  Un esecutivo presieduto da un premier di garanzia che difficilmente, credo, potrà rispondere al nome di Tremonti.  E che si occupi di poche questioni, dettate, appunto, dall’emergenza.  In primis, la ridefinizione delle “regole del gioco” (legge elettorale compresa), in qualche misura “truccate” dal berlusconismo.  Compresa la soluzione del conflitto d’interessi, al cui riguardo ho personalmente considerato che forse non è esagerato definire l’attuale un semiregime guardando il TG5 serale dell’ultimo dell’anno: infiniti minuti di filmati con l’”Unto del Signore” in tutte le pose e situazioni.  Roba alla “Gheddafi”, vien da dire.  Per non parlare delle molteplici comparsate del premier, al momento opportuno, sulle reti sue o “amiche”, TV pubblica compresa, sulla quale, comunque vada, c’è chi lo supplisce bene, se necessario.  Le connesse riforme istituzionali, con attenzione primaria alla grave questione degli ormai insopportabili costi della politica, che non riguardano soltanto il Parlamento.  Un inciso a proposito delle Regioni, cui la Costituzione affida una funzione prevalentemente di pianificazione e di programmazione, mentre le funzioni amministrative sarebbero tutte, salvo eccezioni, degli enti locali: ho capito, stando in Lombardia, come si può governare un tal ente a vita: colonizzando la sanità (che è sostanzialmente “il”bilancio” della Regione), e distribuendo direttamente, dall’alto, ogni anno, decine e decine e decine di migliaia di “bonus” di tutti i tipi: sono 330 mila le quote di “dote scuola” erogate l’anno passato, si vanta Formigoni, in proposito! Bisognerebbe, poi, affrontare seriamente il tema “giustizia”, e magari anche approntare leggi che impediscano il nascere e lo svilupparsi delle “cricche”, diventate “di moda”, con questa maggioranza.  Argomenti, quelli sopra evocati, ai quali non può non essere sensibile il terzo polo.  Ho invece molti dubbi, nonostante UDC e FLI insistano nel pretendere il confronto anche in tal senso, che siano possibili significative convergenze, su queste materie, con l’attuale maggioranza, finché il dominus resterà Berlusconi.  Certo, vi sono poi: la necessità di aggiustamento della linea economica in direzione dello sviluppo, la questione fiscale, quella sociale, che ricomprende anche gli argomenti della disoccupazione giovanile, del precariato, della rappresentanza dei lavoratori nelle fabbriche cui ci rimanda la vicenda Fiat.  E, su queste stesse questioni, difficile pensare che le visioni di centrodestra e centrosinistra collimino.  Per cui credo non sarebbe possibile mettere troppa carne al fuoco, in ogni caso.  Anche perché stiamo parlando di un governo di transizione, che porti il sistema alla “normalità”, chiudendo l’epoca del berlusconismo.  Dopo, ciascuno ritorna ai propri, distinti ruoli.  C’è, infine, il tema “federalismo”, sul quale il Partito democratico sembra sollecitato a chiarire la propria posizione anche prima dell’eventuale show down definitivo con Berlusconi: non so se Casini voglia barattare davvero (e impropriamente) il suo voto favorevole con il quoziente familiare. Per quanto riguarda il PD, Europa ha scritto che le leggi in approvazione, per come formulate, cambiano il paese più in male che in bene; che i decreti, per come sono fatti, sono inattuabili o peggiorano la situazione degli enti locali.  E ha ricordato che i democratici hanno già votato contro il decreto sui costi standard.  Quale scambio mai, perciò? In conclusione: un possibile governo “straordinario” o di transizione tra progressisti e moderati, che veda insieme, da questa parte, PD e Terzo Polo, come auspica apertamente Fioroni, e chiuda la porta a sinistra? E lasci fuori, cioè, i “giustizialisti” alla Di Pietro e i “sognatori utopici e profetici” alla Vendola, che assommati potrebbero raccogliere (facendo il “pieno” a sinistra, tanto più se esorcizzati) una percentuale non lontana da quella di Casini più Fini (più Rutelli)? Personalmente mi chiedo se abbia senso escludere da un’alleanza che, quale ne sia, come già detto, la formula, punta anche a ripristinare il senso di legalità, una forza come l’IDV, pur carica di errori e di esagerazioni.  E, circa la necessità di mettere insieme sensibilità che abbiano cultura di governo, mi domando: il capo di SEL non sta forse amministrando bene (a quanto sappiamo), pragmaticamente, la sua Regione, e non è dunque, di fatto, uomo di governo? Ma PD più Terzo Polo più Italia dei valori più Sinistra e libertà è semplice utopia, si dirà.  Può darsi.  Forse, però, non più del semplice accordo tra il PD e la nuova formazione “centrista”.  E in ogni caso sarebbe davvero un gran botto!


COSTITUZIONE

difendila


Gustavo Zagrebelsky, Paul Ginsborg e Sandra Bonsanti
per tutta Libertà e Giustizia

20 Gennaio 2011

Questo è l'appello per le dimissioni del Capo del Governo lanciato da Libertà e Giustizia. E' stato lanciato in inglese e tradotto ora in molte altre lingue. E' il tentativo anche di salvare la dignità del popolo italiano agli occhi dell'opinione pubblica mondiale.

 

1. Dimissioni
Chiediamo a Silvio Berlusconi di dimettersi immediatamente.
In nessun altro paese democratico un Primo ministro, indagato per così gravi capi di accusa, rimarrebbe in carica. Tutti i cittadini italiani, di qualsiasi credo politico, devono essere consapevoli che l’immagine del loro paese sarà profondamente danneggiata se Berlusconi rimarrà al suo posto.

2. Presenza in aula
Chiediamo a Silvio Berlusconi di non utilizzare la televisione per difendersi e screditare i magistrati grazie al suo considerevole potere mediatico, bensì di presentarsi ai giudici come farebbe ogni cittadino. In tribunale, Berlusconi potrà comunque giovarsi dall’avere ingaggiato gli avvocati più pagati del paese. Speriamo vivamente per lui e per l’Italia che sia in grado di dimostrare la propria innocenza. Visto che Berlusconi e i suoi sostenitori affermano che i giudici sono irrimediabilmente prevenuti nei suoi confronti, ricordiamo che in più di un’occasione gli è stato garantito il beneficio del dubbio. Nel caso Mondadori, ad esempio, la corte giudicò, nel novembre 2001, la posizione di capo del Governo una “circostanza attenuante” che, unicamente nel suo caso, fece cadere in prescrizione l’accusa.

3. Il ruolo del Presidente della Repubblica
In una situazione in cui due dei principali poteri dello Stato – la magistratura e l’esecutivo – si affrontano in uno scontro estremamente pericoloso per il futuro della Repubblica, chiediamo al Presidente Napolitano di valutare la situazione e di intervenire tempestivamente, entro i limiti previsti dalla Costituzione.

4. I partiti di opposizione
Chiediamo a tutti i partiti di opposizione di mettere da parte le loro divergenze e di abbandonare qualsiasi desiderio di primeggiare, chiedendo invece con una sola voce le dimissioni del Premier.

5. Società civile
Invitiamo le numerose associazioni e le centinaia di migliaia di cittadini che si riconoscono nella società civile a concentrare le loro forze e a unirsi in una linea d’azione comune. Chiediamo soprattutto al mondo cattolico di esortare il Vaticano a pronunciarsi su una questione di etica pubblica così rilevante.

6. Gli amici dell’Italia nel mondo
Abbiamo scritto questo appello sia in inglese che in italiano per mandare un messaggio a tutti coloro che all’estero amano la nostra democrazia e le sorti del nostro Paese. Non perdete la fiducia nell’Italia! Abbiamo bisogno della vostra solidarietà e del vostro aiuto.


 


Una sentenza eversiva

(lettera ad "Europa")

Vincenzo Ortolina

Coordinatore A.P. per la Lombardia

20 Gennaio 2011


Caro direttore,

Nella divisione dei compiti tra i molteplici portavoce del premier, mentre a tutti gli altri è suggerito di stare prudenti per ragioni tattiche, tocca all'ex sessantottino (ora sfegatato berlusconiano) Paolo Liguori, che sfrutta subito alcune uscite poco felici di qualche intellettuale di sinistra in verità non più molto in auge, proclamare coram populo la verità (la loro, naturalmente), sulla decisione della Corte costituzionale: si tratta (sostanzialmente) di una sentenza eversiva, che dà a un singolo giudice il potere di sovvertire, appunto, il volere del popolo, che ha scelto l'"Unto del Signore". Secondo me, i giudici, invece, hanno semplice dichiarato che il legittimo impedimento non può trasformarsi, nel concreto, in un legittimo, eterno, impedimento.

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