Democrazia e Istituzioni

Appello al voto

Umberto Eco e Gustavo Zagrebelsky per tutta Libertà e Giustizia

Umberto Eco e Gustavo Zagrebelsky

7 febbraio 2013

Stiamo assistendo a un finale di campagna elettorale drammaticamente pericoloso per il nostro paese: il capo dello schieramento politico responsabile del tracollo economico e sociale in cui versa l’Italia e del suo discredito internazionale, anziché essere isolato e ignorato, è prepotentemente tornato alla ribalta televisiva, nel silenzio dell’autorità competente a regolare la comunicazione politica e nel giubilo di molti mezzi di informazione, assurdamente avidi di commentare, chiosare e rimbalzare le bugie e i vuoti di memoria sparsi a piene mani, con la tipica totale indifferenza per i dati di realtà e per le proprie responsabilità. Il mondo intero guarda con terrore a un ritorno di Berlusconi, caratterizzato da una politica di proposte populiste e isolazioniste, un vero e proprio peronismo del XXI secolo.

Con le bugie e la negazione assoluta della penosa realtà cui i suoi governi hanno ridotto l’Italia – la recessione economica, la disoccupazione, la mancanza di prospettive per i giovani, la descolarizzazione, l’abbandono del patrimonio culturale e dell’ambiente, l’irresponsabile rivalutazione di Mussolini e del fascismo, la corruzione endemica, il potere della criminalità organizzata – Silvio Berlusconi tenta nuovamente di illudere, di circuire, di comprare il consenso degli elettori. Cosa è se non un tentativo di compravendita del consenso la desolante profferta di restituzione dell’IMU?

Il disprezzo per gli elettori non potrebbe, in questa odiosa campagna, essere più evidente: i cittadini italiani – secondo la destra – privi di memoria e a maggior ragione di capacità critica, dovrebbero vendere il loro diritto di scegliere la classe politica che dovrà affrontare i gravissimi problemi del paese in cambio di un’elemosina, pagata per di più con i loro soldi. Poiché ormai tutti sappiamo che per diminuire una voce di entrata dello Stato non si può che aumentarne altre, oppure tagliare ancora di più i servizi sociali.

Ma alcuni diranno che neppure gli altri schieramenti politici che si candidano alle elezioni sono granchè affidabili, vuoi perché negli scorsi anni hanno mal rappresentato l’opposizione ai governi in carica, vuoi perché hanno identità incerta o improvvisata. Non sarà Libertà e Giustizia, che ha sempre cercato, nella sua breve storia, di esercitare al meglio un ruolo di critica e di pungolo nei confronti dei partiti politici, a prenderne ora le difese, e tantomeno a dare indicazioni di voto.

Anzi, non abbiamo dimenticato di aver dichiarato che mai più saremmo andati a votare con questa legge elettorale, nella speranza di ottenere dal Parlamento un gesto di dignità, con l’approvazione di una legge elettorale migliore, più rispettosa della Costituzione e dei cittadini.

Condividiamo dunque molte delle perplessità e critiche alle formazioni politiche che si contrappongono, in questa competizione elettorale, all’impresentabile destra che affligge il nostro paese. E tuttavia sentiamo ora il dovere di richiamare tutti – e in particolar modo i giovani, delusi da uno scenario che offre loro ben poche possibilità di identificazione; coloro che oggi hanno ben più pressanti problemi di mancanza di lavoro e di soldi; gli scettici, che hanno per tante volte esercitato il voto senza vedere mai una gestione del potere degna di un paese civile; gli idealisti, che coltivano aspirazioni e obiettivi ben più alti di quelli che si agitano in questa vigilia di elezioni – alla necessità cogente di superare in modo netto e definitivo l’umiliante fase della nostra storia che si sta chiudendo, ma non si è ancora chiusa.

Quella fase che ha visto il dominio dell’ignoranza, della corruzione, dell’uso a fini privati della ricchezza pubblica, dello sprezzo della magistratura, della menzogna sistematica per nascondere la propria incapacità di svolgere il ruolo che la Costituzione affida ai governi: guidare la comunità nazionale a elevare il proprio grado di civiltà.

Per raggiungere e consolidare l’obiettivo – di farla finita con i governi dei peggiori – Libertà e Giustizia fa appello a tutti i cittadini italiani che condividono la necessità di guardare avanti affinché superando le riserve e le delusioni, decidano di esercitare il loro diritto di voto in queste elezioni, locali e nazionali, a favore di una delle formazioni politiche che si impegnano a contrastare questa destra inetta e illiberale che ancora ci minaccia.

Ma non è questo il solo appello che facciamo ai cittadini italiani: il voto non è una delega in bianco! E per esercitare un controllo sul potere politico occorre rimanere attivi, informati, critici: occorre imparare, da cittadini, a chiedere e a protestare, a creare reti e legami, a far sentire la propria voce. Il nostro paese dovrà nei prossimi anni affrontare problemi molto impegnativi: ricostruire una propria missione nel mondo globalizzato e riparare il proprio tessuto sociale, liberandolo da criminalità e corruzione. Imprese tanto grandi non possono essere delegate, richiedono – per riuscire – l’impegno di tutti in prima persona.

Dunque, il voto del 24 e 25 febbraio è solo un primo, ma indispensabile passo.

Avviso agli elettori

9 Febbraio 2013

 

Da anni si decidono politiche come se voi non ci foste, come se i cittadini non fossero “ufficiali della Repubblica” e condomini delle sue scelte ma fossero “arruolati della Repubblica” e destinatari dei suoi ordini e delle sue tabelle di marcia.  Il 24 e 25 febbraio è uno dei rari momenti in cui avete la decisione in mano, il momento in cui i cittadini hanno le chiavi delle politiche del Paese. Secondo la Costituzione dovrebbero averle ogni giorno, ma non accade, tranne una volta ogni cinque anni, ed ora è appunto quel momento, che non va sprecato. La campagna elettorale è deviante, perché col clamore sull’IMU o sul cosiddetto voto dei mercati ha mascherato la vera posta in gioco, che riguarda nel suo complesso ciò che deve essere l’economia e ciò che deve essere la democrazia.

L’economia non è principalmente ciò che riguarda i banchieri, i tecnici, gli speculatori, i desiderosi di ricchezza e di potere, ma riguarda la vita delle donne e degli uomini tutti, che deve essere provvista di risorse sufficienti per sussistere e per esercitare il diritto originario di cercare la felicità ovvero il pieno sviluppo della persona umana. Perciò l’economia pubblica e privata, dice la Costituzione, deve avere fini sociali, il primo dei quali è il lavoro per tutti, non come merce rara sul mercato, ma come fonte di tutte le risorse, come primo artefice del PIL e come espressione della dignità e della socialità di ogni persona. E’ fuorviante dire che non c’è lavoro perché non c’è il denaro; se c’è il lavoro, la moneta si stampa. Questa è una cosa che fanno i sovrani: ieri per noi era l’Italia, oggi è l’Europa. Però al comando non ci vuole gente succube dei mercati e dell’Europa, ci vuole gente che cambi le politiche dell’Europa, e faccia dell’Europa una madrepatria e le tolga il volto della matrigna che non ha gli stessi occhi  e lo stesso cuore per tutti. Chi preferisce l’Europa della lesina e del rigorismo monetario perché i capitali vi stiano al sicuro, è contro l’Europa.

La democrazia non è principalmente il palcoscenico della politica. E’ importante ma non è per nulla decisivo per noi che sul palcoscenico ci siano molti o pochi attori, quanti ce ne sono oggi o la metà di quanti ce ne sono oggi, né conta molto per noi l’entità del loro stipendio, purché sia equo, il costo dei partiti purché non finisca in arricchimenti privati. Quello che è decisivo è che la democrazia consista e sia riconosciuta nel fatto che tutti siano liberi ed eguali, che a tutti siano non solo proclamati ma garantiti e resi effettivi i diritti, e che tra questi diritti ci siano la salute, le cure, lo studio, il lavoro, le pensioni, un ambiente non inquinato, la pace, e che anzi questi diritti si accrescano sempre di più con il progredire delle conquiste civili, a cominciare da un reddito minimo garantito per tutti, perché nessuno sia povero, mentre di poveri oggi in Italia ce ne sono otto milioni.

“Economia democratica”, associazione di cittadini riuniti per questi fini, invita a votare per queste due grandi opzioni: un’economia democratica e una democrazia capace di promuovere e sostenere un’economia al servizio di tutti i cittadini.

Questa non è una cosa tecnica, ma globalmente umana e politica; non può essere fatta da pochi, anche se tra i migliori, ma da molte donne e uomini insieme; non da gente divisa, ma unita in forme organizzate e capaci del massimo risultato politico; non può essere data in mano  a sconfitti che giocano la carta delle promesse anarco-fiscali, non a sciovinisti padani che puntano alla secessione del denaro del Nord, non a chi grida sulle piazze “tutti a casa”, che è esattamente l’opposto della ragione per cui si eleggono i rappresentanti da mandare in Parlamento, non a chi dice che non occorre né destra né sinistra, purché tutti siano moderati e rassegnati.

L’avviso agli elettori è perciò di votare con la ragione e con analisi rigorose, non con le emozioni, e di votare non solo ciascuno per sé e per i suoi, perché questo voto non funziona, ma per tutti.


Vedi Dossier: Economia Democratica

Considerazioni preelettorali

Milano, Gennaio 2013

Il ritorno in forze del “Caimano” (il capo dei “moderati”!), che riporta il calendario politico a venti anni fa, ha già pregiudicato, è mia opinione, la legislatura che nascerà col voto di febbraio. Comunque vada, avremo un Parlamento di nuovo rissoso, inconcludente, incapace di affrontare di petto, innanzitutto, le note questioni istituzionali, la cui soluzione definiamo imprescindibile da troppo tempo. Il Cavaliere sconfitto (e dunque col dente avvelenato), ma non distrutto, impedirà qualsiasi confronto costruttivo tra le forze politiche. Certo, talvolta proverà a mostrare un minimo di senso di responsabilità, ma essendo nella sua natura occuparsi soprattutto del proprio “ego” (smisurato, peraltro), più che dei problemi del Paese, non combinerà nulla di positivo, in argomento. E’ davvero sorprendente, allora, che in tutto il centrodestra, che pure ricomprende soggetti di un qualche valore, nessuno sia riuscito a fermarlo. E che Alfano, per esempio, sia ancora lì, nonostante le ripetute figuracce che il Capo gli ha fatto fare. La ragione, per lui e per tutto il “clan” berlusconiano, dai Capezzone ai Cicchitto, è peraltro ovvia: il potere e le risorse, a partire da quelle materiali, dell’uomo di Arcore, sono enormi. Conviene allora stargli comunque attaccati, ricavandone consistenti benefici anche sul piano personale. Il “potere”, intanto, l’uomo di Arcore lo sta esercitando occupando ogni ora le sue TV, naturalmente assai compiacenti. E qui sorvolo per carità di patria sugli errori e le omissioni del centrosinistra a proposito del conflitto d’interessi. Temo, dunque, una nuova legislatura inconcludente sulle grandi riforme istituzionali in particolare. Che dovrebbero ridisegnare la cornice entro la quale agire poi ogni ulteriore azione politica, economica e sociale. Quanto vi sia necessità, anche sul piano simbolico, di affrontare per esempio il tema della “casta” (che non è soltanto un’invenzione dei noti giornalisti), e dunque dei costi della politica, che le vicende degli ultimi mesi stanno rivelando persino, in talune situazioni, di natura “perversa”, diciamo così, non v’è bisogno di dirlo: a partire dall’alto si tratta, ne siamo consapevoli, credo, di: dimezzare, più o meno, il numero dei parlamentari (affrontando contestualmente la questione dell’ormai inutile “bicameralismo perfetto”) e le relative indennità, oltre che di abolirne taluni privilegi assurdi. Definire un regime rigoroso di ineleggibilità e di incompatibilità, che ricomprenda anche, perché no, regole che impediscano (sulla scorta dell’esempio degli USA ricordatoci da Gian Antonio Stella) che le Camere vengano riempite da troppi professionisti miliardari in quanto totalmente liberi di cumulare, insieme allo “stipendio” parlamentare, gli ingenti introiti dei propri studi professionali; far smettere i giochini delle candidature in più collegi, eccetera. A scendere bisogna poi mettere ordine nel sistema Regioni, in una certa misura emule di Roma, ridefinendo soprattutto, per quanto necessario, funzioni e competenze: serve poco, forse, cancellare le Province (operazione indispensabile, peraltro, nelle aree “metropolitane” e laddove queste sono state costituite solo per compiacere i politici locali), se si consente poi che le amministrazioni regionali si trasformino in enti votati, più che all’azione legislativa di pertinenza, a gestire, sulla testa degli stessi enti locali minori, l’attività amministrativa spicciola, fonte peraltro, di norma, di consistenti “ritorni” elettorali, cioè di clientele. Non soltanto la Lombardia “docet”, in argomento. In Province e Comuni si tratta di cancellare, nella misura giusta, il pletorico meccanismo di società partecipate, consorzi, enti vari, che offrono opportunità di “poltroncine” di seconda fila, non per questo poco appetite. E via discorrendo. La prossima è forse, allora, l’ultima occasione per provare a ridurre, nella direzione suddetta, il distacco tra politica e società. Non ci si riuscisse, il clima nel Paese diverrebbe irreparabilmente incandescente. L’accennato ritorno a venti anni fa è suggellato dal rinnovato accordo tra il Pdl e la Lega Nord dell’ex guerrigliero Roberto Maroni. Che in Lombardia ha provocato la spettacolare (e indegna) giravolta del già albertiniano Roberto Formigoni (ahi, le assonanze!). D’altronde, si capisce: il “Celeste” ha una necessità disperata di difendere l’enorme potere (ciellino) messo in piedi nel sistema sanitario. Anche se è da vedere se il partito già bossiano (che straparla di macroregione del Nord e di tasse da trattenere, come se fossimo un Paese federale) glielo consentirà, qualora vincesse, sino in fondo. Prevalesse (auspicabilmente) Ambrosoli, avrà molto da fare, nel campo. Dunque, poche speranze di volontà vera di riforme, da quella parte. Ma qualche dubbio viene anche guardando da questa parte. Se, a riguardo per esempio del Parlamento, i nostri “vecchi”, in tanti anni, non sono riusciti ad avviare, appunto, il processo di ridimensionamento numerico della rappresentanza, e annessi e connessi, i “nuovi”, usciti dalle “parlamentarie” di dicembre, quale voglia avranno voglia di pensare da subito all’ipotesi di… durare una legislatura soltanto? Le “parlamentarie”, appunto. Grande fatto di democrazia, indubbiamente, che solleva però qualche interrogativo, a rileggere la vicenda con calma. Organizzate in una data quasi impossibile (io stesso non vi ho potuto partecipare), così che i votanti complessivi si sono ridotti a un terzo rispetto ai tre milioni del confronto Bersani-Renzi. C’era fretta, è vero, ma a me pare che forse ci si poteva prendere qualche tempo in più, per organizzarle meglio. E’ stata una sorta di lotteria (del tipo “win for life”, però, stante il “premio” in palio), che ha messo un po’ troppo l’uno contro l’altro. Penalizzando ingiustamente qualche “uscente”, magari persino al primo mandato, e premiando invece, col sistema delle deroghe, qualcun altro che non meritava. La prossima volta, andranno dunque predisposte con più criterio, io penso. E’ stata penalizzata, in particolare al Nord, la componente ex “popolari”, come ha evidenziato Castagnetti su “Europa”. Il quale, tuttavia (ed io, ex popolare, condivido), considera che non sia più possibile continuare a ragionare sulla base di vecchie categorie. Qual è, d’altronde, lo “specifico” popolare, oggi? Il “riformismo” contro il “progressismo”? Non mi convince. Sui temi etici, certo, credo che i popolari abbiano una visione condivisa. Sarebbe meglio, però, non giocare su tali argomenti. Come il Monti che se ne ricorda all’improvviso e fa un’affermazione favorevole alla posizione della Chiesa, e il Berlusconi che, per dispetto (così si dice) perché quest’ultima vede con simpatia il primo, esprime una posizione contraria. E’ stata premiata l’area bersaniana, dunque, è vero, ma io non credo affatto a una sorta di complotto, pur evocato, attuato da Bersani appositamente per “far fuori” i cattolici democratici. Nelle liste, del resto, il nostro candidato alla presidenza del consiglio ha poi ricuperato personaggi di spessore di questo mondo, quali Emma Fattorini, Edo Patriarca, Ernesto Preziosi, Flavia Nardelli. E non credo si tratti di un’operazione assimilabile a quella del vecchio PCI, che si creava strumentalmente un’appendice cattolica. Si metteva, cioè, una foglia di fico apposita. In realtà, mi sembra, gli eletti piddini alle primarie, più che frutto di una particolare furbizia organizzativa della “corrente” del segretario, sono il risultato, da una parte, della capacità di taluni di essere spesso (ho in mente i Fassina & company, ma anche il giovane Civati, come pure, peraltro, la matura Bindi), e con argomenti di attualità, sui mezzi di comunicazione, e, dall’altra, dal desiderio generalizzato di “nuovo”, che ha finito col premiare tanti giovani e, in particolare, tante donne. Andata come è andata, il PD ha l’obbligo, a questo punto, di valorizzare mediaticamente questo avvenuto “rinnovamento”. I giovani non hanno reali competenze e neppure una reale autonomia intellettuale, è la critica dei delusi dalle primarie. Ma i “vecchi” hanno pur iniziato da giovani, spesso, suvvia! Certo, adesso Bersani deve vincere. Ha un mezzo avversario in più (ma anche, nel suo piccolo, un amico in più: l’intelligente Tabacci), che risponde al nome di Mario Monti, inspiegabilmente (o no?) diventato capo politico (sotto la tutela di Casini? Bah!), mentre poteva godersi la gloriosa e per certi versi più comoda prospettiva della Presidenza della Repubblica. Ma davvero, mi chiedo, l’ex premier ha immaginato che in Italia possa primeggiare numericamente un centro puro? Non so, in ogni caso, se il capo del governo possa essere definito di destra, come si sostiene da qualche parte, o di centro. Anche se, di solito, chi dice che destra e sinistra non hanno più significato è di destra. Per Monti, dunque, il Partito democratico è troppo di sinistra. Per via della posizione dei giovani leoni e del contatto con Vendola. Spaventato anche lui, l’ex premier, dalla battuta di quest’ultimo sugli straricchi, che ha fatto scrivere fiumi di pagine demonizzanti agli opinionisti moderati-liberal-montiani del Corrierone? E com’è, allora, che io, pur già democristiano, non mi sono scandalizzato, invece? Nella prospettiva di una società un pochino più giusta ed equa non mi pare una bestemmia, via!, parlare di logiche redistributive, e affermare che i super ricchi devono pagare di più, magari tramite una bella “patrimoniale. Il problema, allora, è che l’agenda dello “europeo” Monti, pur in parte condivisibile, non basta. Gli impegni nei confronti dell’Unione sono ovviamente fuori discussione anche nell’agenda di Bersani. Ma, oltre al rigore, noi puntiamo, appunto, a un quid in più di equità, di giustizia. E a sviluppare in particolare politiche del lavoro più confortanti per chi ha il problema. I giovani in particolare, pertanto. E riteniamo che il nostro “welfare”, pur con tutte le sue storture da correggere, resta un valore. Con buona pace degli Ichino e di certi “riformisti”. Ho letto sul già citato quotidiano di via Solferino che il confronto, oggi, ha da essere tra “moderati” e “socialdemocratici”. Dirò allora che, personalmente, il secondo termine non mi spaventa. Comunque sia, di una cosa dobbiamo essere grati al premier uscente: ha scatenato ulteriormente l’orco berlusconiano (attualmente alle prese col problema delle “liste sporche” – e quelle Pdl saranno un po’ sporchine, a quanto pare- e alla ricerca delle alleanze più pittoresche) mostrandolo nella sua vera essenzialità: e non è un bel vedere, francamente. Mario Monti, stiano i riformisti di qua e di là, come dice, credo sappia perfettamente che la sua alleanza con Bersani è obbligata, se non si vuole regalare di nuovo il paese alla destra. Anche se si dovrà tener conto dei “numeri” dell’uno e dell’altro. Obbligata pure con Vendola (che amministra una Regione, non dirige un “soviet”), con buona pace di Casini. Per finire ribadisco però che la prossima dovrebbe essere, per le ragioni dette, una legislatura che si occupa prevalentemente, perlomeno agli inizi, di questioni costituzionali e istituzionali. Col quadro politico che si prospetta sarà tuttavia dura, temo. Che sia allora ipotizzabile l’idea di una nuova, dopo quella di settanta anni fa, “assemblea costituente” da affiancare a un Parlamento votato alla gestione “ordinaria” (ordinaria si fa per dire, naturalmente)?

 

Disegnare le istituzioni di una democrazia europea

Il “cantiere” Europa - Ciclo d’incontri sul presente e sul futuro della “casa comune” europea

Milano

Lunedì, 28 gennaio 2013 - ore 18-20

c/o Fondazione “G. Lazzati” – Largo Corsia dei Servi, 4

 

Modera:

Prof. Filippo Pizzolato (Vicepresidente di “Città dell’uomo”)

 

Intervengono:

On. Sandro Gozi (Parlamentare PD ? già Diplomatico e Funzionario europeo)

Prof. Angelo Mattioni (Univesità Cattolica di Milano )

 

Evento organizzato da:

Città dell’uomo”. Associazione fondata da Giuseppe Lazzati

 


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9a Lettera da "Economia Democratica"

Roma, 28 novembre 2012

 

Cari Amici,

abbiamo il piacere di annunciarvi che il 21 novembre scorso abbiamo ufficialmente costituito presso il Notaio Atlante di Roma l’ “Associazione senza fine di lucro di promozione sociale” denominata “Economia Democratica”, ai sensi della legge 383 del 2000, secondo la quale la Repubblica riconosce il valore sociale dell’associazionismo liberamente costituito, ne promuove lo sviluppo e ne favorisce l’attività rivolta a fini sociali, civili, culturali e di ricerca etica e spirituale.

Scopo dell’Associazione, come recita l’Atto Costitutivo, è la promozione di un movimento di Economia Democratica finalizzato a una riforma dell’attività economica volta a renderla coerente con la Costituzione e con i diritti fondamentali affermati dalle Convenzioni internazionali e dal costituzionalismo moderno, cosa che oggi, nella politica italiana e nella realtà europea e internazionale non solo è del tutto disattesa, ma troppo spesso anche negata e  contraddetta in via di principio.

Abbiamo così uno strumento per condurre la nostra battaglia. A termini di statuto convochiamo quindi la prima assemblea dell’Associazione che si terrà a Roma sabato 15 dicembre p.v., alle ore 9,00 in prima convocazione e a partire dalle ore 10,00 in seconda convocazione, nell’Auditorium di Via dei Frentani, 4.

Al momento i soci dell’Associazione sono 267, di cui 93 in regola con gli adempimenti relativi all’iscrizione previsti dall’art. 5, 6 dello Statuto, che dice: “l’iscrizione all’Associazione avviene mediante il versamento di una quota annua associativa, stabilita dal Comitato Direttivo [oggi indicata in 50 euro] o di una quota di sostegno. Gli studenti, i disoccupati e i diversamente indigenti potranno versare una quota minore, o inviare una promessa di pagamento, non esigibile dall’Associazione”.

Se questo adempimento non sarà effettuato prima (potendo utilizzarsi per i versamenti il c.c. BNL n 10470 intestato all’Associazione Pace e Diritti, IBAN IT36V010050337300000001047), potrà essere fatto al momento dell’assemblea. Il perfezionamento dell’iscrizione è necessario per esercitare il voto nell’assemblea, e anche per provvedere alle risorse necessarie per sostenere le spese tanto dell’assemblea che del funzionamento dell’Associazione e del sito web nei prossimi mesi.

Della riunione del 15 dicembre conoscete l’ordine del giorno. Attraverso le relazioni e gli interventi previsti si tratterà di formulare delle proposte programmatiche e di discutere una strategia per la conversione democratica dell’economia, anche in riferimento ai temi più  scottanti, come il Fiscal compact, il rapporto con l’Europa, una politica finalizzata alla piena occupazione, il reddito di cittadinanza, la progressività delle imposte, la riduzione delle disuguaglianze, le spese militari, la riqualificazione della spesa pubblica e così via, sempre avendo come obiettivo fondamentale l’integrazione tra economia, democrazia e diritto.

Vi inviamo lo Statuto dell’Associazione. Il comitato direttivo provvisorio, in carica fino al 15 dicembre, è così costituito: Pietro Adami, Davide Cilia, Luigi Ferrajoli, Domenico Gallo, Francesca Landini, Raniero La Valle, Barbara Romagnoli, Roberto Schiattarella, Riccardo Terzi, Walter Tocci. Le funzioni di presidente sono esercitate da Riccardo Terzi, delegata alle funzioni amministrative è Francesca Landini. Tutto ciò fino alle nomine e ad ogni altra decisione che sarà assunta dall’Assemblea.

Vi saremmo grati se quanti prevedono di partecipare all’Assemblea ce ne dessero notizia e ci facessero avere una stima di altre presenze eventuali; ciò per predisporre le necessarie misure organizzative. Sarebbe anche importante sollecitare nuove iscrizioni allo scopo di raggiungere quel minimo di 500 soci che avevamo previsto come base per dare inizio al nostro lavoro.

Vi ringraziamo e in attesa di vostre notizie ci inviamo i più cordiali saluti.

 p. il Comitato Direttivo

Francesca Landini

delegata alle funzioni amministrative

 

P.S.  Vi sollecitiamo a visitare il sito di ED all’indirizzo www.economiademocratica.it

la pagina facebook http://www.facebook.com/pages/Economia-Democratica/475430122467449?ref=hl

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Vedi Dossier: Economia Democratica

 

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