Democrazia e Istituzioni

“Il respiro della comunità: la città plurale, un modo per vivere l’integrazione nel territorio”

Lugo (RA)

Venerdì 6 maggio 2011 - 20:45

Sala riunioni della Fondazione della Cassa di Risparmio e Banca Monte di Lugo

Via Manfredi, n. 10

Momento di riflessione e dibattito sul tema:

Il respiro della comunità: la città plurale,

un modo per vivere l’integrazione nel territorio”

Relatore

On. Prof. PAOLO CORSINI

  • Docente di Storia Moderna – Dip. di Storia - Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Parma
  • Già Sindaco di Brescia (dal 1992 al 1994 e dal 1998 al 2008)
  • Deputato del Partito Democratico

Saluto di

Claudio Casadio – Vice Presidente della Provincia di Ravenna

Introduzione:

Giuseppe Camanzi

Modera:

Raffaele Coletta


Organizzata da

Associazione “DEMOCRAZIA E VALORI”


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La “confessione” di una toga

Pasquale Profiti

Riportiamo integralmente l’intervento che il pubblico ministero di Trento Pasquale Profiti, da presidente dell’Anm, ha pronunciato all’inaugurazione dell’anno giudiziario.

"Sono un magistrato italiano e oggi rappresento molti altri magistrati come me. A nome mio e a nome loro, oggi, finalmente, confessiamo.

Confessiamo di essere effettivamente degli eversori, come qualcuno ritiene. Applichiamo, infatti, le regole della nostra Costituzione e delle nostre leggi con la stessa imparzialità e impegno agli immigrati clandestini e ai potenti, agli emarginati e a coloro che gestiscono le leve della finanza, della politica, dell'informazione. È vero, siamo degli eversori perché, insieme a Calamandrei, riteniamo la Costituzione e la Corte Costituzionale una "garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il  suo diritto contro gli  attentati  dello  stesso legislatore o del governo". Questo, oggi, vuoi dire essere eversori.

Confessiamo di .essere veramente, come è stato sostenuto, disturbati mentali, perché solo chi è tale continua a credere nel servizio giustizia, quando non sai se il giorno dopo ci sarà qualcuno che presterà assistenza al tuo computer, quando vedi che gli indispensabili collaboratori che vanno in pensione non sono sostituiti, quando per poter lavorare condividi stanze anguste con colleghi o assistenti, quando in ferie scrivi sentenze o prepari provvedimenti, quando, nonostante ciò, sei accusato di protagonismo e di perder tempo in conferenze o convegni.

Confessiamo di non poter sempre soddisfare l'opinione pubblica se la Costituzione e le leggi ce lo vietano perché assolviamo chi riteniamo innocente anche se ciò non porta consensi, condanniamo chi riteniamo colpevole sulla base della rigorosa valutazione delle prove anche quando i sondaggi, veri o falsi che siano, non ci confortano, e valutiamo la responsabilità dei singoli anche quando chi governa vorrebbe una risposta dura, anche a scapito del singolo, a fenomeni di violenza collettiva. Confessiamo, è vero, di sovvertire il voto degli italiani perché avendo giurato sulla Costituzione Repubblicana, riteniamo, con Einaudi, che quella Costituzione imponga ai magistrati di utilizzare i freni che "hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti, scelti dalla maggioranza degli elettori. Quei freni che "tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti agirebbe  in  suo  nome",  quei  freni  che impongono la disapplicazione delle leggi in contrasto con le norme europee o l'incostituzionalità  quando violano norme di diritto internazionale.

Confessiamo di essere politicizzati e non vogliamo essere apolitici come dichiaravano di esserlo la maggioranza dei magistrati fascisti o i magistrati iscritti alla P2 o i magistrati che per avere qualche posto direttivo o semidirettivo si appoggiano a potenti o faccendieri di turno, frequentano salotti buoni, fanno la telefonata agli amici o utilizzano il loro ruolo per avere sconti, gadget, ingressi o servizi gratuiti. Siamo politicizzati e vogliamo esserlo perché applichiamo la legge con il giusto rigore anche a chi governa, a chi potrebbe favorirci, consapevoli che saremmo apolitici solo se non disturbassimo le classi dirigenti, le élite al potere che vogliono essere al di sopra delle regole.

Confessiamo anche di fare proselitismo della nostra  eversione, raccontando in Italia ed all'estero le ragioni della nostra autonomia e della nostra indipendenza, i motivi per cui riteniamo che nel nostro paese, oggi più di ieri, quell'assetto costituzionale della magistratura sia essenziale per evitare che gli interessi di parte prevalgano sempre e comunque sugli interessi della collettività, perché l'Italia non possa  permettersi un diverso assetto della magistratura quando tra i suoi rappresentanti in Parlamento o negli enti locali siedono condannati per reati gravissimi e la giustizia sia terreno di aggressioni inimmaginabili per gli altri paesi democratici.

Confessiamo, una volta per tutte, di essere toghe rosse; siamo rossi, rubando ancora una volta le parole a Piero Calamandrei, "perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria"; siamo rossi anche se non sappiamo cosa ciò esattamente significhi, perché per noi il rosso è principalmente il sangue dei colleghi uccisi per il loro lavoro.

Confessiamo anche di avere dei correi, il personale amministrativo senza il quale non potremmo commettere da soli le nostre colpe; molti di  loro condividono la nostra eversione e i nostri disturbi mentali se è vero che accettano di svolgere lavori superiori alle loro mansioni e al loro stipendio, condividono le nostre stesse stanze anguste, le nostre incertezze sul futuro dei progetti organizzativi ministeriali.

Ci spiace confessare che anche numerosi appartenenti alle forze dell'ordine, incredibilmente, ritengono, come noi, che nessuno sia sopra la legge e vedendoci lavorare quotidianamente si rendono conto che l'eversione di molti di noi è uguale alla loro: rendere alla collettività il servizio per il quale siamo pagati, senza concedere che qualcuno possa stare al di sopra delle regole.

Confessiamo, infine, che per noi il 29 gennaio è la data in cui ricordiamo Emilio Alessandrini, pubblico ministero a Milano che oggi, 32 anni fa, veniva ucciso dagli eversori, quelli veri, quelli che al posto della nostra arma, la Costituzione, utilizzavano le pistole. Mi piacerebbe, signor presidente, che al termine del mio intervento non vi fossero applausi, rituali o spontanei, formali o calorosi che siano, ma il silenzio, magari in piedi, dedicato al collega ucciso dai terroristi, affinché la sua memoria ci illumini oggi e, ancor di più domani”

E tutti, quando Profiti ha finito di parlare, si sono alzati in piedi in silenzio  

La Corte di Cassazione confermi il referendum nucleare

Una coalizione multipolare per un esito elettorale proporzionale

Roma, 30 aprile 2011

 

Proposte e iniziative dei Comitati Dossetti per un rinascimento costituzionale

L’Assemblea nazionale dei Comitati Dossetti per la Costituzione, tenutasi il 29 aprile a Bologna, sulla scia della lezione dossettiana ha rivolto un appello alla base popolare del Paese perché scuotendosi dallo sgomento e dalla frustrazione dell’attuale fase politica, intraprenda una nuova lotta per un rinascimento costituzionale.

L’Assemblea, su iniziativa del prof. Ferrajoli, ha lanciato una proposta per permettere il regolare svolgimento del referendum contro l’energia nucleare. Di fronte alla finzione governativa di rinunciare al nucleare per impedire il referendum, sia i promotori del referendum sia i cittadini dovrebbero chiedere alla Corte di Cassazione, in attuazione della giurisprudenza costituzionale, di trasferire il quesito referendario su quella parte del decreto governativo che prevede entro 12 mesi il varo di una “Strategia energetica nazionale” che, alla luce del contesto politico e legislativo, chiaramente include l’ipotesi di una opzione nucleare, e dunque va in senso contrario a quello voluto dal referendum.

L’Assemblea ha inoltre chiesto a tutte le opposizioni un voto contrario al governo nella votazione parlamentare del 3 maggio sulla guerra alla Libia perché, anche nell’ipotesi, sostenuta da molti, di una guerra legittima e opportuna, in nessun caso essa può essere sostenuta e gestita dall’attuale esecutivo.

È stata sottolineata – anche sotto questo profilo – l’urgente necessità che venga provocata una crisi per giungere a un nuovo governo e a nuove elezioni. Come è stato esplicitamente ammesso da autorevoli fonti americane (Luttwak), la mancata consultazione di Berlusconi nelle decisioni riguardanti la guerra e l’attuale rarità dei contatti tra i maggiori capi dell’Occidente e il premier italiano dipendono dal discredito e dal danno politico che da tali frequentazioni essi temono di trarre nei confronti delle loro opinioni pubbliche e dei loro Parlamenti.

Quale che sia la politica giusta che l’Italia potrebbe oggi fare nello scacchiere internazionale, di fatto non ha il prestigio per farne nessuna.

La demolizione poi delle garanzie giurisdizionali perseguita dal governo, con il suo punto finale di caduta nella riforma costituzionale della giustizia, come ha chiarito Domenico Gallo, rende tutta l’architettura istituzionale dello Stato e l’intero sistema dei rapporti tra pubblico e privato prossimi alla rottura.

La crisi dello Stato e dei suoi rapporti coi cittadini si aggrava inoltre nella crescente confusione dei conti pubblici, per la mancanza della trasparenza e controllabilità della spesa delle amministrazioni pubbliche previste dalla legge 196 del 2009.

Nella prospettiva delle elezioni, o anticipate o alla naturale scadenza, diventa vitale peraltro la questione della legge elettorale, quando ormai il bipolarismo, che per definizione è fondato su due poli, è superato per l’esistenza di un terzo polo già presente in Parlamento e di altri esistenti al di fuori. Un sistema elettorale che con i combinati artifici del premio di maggioranza e degli sbarramenti pretenda di ridurre il multipolarismo esistente a un bipolarismo coatto, porrebbe fin dall’inizio la prossima legislatura sotto il segno di una insensata violenza.

Pertanto è necessario o riformare la legge elettorale prima delle votazioni, o andare alle elezioni con una coalizione multipolare, che colleghi tra loro, come suggerito dalla legge, i protagonisti pur diversi della competizione politica; una coalizione non di governo ma ispirata a patriottismo costituzionale che, superando la soglia al di sotto della quale scatta il premio di maggioranza, di fatto farebbe funzionare la legge Calderoli come una legge proporzionale e multipolare, permettendo così a un maggior numero di cittadini di partecipare all’identificazione delle migliori soluzioni di governo.

Questa proposta che i Comitati Dossetti, come ha detto il loro presidente La Valle, presentano come un rimedio “audace e inconsueto” per far fronte alla grave emergenza democratica in atto, è stata illustrata e vigorosamente sostenuta dai giuristi e costituzionalisti Onida, Ferrajoli, Dogliani, Gallo, ed è stata fatta propria dell’Assemblea.

Il dialogo con i partiti su questa ipotesi è cominciato con gli interventi degli on. Orlando e Ferrero, che hanno espresso il loro interesse e una parziale accoglienza della prospettiva.

A proposito dei partiti il prof. Dogliani ha ricordato, anche come monito per il presente, la responsabilità storicamente accertata che essi hanno avuto, anche per i loro errori, nella genesi di molti regimi autoritari.

L’Assemblea ha infine rilevato che, al di là delle concrete scelte elettorali, è necessario un processo di profonda revisione culturale, anche nel centrosinistra,  per il superamento del mito del bipolarismo, quando esso non solo non corrisponde più all’effettività del sistema politico ma ha ormai dimostrato, almeno nell’esperienza fattane fin qui, la sua incompatibilità con la Costituzione. Constatazione che sarebbe a tutti ben più evidente se la politica e il fare politica tornassero a essere messi in rapporto con la riflessione e l’analisi culturale.

Per il perseguimento di questi obiettivi è stata avanzata da molti delegati l’esigenza di un collegamento e di un’azione comune tra i molti comitati gruppi e associazioni impegnati nella difesa e sviluppo della Costituzione e interessati alle ragioni di una rappresentanza proporzionale e senza vincoli di mandato, e tanto meno di mandati imposti dall’alto. Una sensibilità comune su questi problemi e questi indirizzi potrebbe suscitare molte azioni comuni, alle quali i Comitati Dossetti  si sono detti del tutto disponibili a partecipare.

 

Vedi documento preparatorio dell'"Assemblea Nazionale – Bologna 29 aprile 2011"

Crac sì

Vincenzo Ortolina
Milano, aprile 2011
 

Sempre più frequentemente, l’onorevole Giorgio Merlo c’invita, su “Europa”, ad abbandonare l’”antiberlusconismo ideologico” che alberga anche in casa PD. “Bisogna andare oltre”, ci dice, “per candidarci a guidare il paese con un profilo riformista”. Che non può nascere “se il pianeta Berlusconi continua a condizionare pesantemente ogni nostra riflessione”. Pertanto, è il suo messaggio, guardiamoci dall’inseguire il “popolo viola, Santoro, il dipietrismo”. Mi permetto allora di chiedergli subito se ha “piena contezza” di quanto è accaduto proprio nell’ultimo “fine settimana”: mi riferisco, è ovvio, alle ennesime esternazioni del “premier”, sempre più “deliranti”. In proposito ho ascoltato quasi per intero, con un pizzico di masochismo, il suo discorso di Milano a sostegno della Moratti, accolto dai “fan” con molti stolidi applausi ma anche con evidenti perplessità: una rivendicazione narcisistica (Gheddafi’s style?) della perenne vitalità del “berlusconismo” da lui generato, seguita da un accentuato, cruento proclama di “guerra” contro chiunque, magistratura in primis (ça va sans dire), osi provare a metterlo in discussione. E, per quanto riguarda le “amministrative”, dall’imperativo a politicizzare parossisticamente le stesse. Un intervento condito, poi, di vanagloriosi riferimenti alla sua storia di imprenditore di successo, raccontata, ovviamente, omettendo quei lati un po’ oscuri della stessa che ci vengono di tanto in tanto rimembrate dalla stampa non berlusconizzata. Reso un commosso omaggio a Craxi (la cui memoria, forse, sarebbe meglio difesa se fossero altri a farlo), il “nostro” si è lanciato anche, un po’ troppo prevedibilmente, contro l’ideologia “comunista”, che ha prodotto solo massacri, in particolare in quel mondo “cristiano” del quale egli si sente (nonostante i “bunga bunga”) il rappresentante pro tempore per l’Italia. Un’ideologia infame tuttora perseguita, è la sua farneticante convinzione, non soltanto dai veterocomunisti della sinistra estrema ma anche dai riformisti (socialdemocratici, liberaldemocratici e cattolico-democratici) del PD, nonostante il viso emilianamente bonario di Bersani. Nel suo milionesimo attacco ai giudici, Berlusconi si è ben guardato, naturalmente, dal rimembrare chi presidiava il Tribunale, ai tempi di Tangentopoli, osannando i magistrati e sollecitando una giustizia severa per i “rei”. Tra gli spettatori plaudenti di prima fila, a Milano, il plenipotenziario ciellino Maurizio Lupi, di norma troppo impegnato ad apparire in Tv e dunque con poco tempo a disposizione per ascoltare le sempre più sagge e confortanti parole del suo cardinale, Dionigi Tettamanzi. Delle infinite parole del capo del governo avrà apprezzato in particolare, da buon cattolico, i riferimenti ai valori della famiglia, distrutti, ahimè, dalla scuola pubblica, ma che saranno ripristinati grazie al personale sforzo e agli esempi che fornirà in proposito l’uomo che abita la nota villa di Arcore. Il messaggio “ideologico” del capo PdL è stato prontamente recepito, ancor prima, dalla Moratti, la quale ha infatti accusato Pisapia di essere abortista, favorevole alle droghe leggere, e quanto altro. Poco importa se si tratta di temi che non hanno quasi nulla a che vedere con elezioni “amministrative”: viva la propaganda! A riguardo dei valori, tanto più dopo questo week end, io sono convinto sia giunto, per il mondo cattolico in generale, il momento di una profonda riflessione: sostenere tuttora questo Berlusconi non è più oltre modo possibile, mi pare. Chi resiste, “ciellini”, “rotondiani” e “giovanardiani”, eccetera, lo fa per altre ragioni, non per i valori (parlo di quelli immateriali, ovviamente). Tornando, in ogni caso a Giorgio Merlo, e per chiudere: giusto provare a liberarci dall’ossessione berlusconiana; giusto pensare e preparare il “dopo”. Ma non ci sarà alcun “dopo” se non ci liberiamo dell’enorme macigno che sbarra la strada al futuro. Il “nostro” ha fatto sapere con la consueta arroganza che non mollerà mai, sua sponte. Giusto proporre allora al paese un nuovo progetto di governo alternativo, convincente per i “moderati”. La domanda, però, è: in una situazione tanto anomala possono bastare le “normali” regole dello scontro politico? E possibile pensare che “l’Unto del Signore” possa essere sconfitto facendo gli schizzinosi con il “popolo viola”, con la “piazza”, con i “dipietristi”, con i “comunisti non pentiti” e, perché no?, con gli ex missini ora finiani? Il problema, infatti, è che prima di tornare, anzi, per poter tornare finalmente a una situazione politica di “normalità” sarà indispensabile una qualche forma di governo, una qualche larga maggioranza “transitoria” che provi a riscrivere le principali regole del gioco.

Lo stivale scucito

Quel che resta dell’unità d’Italia

Milano

Sabato 7 maggio 2011 ore 9:30 - 13:00

Presso Fondazione “Giuseppe Lazzati” - Largo Corsia dei Servi, 4

 

Interventi di:

Nando Pagnoncelli - Amministratore delegato IPSOS

Gabrio Forti - Preside Facoltà di Giurisprudenza Università Cattolica

Giuseppe Tognon - Docente LUMSA

Organizzata da Città dell'uomo - Associazione fondata da Giuseppe Lazzati

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"Assistiamo a un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti"

Aprile 2011
"I Ragazzi di Barbiana", allievi di Don Milani, tra i quali anche Francuccio Gesualdi, fondatore e animatore del centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, hanno deciso di prendere carta e penna e scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Un testo, che pubblichiamo di seguito, in cui si denuncia la corruzione del sistema politico del nostro paese e si lancia un accorato allarme per il pericolo che sta attraversando la nostra democrazia.


Signor Presidente,

lei non può certo conoscere i nostri nomi: siamo dei cittadini fra tanti di quell'unità nazionale che lei rappresenta.

Ma, signor Presidente, siamo anche dei "ragazzi di Barbiana". Benché nonni ci portiamo dietro il privilegio e la responsabilità di essere cresciuti in quella singolare scuola, creata da don Lorenzo Milani, che si poneva lo scopo di fare di noi dei "cittadini sovrani". Alcuni di noi hanno anche avuto l'ulteriore privilegio di partecipare alla scrittura di quella Lettera a una professoressa che da 44 anni mette in discussione la scuola italiana e scuote tante coscienze non soltanto fra gli addetti ai lavori.

Il degrado morale e politico che sta investendo l'Italia ci riporta indietro nel tempo, al giorno in cui un amico, salito a Barbiana, ci portò il comunicato dei cappellani militari che denigrava gli obiettori di coscienza. Trovandolo falso e offensivo, don Milani, priore e maestro, decise di rispondere per insegnarci come si reagisce di fronte al sopruso. Più tardi, nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto - dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: "In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste ( cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate".

Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti. Ci riferiamo all'attuale Presidente del Consiglio che in nome dei propri guai giudiziari punta a demolire la magistratura e non si fa scrupolo a buttare alle ortiche migliaia di processi pur di evitare i suoi.

In una democrazia sana, l'interesse di una sola persona, per quanto investita di responsabilità pubblica, non potrebbe mai prevalere sull'interesse collettivo e tutte le sue velleità si infrangerebbero contro il muro di rettitudine contrapposto dalle istituzioni dello stato che non cederebbero a compromesso. Ma l'Italia non è più un paese integro: il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mezzi radiofonici e televisivi, sia pubblici che privati, e li usa come portavoce personale contro la magistratura. Ma soprattutto con varie riforme ha trasformato il Parlamento in un fortino occupato da cortigiani pronti a fare di tutto per salvaguardare la sua impunità.

Quando l'istituzione principe della rappresentanza popolare si trasforma in ufficio a difesa del Presidente del Consiglio siamo già molto avanti nel processo di decomposizione della democrazia e tutti abbiamo l'obbligo di fare qualcosa per arrestarne l'avanzata.

Come cittadini che possono esercitare solo il potere del voto, sentiamo di non poter fare molto di più che gridare il nostro sdegno ogni volta che assistiamo a uno strappo. Per questo ci rivolgiamo a lei, che è il custode supremo della Costituzione e della dignità del nostro paese, per chiederle di dire in un suo messaggio, come la Costituzione le consente, chiare parole di condanna per lo stato di fatto che si è venuto a creare. Ma soprattutto le chiediamo di fare trionfare la sostanza sopra la forma, facendo obiezione di coscienza ogni volta che è chiamato a promulgare leggi che insultano nei fatti lo spirito della Costituzione. Lungo la storia altri re e altri presidenti si sono trovati di fronte alla difficile scelta: privilegiare gli obblighi di procedura formale oppure difendere valori sostanziali. E quando hanno scelto la prima via si sono resi complici di dittature, guerre, ingiustizie, repressioni, discriminazioni.

Il rischio che oggi corriamo è lo strangolamento della democrazia, con gli strumenti stessi della democrazia. Un lento declino verso l'autoritarismo che al colmo dell'insulto si definisce democratico: questa è l'eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. Solo lo spirito milaniano potrà salvarci, chiedendo ad ognuno di assumersi le proprie responsabilità anche a costo di infrangere una regola quando il suo rispetto formale porta a offendere nella sostanza i diritti di tutti. Signor Presidente, lasci che lo spirito di don Milani interpelli anche lei.

Nel ringraziarla per averci ascoltati, le porgiamo i più cordiali saluti.

Francesco Gesualdi, Adele Corradi, Nevio Santini, Fabio Fabbiani, Guido Carotti, Mileno Fabbiani, Nello Baglioni, Franco Buti, Silvano Salimbeni, Enrico Zagli, Edoardo Martinelli, Aldo Bozzolini

 

" L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.  Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio".      

Italo Calvino  da: Le città invisibili (1972)

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