Cattolicesimo Democratico

Quel vertice segreto voluto dal cardinal Bertone per la nuova Cosa bianca

Nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù Pisanu, Fioroni e Bonanni

Goffredo De Marchis

Roma. 11 luglio 2011

da la Repubblica

Rifare la Democrazia cristiana? Perché no. «La scomparsa ineluttabile e definitiva dell`unità politica dei cattolici era diventato un  tabù. Uno stanco ritornello che  ha  frenato molte iniziative. Ora quel tabù è caduto e su questo siamo tutti d`accordo», racconta Rocco Buttiglione. Il presidente dell`Udc è fra i protagonisti di una serie di incontri riservati che va avanti già da alcune settimane.

L`ultimo risale a lunedì scorso. Appuntamento alla parrocchia salesiana del Sacro Cuore di Gesù, via Marsala a Roma, pochi passi dalla Stazione Termini.

Stavolta erano veramente in tanti. Oltre a  Buttiglione, Beppe Fioroni (Pd), Beppe Pisanu (Pdl), Paola Binetti, Savino Pezzotta e Lorenzo Cesa (Udc), il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Con loro praticamente tutte le sigle dell`associazionismo cattolico, dai Focolarini alla Compagnia delle Opere, dagli Scout alle Acli, dal Movimento cristiano lavoratori alla Comunità di Sant`Egidio rappresentata al massimo livello da Andrea Riccardi.

Nella sua rubrica su Pubblico, la sezione politica di Repubblica. it, Monsignore rivela i contenuti dell'incontro e i riflessi sui diversi settori delle gerarchie ecclesiastiche.

La Chiesa o una parte di essa tifa per una politica diversa, per un dopo Berlusconi che non assomigli affatto alla Seconda Repubblica, per il ritorno di un partito in cui la laicità dello Stato sia combinabile con il sistema valoriale del mondo cattolico. In parole povere: si sogna una "Balena bianca" del terzo millennio. Da innestare con molte facce nuove, con giovani finalmente liberati dal giogo delle fazioni contrapposte.

Soprattutto di questo si parla nei vertici segreti dell`ipotetica ma non fantomatica nuova Dc.

«C`è bisogno - spiega il democratico Fioroni - di riprendere in mano la formazione politica dei ragazzi cattolici, di dare una prospettiva a loro e al Paese. È più un  impegno culturale che un impegno politico. Il modello è il codice di Camaldoli». Il documento, varato tra l`altro da Andreotti, Moro, Taviani, La Pira nel 1943, fu la base della politica economica della Democrazia cristiana.

Proprio di economia e di questione sociale si è parlato nel vertice di lune dì. E di legge elettorale. E di una norma che regolamenti finalmente la vita dei partiti «sbloccando questi fondamentali canali di partecipazione», dice Buttiglione. Un programma molto più vasto di quello in cui i politici cattolici so no stati confinati, anche per colpe proprie, nell`ultimo quindicennio: vita e morte, diritti civili e scelte soggettive. Quello che Buttiglione chiama «il movimento dei movimenti» entra nel vivo del dibattito politico. Mette alla sbarra il Porcellum, discute della manovra, cercala via d`uscita alla crisi italiana. «Non è un partito», giura Fioroni. «Non è ancora un partito», si sbilancia il centrista Buttiglione. La presenza di Bonanni fa intendere che all`impegno culturale questa rete dei cattolici può unire voti, consensi, categorie professionali.

La Cisl è un bacino elettorale molto forte. E può diventare una riserva di personale politico.

Per questo tornare al sistema delle preferenze è indispensabile per chi intende cullare la prospettiva dell`unità politica dei cattolici. Che ha già la sua stella polare. «Se fosse un partito spiega il presidente dell`Udc avrebbe il suo riferimento nel Ppe». Questo chiarisce il motivo per cui Fioroni ufficialmente frena: il Pd sta dall`altra parte nello scacchiere europeo. Magli schieramenti non fermeranno l`ex ministro dell`Istruzione.

Mercoledì l`iniziativa riservata delle associazioni avrà la sua prima vetrina pubblica in un convegno organizzato da La Società, rivista della Fondazione Toniolo di cui è vicedirettore monsignor Mario Toso, l`animatore dei vertici di Via Marsala.

Toso è vicino al segretario di Stato Tarcisio Bertone che osserva con interesse le scelte del «movimento». Al dopo Berlusconi i cattolici vogliono arrivare già pronti. E possibilmente uniti.

Cattolici più incisivi in politica

Antonio Nizzi

24 Giugno 2011

È il nuovo richiamo dei vescovi italiani. I cattolici tornino a battersi con coraggio per essere più presenti in politica. Escano dalla latitanza e dal silenzio che li hanno resi subalterni agli attuali schieramenti sopraggiunti col maggioritario. Prendiamo sul serio l’appello e riflettiamo su alcune questioni: la marginalità dei cattolici, la qualità della loro cultura politica, il tipo di sostegno delle gerarchie ecclesiastiche a quanti lavorano per il bene comune, la capacità di dialogo nella Chiesa quando ci si confronta su questi problemi.

I cristiani impegnati in politica si trovano ormai presenti in tutti gli schieramenti e la gerarchia cattolica scrive che “non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno”. Non sono però mancate in Italia, dentro e fuori la Chiesa, preoccupazioni per un eccessivo intervento delle gerarchie in talune questioni, come se si volessero sostituire all’azione diretta dei laici credenti o dare loro l’agenda politica nel momento della diaspora.

Di certo, a Sturzo e a De Gasperi non mancarono ostacoli da parte del mondo cattolico e delle gerarchie che volevano gestire la politica “in proprio”. E anche in anni più recenti – da Fanfani a Moro, da Prodi alla Bindi e allo stesso Scalfaro – non sempre sono emersi eccessi di comprensione e di appoggio ai cattolici che volevano essere incisivi in politica. Idem a livello locale. Forse una nuova stagione dei cattolici avrà bisogno di più spazi di dialogo e di confronto nella Chiesa, di più capacità di servizio alla società, di un’idea di democrazia più protesa a includere e dare rappresentanza a chi ne è privo. Il problema di oggi non è la mancanza di visibilità o di potere, o il rischio che si voglia chiudere la bocca ai cattolici in politica, piuttosto è l’appannarsi della vocazione e dell’identità del laico credente, è la povertà di formazione al valore della partecipazione politica. Da troppo tempo questa formazione manca nei gruppi ecclesiali, i quali, se avvertono talvolta l’estraneità della politica e della cultura ai valori del cristianesimo, non per questo possono sentirsi estranei a questo mondo. Si ha invece l’impressione di una formazione spirituale che non educa all’esercizio della propria responsabilità nella vita della Chiesa e che cerca di preservare i cattolici dai mali della politica di oggi, mobilitandoli al massimo su specifiche questioni etiche. Ma la partecipazione politica in democrazia esige dai cattolici la capacità di uscire dai propri recinti, di vivere il primato della coscienza in modo responsabile quando traducono la fede nella pluralità delle scelte politiche. L’impegno politico è una delle più alte espressioni della carità cristiana. I cattolici non possono ridursi a supporto di equilibri politici in cambio di benevole concessioni: il clerico-moderatismo non ha mai reso un buon servizio né alla chiesa né alla democrazia. È sui valori che si deve tornare a riflettere e sulla capacità di coerenza nell’autonoma responsabilità delle mediazioni politiche.

 

Cei e politica - Ossessione “democristiana” e pluralismo dei cattolici

Articolo di Lino Prenna su Adista (n. 49/2011)

Lino Prenna

Coordinatore nazionale di Agire Politicamente

Roma, Giugno 2010

Nei giorni scorsi, Avvenire ha dato grande risalto al convegno “Dialogo tra cattolici impegnati in politica: una risorsa preziosa per la società”, tenutosi a Roma (30/5) in una sede istituzionale (Palazzo san Macuto) al quale, oltre ad esponenti politici (da Rocco Buttiglione a Giuseppe Pisanu, da Paola Binetti a Giuseppe Fioroni), ha partecipato il segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata, con una relazione introduttiva. Dall’ampio servizio giornalistico e dal titolo del convegno emerge l’intenzione di mettere a confronto cattolici di diverso schieramento partitico su questioni che il giornale stesso raccoglie sotto la domanda, «unità sui valori o partito unico?». Avvenire non dice chi siano stati i promotori, ma la presenza del segretario della Cei autorizza a ritenere che si tratti di una iniziativa rivestita di qualche ufficialità. E, tuttavia, di quale natura? La difficoltà di rispondere a tale domanda e la disinvolta sovrapposizione di livelli e ambiti di riflessione, sviluppata dai vari interventi inducono a pensare che il convegno si sia svolto all’insegna di una irrisolta ambiguità, nella formulazione stessa che ha proposto la fede quale «fattore di unità».

Intanto, sembra che l’unità politica dei cattolici o l’unità dei cattolici in politica continui ad ossessionare l’agenda della Cei. Ora, a parte il rischio di un’accezione riduttiva del concetto di “unità” identificato quasi con l’idea di “uniformità”, è da ritenersi acquisita, quale punto di non ritorno, la distinzione tra l’unità della fede e la pluralità delle opzioni politiche, corrispettiva alla stessa distinzione, suggerita da Maritain e sancita dal Concilio Vaticano II, tra l’ordine delle cose spirituali e l’ordine delle realtà temporali. La relazione tra i due ambiti distingue l’assoluto della fede e dei valori dal relativo delle operazioni che ne condizionano la declinazione.

Paolo VI, nella lettera apostolica Octogesima adveniens, che ricordiamo a quarant’anni dalla pubblicazione, richiamando la costituzione pastorale Gaudium et spes, scrive: «Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili», poiché «una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi» (n. 50).

L’autorevole affermazione, mentre legittima il pluralismo dei cattolici, propone la distinzione tra l’unica fede cristiana e la molteplicità delle declinazioni che può ispirare. È nel potenziale stesso assoluto della fede che risiede la possibilità di pluralizzarsi, storicamente e culturalmente, nella varietà delle opzioni, senza identificarsi o ridursi alla relatività e alla contingenza delle opzioni stesse. Perciò, non è la fede il fattore dell’unità politica né il principio di aggregazione partitica. La politica, esercitata “da cristiani” e non “in quanto cristiani”, a sua volta, chiede il consenso non alla fede o ai principi che l’ispirano ma alla strumentazione legislativa e operativa che ne tenta la traduzione. Sicché, la pluralità dei programmi caratterizza la diversità delle scelte e delle formazioni politiche, sulle quali gli elettori sono chiamati ad esprimersi.

Anche l’invito all’unità sui valori risente della stessa irrisolta problematica. In realtà, anche l’unanime condivisione dei cosiddetti “principi non negoziabili” non è il fattore di unità politica. È l’autonoma capacità di adeguata mediazione di quei principi, in strumenti operativi del bene comune, che conferisce qualità all’impegno politico e aggrega nella diversità delle formazioni. Un esempio viene dalla differenziata posizione dei cattolici rispetto alla legge sul fine vita. Il dissenso di chi non ne condivide la formulazione proposta dalla maggioranza non è sul principio della indisponibilità della vita, unanimemente sostenuto, ma sul dispositivo di legge che pretende di tradurlo.

Da queste considerazioni, pur se appena accennate, dovrebbe risultare l’anacronismo dottrinale oltre che storico del partito unico dei cattolici, auspicato ancora da qualcuno, magari nella forma di riedizione della Dc, come in questi giorni sentiamo dire proprio da quelli che hanno accelerato la fine del grande partito popolare e interclassista.

La “questione cattolica”, oggi, non si risolve chiudendosi in una formazione identitaria, a prevalente attitudine rivendicativa, ma aprendosi e confrontandosi con le culture “altre”, che abitano democraticamente la nostra società plurale. Per questo, il cattolicesimo democratico ha accettato di portare nel Partito democratico la sua storia e le sue idealità, mettendole al servizio di un progetto unitario, dove, però, l’unità politica è l’esito di una sintesi alta delle diversità culturali di provenienza. Una scelta che è pienamente coerente con la vocazione dialogica del cristianesimo e con la disposizione culturale del cattolicesimo democratico, centrata sull’etica della mediazione.

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Vedi anche:

Anacronismo dottrinale e storico

Un Manifesto, perché?

Nel percorso di responsabilità comune: un manifesto del cattolicesimo democratico

Vittorio Sammarco

Cristiano Sociali

Roma, 22 Maggio 2011

 

Lanciare un Manifesto significa sostanzialmente chiamare a raccolta.

Quando si chiama a raccolta, singoli o associati che siano, è perché si avverte l’urgenza e la gravità di un impegno. La necessità che ci si riunisca perché da soli non si ha più la forza di sostenere efficacemente le proprie tesi. E’ un momento impegnativo e cruciale.

Poi si può riflettere sull’efficacia politico-sociale e persino mediatica di un appello, manifesto, documento. Ce ne sono tanti, se ne fanno a centinaia, pagine, parole, tesi, poi finiti spesso negli archivi di qualche istituto o gruppo. Quando va bene.

Ma in tanto si scrive e si lanciano delle idee, dei pensieri.

Io sono tra quelli che oggi, paradossalmente proprio perché la situazione appare devastante, pensa che tutto serva, tutto ha in qualche modo la sua buona dose di incidenza. Certo ci sono azioni e azioni, e nessuna può essere considerata efficace al 100 per cento. Ma oggi fare gli snob e dire che bisogna selezionare e scegliere, gestire le forze e limitarle, come se qualcuno avesse scoperto la formula in grado di cambiare le cose, ecco mi sembra quantomeno figlio dell’ingenuità.

Fare un Manifesto, e vedere quanti sono disposti a metterci nomi, volti, pensieri, ma poi anche mani, braccia, gambe e tempo, è certamente una cosa importante. Richiede la responsabilità di chi valuta le conseguenze elle proprie azioni. Sia in eccesso che in difetto.

Penso ci siano dei criteri che devono entrare in gioco nella chiamata a raccolta intorno ad un Manifesto.

  1. L’obbiettivo o gli obbiettivi che si intendono raggiungere
  2. L’identità di chi chiama e di chi si chiama a “raccolta”
  3. Le strategie che si mettono in campo
  4. I linguaggi e i simboli che ne alimentano la convinzione
  5. Le idee che danno corpo alla chiamata

Ma quando si dice che c’è la necessità di fare un Manifesto e lanciarlo come una grande chiamata a raccolta è bene almeno che su questi punti si tenga alta l’attenzione, la volontà di non trascurarli.

Primo: gli obiettivi

Che generalmente nascono da un’analisi approfondita dalla situazione. Semplice nella sua gravità.

La sintetizzo così. la politica e i soggetti che ne fanno parte, stanno vivendo oggi il minimo storico di consensi da parte dell’intero “corpo elettorale”, dei cittadini. La credibilità è ormai una risorsa talmente scarsa che genera due conseguenze devastanti:

  1. Sono tutti uguali, tutti ne approfittano (mangiano) alla stessa maniera
  2. Non c’è più bisogno di politica e dei soggetti che di questo sistema vivono (caso Belgio, da più di un anno senza governo eletto democraticamente eppure con dei risultati positivi)
  3. Ergo, quasi un assioma: “non posso che curare gli interessi personali miei e della mia famiglia

Di fronte a questa fotografia della realtà, quale può essere un motivo più importante per una chiamata a raccolta se non quello di rigenerare la politica. O, quantomeno, quello di diffondere la consapevolezza che se non attiviamo circuiti virtuosi e coinvolgenti per fare politica, alla fine qualcuno la farà comunque, anche in vece nostra? E con criteri che a noi non piacciano.

Quindi che la sfiducia e il disfattismo (o quello che si diceva una volta il qualunquismo) è in realtà nei fatti una compartecipazione agli attuali meccanismi del potere?

Questo è un obiettivo fondamentale nel senso letterale del termine: che rimette a posto le fondamenta, di una casa che sta lentamente degradando e crollando. Ed è la casa di tutti.

Rigenerare il circuito virtuoso della politica. Dunque dare anima e corpo, e in maniera ripetuta e continua (il ri del prefisso). Quindi non solo vincere il berlusconismo che è causa, ma anche effetto di questo circuito perverso.

Secondo: si chiama a raccolta qualcuno sulla base della sua identità?

Qui c’è un punto interrogativo. Si può anche chiamare a raccolta qualcuno soltanto perché si è d’accordo con ciò che scriviamo, senza domandarci chi è, da dove viene, dove va, cosa porta con se e con quali amici si accompagna. In sostanza l’identità, la sua storia, i suoi connotati.

E’ indubbio che il grado di coinvolgimento, l’intensità della partecipazione dipende se io sento che la mia identità è in qualche modo invocata da quelle parole e da quel messaggio. Non firmo con la mano sinistra e poi dimentico quel foglio nel cassetto. Me ne faccio carico, lo assumo come un nuovo e importante punto di partenza per le mie prossime azioni.

Bene. Un manifesto del cattolicesimo democratico, e qui il punto.

Tra di noi c’è in atto da tempo un dibattito se e fino a che punto l’identità cattolica democratica dica ancora qualcosa. Per molti cari e stimatissimi amici non solo non dice più nulla a tanti, soprattutto giovani che di quella storia sono lontani parenti o solo discendenti, ma bisogna proprio farne a meno, lasciarla da parte, relegarla alla sfera privata o comunitaria ecclesiale. Perché, in sostanza, l’appartenenza alla comunità dei cattolici finisce per creare un distacco e un discrimine che produce più danni che vantaggi.

Ma ci sono anche tanti che non sono d’accordo con questa tesi, che sostengono invece che l’identità cattolico democratica abbia ancora qualcosa da dire. E soprattutto, consentitemi, da dare al Paese.

Solo che bisogna chiarirne il senso e la portata.

Tutti oggi (a differenza delle contrapposizioni storiche che hanno poi dato origine a questa definizione) possono definirsi cattolici democratici. Chi non lo è? Ma è così nei fatti?

Penso che oggi più che mai andrebbe fatto un percorso condiviso (chiamiamolo discernimento?) per capire bene la portata di questa definizione, non più pensata rivolta al passato, ma come frutto di un nuovo riconoscimento, una sorta di inventario per cercare di capire di quali strumenti, principi, valori, metodi e caratteristiche dispone questo grande magazzino, questa grande officina in costruzione.

Sapendo bene che non di appartenenza stiamo parlando, non dell’essere parte di una Chiesa (il che confonderebbe i piani e renderebbe difficile l’esplicitazione politica delle scelte), ma di traduzione dinamica dell’impegnativo ma a mio avviso decisivo principio della coerenza tra fede e vita. Tutto qua? Beh, mi sembra già tanto

Ciò sul piano politico significa alcune cose. Accenno a quelle che considero basilari per il nuovo identikit del cattolicesimo democratico, che da quello storico parte ma con caratteristiche rinverdite:

a) La maturata convinzione che la democrazia non è una conquista definitiva ma che ha bisogno, sempre, da un canto di essere difesa e tutelata, e dall’altro di essere costantemente migliorata;

b) l’impegno affinché questa cura non spetti solo ad un’elite di sedicenti e presunti illuminati, ma a tutti i cittadini, nel più ampio concetto di partecipazione;

c) che nell’eventuale conflitto d’interessi tra comunità particolare (di cui si fa parte) e comunità generale della quale fa parte un più vasto gruppo di persone a prevalere debba essere l’interesse di quest’ultima;

d) che la politica non è tutto e non può gestire tutto

e) che la Costituzione oggi, è la più forte garanzia contro lo sfilacciamento e la dispersione di una società che, nella frammentarietà individualista rischia di premiare solo i più forti condannando i deboli all’emarginazione.

Ecco ritengo che questo possa essere un piccolo cassetto degli attrezzi per il cattolicesimo democratico oggi. Non esaustivo, certo, ma dal quale non si può prescindere

Terzo: le strategie in campo

E’ a tutti evidente però che non basta firmare un documento per poi lanciarlo nel mare aperto (proprio come un classico messaggio nella bottiglia) per vederne poi il successo.

Ingenuo, come minimo.

La strategia richiede:

  1. La chiarezza sulle persone che si intendono raggiungere (gli esperti dicono target ma è una parola che non mi piace, perché ha un che di militaresco perché la traduzione letterale inglese è esattamente “bersaglio”, obiettivo da colpire)
  2. Una struttura di sostegno che ne supporti le fasi di lancio
  3. Una serie di momenti di incontro sparsi sul territorio per diffonderne pensiero e finalità
  4. Un rilancio periodico sugli organi di informazione con alcune sottolineature di novità (il raggiungimento di un certo numero di firme, la qualità di alcuni firmatari, un’iniziativa originale ecc
  5. Propri organi di informazione che alimentino il dibattito, a partire da quelli favoriti dai nuovi media (social network)
  6. La nascita anche di alcune piccole organizzazioni che appositamente (magari anche in maniera un po’ astuta) vengono stimolate a nascere dal basso proprio sulla base del Manifesto-appello
  7. Un processo collettivo che ne alimenti tensioni e produzioni
  8. Fondi

Quarto: i linguaggi e simboli che si utilizzano

Credo molto, seppure in maniera laica, che le parole siano sì, conseguenza delle cose, ma anche un poderoso biglietto da vista di quei – appunto – “rerum” che vogliamo comunicare.

Facciamo uno sforzo di trovare slogan efficaci, che colpiscano, che già diano il senso di chi c’è dietro questo manifesto: Oltre l’indignazione, un bisogno di futuro? Funziona?

“Prerequisito”; “la dialettica istituzionale”; “stravolgere spirito e architettura del sistema costituzionale”; “non commendevoli presupposti ideologici”; “garantire il necessario salto di qualità”; “attività di “coscientizzazione” politico-culturale”. Sono citazioni parziali, di un testo che pur fatto bene segnala ancora la presenza di un certo modo di parlare.

Facciamo lo sforzo di cercare il massimo di coincidenza possibile tra l’efficacia delle parole che possa suscitare emozioni per il loro spessore con la necessaria chiarezza e sobrietà che indica anche un certo modo di pensare e di agire.

Quinto: Le idee, i contenuti

Spostiamo l’accento, il peso “dai forti motivi di preoccupazione”, come è scritto nel Manifesto, a quel “invigorire con intelligenza l’impegno” per…. Diamo un segnale positivo di impegno, piste su cui lavorare, progetti in attacco e non solo in difesa (per usare metafore abusate, a dire il vero.

Provo ad aggiungerne qualcuna oltre a ciò che è stato scritto nel manifesto

  1. il perseguimento coraggioso dell’uguaglianza, non solo delle condizioni di partenza ma anche sostanziale, perché le ingiustizie clamorose e la profonda differenza di condizioni di vita gridano il loro dolore verso Dio; ancor più in questi tempi di crisi dove la forbice se allargata e i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri;
  2. la necessaria e premura per la manutenzione costante e amorevole del creato, della terra (con tutto ciò che comporta nel mutamento degli stili di vita, nella qualità dello sviluppo e dell’impatto sull’ambiente), noi cattolici – pare scontato ma forse non lo è, o almeno non lo è politicamente -dovremmo a mio avviso sentire forte questa premura;
  3. la passione indomabile per la giustizia, globale e locale, tra i popoli e tra gli individui all’interno dei popoli, che nei fatti significa fare quelle scelte che puntano a far sì che tutti possano soddisfare l’esigenza di accedere in modo concreto e egualitario ai diritti.

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Intervento effettuato all'"Assemblea Nazionale di Agire Politicamente - 2011": “CATTOLICI DEMOCRATICI NELL’ITALIA DI OGGI”

L'indagine sull'impegno dei cattolici in politica

L'Istituto di studi politici "Renato Branzi" ha espresso alcune riflessioni sulla ricerca relativa all'impegno dei cattolici in politica

Francesco Butini
(Istituto di studi politici “Renato Branzi”)
7 Aprile 2011

Fonte: Istituto di studi politici "Renato Branzi"
da quaeris.it

Nel quadro delle attività della Fondazione “Ispirazione” di Treviso, è stato definito il programma dei Cenacoli culturali 2011 sul tema "Politica, ripartire dai cristiani". In apertura del ciclo dei seminari, è stata presentata il 31 marzo scorso una indagine condotta dall'istituto di ricerche sociali Quaeris, con sede a Breda di Piave, in provincia di Treviso. Il sondaggio, realizzato nel febbraio 2011, è intitolato "L'impegno cattolico in politica - Analisi dell'opinione dei cittadini trevigiani".

Il campione dell'indagine è stato costituito da 592 persone residenti nella provincia di Treviso, delle quali il 51,2% donne e il 48,8% uomini, in tutte le fasce di età (ad esclusione dei minorenni). Sostanzialmente si è trattato di cinque domande. La prima riguarda la rappresentatività del mondo cattolico in politica: in che misura l'identità ed i valori cattolici sono rappresentati nel panorama dei partiti italiani ? La risposta dei cittadini di Treviso intervistati è inequivocabile: per il 73,3% i valori cattolici non sono adeguatamente rappresentati negli attuali partiti politici. Tale giudizio è leggermente prevalente tra le donne, e per quanto riguarda le fasce d'età il giudizio negativo tocca il suo apice nella fascia 25-34 anni: ben l'80% degli intervistati.

La seconda domanda riguarda gli attuali partiti politici: sono essi adatti all'impegno in politica dei cattolici ? Il giudizio prevalente dei trevigiani è no (60,9%). Nell'ambito di coloro che hanno espresso un giudizio positivo, prevale la posizione di coloro i quali ritengono che possa essere fatto di più per far emergere i cattolici negli attuali partiti (32,1% del totale) piuttosto di coloro che si dichiarano sostanzialmente soddisfatti (5,6%). Tra le diverse fasce d'età, l'apice del giudizio negativo è tra i 45-54 anni (68,7%).

La terza domanda concerne la capacità dei cattolici, oggi impegnati in politica sia a livello locale che nazionale, di portare i valori cattolici all'interno delle proprie proposte politiche. Anche in questo caso, la risposta dei trevigiani intervistati è inequivocabile: l'80,6% giudica non adeguata questa trasposizione dei valori. Con un quasi imbarazzante 93,7% di giudizio negativo tra i più giovani (fascia d'età 18-24 anni).

La quarta domanda implica un giudizio morale sui cattolici oggi impegnati in politica: il loro stile di vita è coerente con i valori cattolici ? La risposta è sempre più pesante: per l'88,1% degli intervistati di Treviso, la risposta è no. E se la risposta sullo stile di vita dei cattolici è stata "poco coerente" per il 44,7%, la risposta "per niente coerente" vale il 43,3% del campione.

L'ultima domanda impatta il futuro: sarebbe più efficace l'azione dei cattolici in politica se fosse espressa unitariamente in un unico partito ? E', per noi, la domanda-chiave, la domanda controcorrente rispetto al pensiero dominante. Quella che contiene un po' di "scandalo". Ebbene, il 53,9% degli intervistati trevigiani ha risposto di no, il 40,7% ha risposto di sì.

Quali valutazioni possiamo trarre da questo significativo sondaggio di Quaeris a Treviso ? Innanzitutto, c'è da evidenziare un elemento di soddisfazione: si discute, problematicamente, anche su opzioni non rituali, al fine di favorire il cambiamento dell'attuale quadro politico, quali quella di una nuova riaggregazione politica di una larga rappresentanza dei cattolici italiani. Il solo fatto che nel sondaggio sia stata inserita una domanda sul tema è motivo di soddisfazione: si comincia a rompere un tabù.

Un secondo elemento di valutazione risiede nelle risposte fornite dai trevigiani intervistati sul tema del partito unitario: è prevalsa una risposta negativa, come per tutte le altre domande del sondaggio. Ma non possiamo trascurare il fatto che il margine è stato molto più contenuto, rispetto al dato emerso nelle altre risposte, per le quali il sondaggio ha rivelato orientamenti sostenuti da maggioranze molto larghe degli intervistati, in alcuni casi addirittura schiaccianti. In questo caso, oltre il 40% degli intervistati ha ritenuto che l'azione politica dei cattolici sarebbe più efficace se i cattolici stessero in un unico partito. Non è la maggioranza degli intervistati, ma la percentuale del consenso comincia ad essere significativa.

Il tema dell'unità politica dei cattolici risulta essere evidentemente complesso. Anche perché non se ne è parlato più in termini seri, programmatici, con il senso della prospettiva e non con l'affanno dell'accomodamento. La stessa percentuale di coloro i quali all'ultima domanda (quella sul partito unico) non hanno risposto o non hanno saputo rispondere, riflette questa complessità: il 5,4% non ha risposto, una percentuale molto superiore al "non sa / non risponde" relativamente alle quattro domande precedenti. Inoltre, la fascia di età più scettica verso il partito unitario è quella dei più giovani (18-25 anni), pari ad un 68,8% dei giovani intervistati. Persone che nella loro vita hanno visto solo la polemica frammentazione della rappresentanza politica dei cattolici.

I risultati del sondaggio vanno anche analizzati nel contesto di Treviso e della sua storia politica, più o meno recente. Nel Veneto “bianco”, la provincia di Treviso sapeva essere ancora più “bianca”. Per esempio nelle elezioni politiche del 1987, la percentuale della Democrazia Cristiana per la Camera dei Deputati nella regione Veneto fu del 43,93%, e nella provincia di Treviso fu del 45,60%. Ma Treviso è stata anche una delle terre d'origine del fenomeno leghista, con un forte radicamento sociale e un consistente consenso elettorale. Prendendo spesso la strada del contrasto alla “democristianità”.

Le risposte al sondaggio mostrano un nuovo bisogno che la politica e i partiti esistenti stentano a rappresentare. A volte persino a riconoscere. Il tema del partito unitario per i cattolici non è più un argomento “sconveniente” o respinto a priori. E' più facile che lo respingono a priori le attuali classi dirigenti che i singoli cittadini. E' un tema di cui si può discutere, purché seriamente. Senza nostalgie del passato, ma con nuove speranze per il futuro.

Vedi commento di Roberto Grigoletto

Impegno dei cattolici in politica

l'opinione di Roberto Grigoletto

Roberto Grigoletto

Vice segretario provinciale Pd

15 Maggio 2011

da quaeris.it


Non sorprende il sondaggio realizzato dal prestigioso istituto "Quaeris" sull’impegno dei cattolici in politica [1] . Un risultato abbastanza prevedibile ma non per questo da sottovalutare. Sarebbe anzi opportuno un approfondimento e un confronto tra coloro che da cristiani sono presenti in politica nei diversi schieramenti. Una considerazione, però, va premessa: il dato rilevato dal sondaggio a proposito dell’inadeguatezza da parte dei politici cattolici a rappresentare l’identità e i valori cristiani non può andare disgiunto, a mio parere, da quello relativo alla diminuita pratica religiosa nel nostro Veneto bianco, dove i credenti che vanno a Messa e che prendono parte alla vita della comunità parrocchiale sono ormai una minoranza, e pure esigua.

E' anche per questa ragione che non intravvedo né i margini né l’utilità per la ricostituzione di un partito di ispirazione cattolica. Ho però la sensazione che non sia tanto questa stessa minoranza a lamentare l’incapacità di “trasporre i valori cattolici nelle proposte politiche” perché certe rivendicazioni di principi, da un po’ di tempo a questa parte, nelle nostre terre, sono il frutto di un “utilizzo” molto politico del fatto religioso e della vita di fede. Che si traduce, ad opera della Lega nord, in una esaltazione folcloristica mista a tradizionalismo dei riti, dei simboli e delle pratiche devozionali, funzionale alla costruzione identitaria padana. Ma è oltremodo fuorviante misurare su queste basi la rilevanza e la specificità dell’apporto dei cattolici in politica. Così come lo è, da parte di settori cattolico-militanti che fanno riferimento al Pdl, identificare nella difesa a oltranza dei valori non negoziabili l’obiettivo unico e assoluto dei credenti impegnati in politica. Un approccio integralistico di questa sorta è anti-politico per definizione, perché politica è mediazione e impegno sul terreno delle cose penultime.

Il punto di partenza, a mio avviso, deve essere posto altrove. E la domanda dovrebbe essere la seguente: cosa significa oggi per un credente stare in politica e come si declina il suo impegno? Io penso che il bene comune di cui spesso e volentieri ci si riempie la bocca altro non voglia dire che un lavoro concreto, nella quotidianità, per garantire a tutti di vivere bene nei nostri paesi e nelle nostre città, occupandosi dei problemi, che spesso sono emergenze di tipo sociale. Ma non solo. Anche nella pianificazione urbanistica il cristiano è chiamato a dire la sua, perché molti scempi e scelte scellerate vengono compiute in nome di interessi forti. E poi ci sono i bilanci di previsione delle nostre amministrazioni comunali: può un cattolico tacere di fronte a certi investimenti di spesa o ad alcune modalità di impiego del denaro pubblico? Meglio un tratto in più di porfido in centro o il contributo ad un anziano ma anche a famiglie che non arrivano alla fine del mese? Sono convinto che su questo si misuri la coerenza di chi in politica vuole impegnarsi da cristiano. Non che i comportamenti personali coerenti e lo stile di vita, pubblico e privato, siano poco importanti. Lo sono invece e molto, perché la forma è sostanza; dal sondaggio di Quaeris questo emerge chiaramente, mentre si stanno ancora narrando al Paese le vicende private poco edificanti e per nulla onorevoli del Presidente del Consiglio italiano. Ma cattolici che finora l'hanno votato ne terranno conto?

La rilevazione di “Quaeris” sollecita noi che ci impegniamo da credenti nella polis a definire insieme, e indipendentemente dalla collocazione, le coordinate del nostro servizio: c'é bisogno dei cattolici in politica, sicuramente anche di una nuova generazione, ma soprattutto di un modo diverso di essere presenti nella cosa pubblica. L'apprezzabile sondaggio di “Quaeris”mi conferma nell'opinione che tutto questo sarà possibile se riusciremo smettere il ruolo e a rinunciare a divulgare di noi lo stereotipo del crociato nelle battaglie della bioetica. L'impegno politico è molto più ampio, anche per i cattolici.

Vedi articolo di Francesco Butini

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