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Sul dibattito circa il ruolo dei cattolici nella politica italiana
di Alvaro Bucci
Pubblicato sulla Gazzetta di Foligno del 2 febbraio 2025
Non v’è dubbio che l’ultima Settimana sociale dei cattolici, la 50^ che si è tenuta a Trieste con il significativo titolo “Al cuore della democrazia”, ha costituito una vera e propria “scossa” per i cattolici a rapportarsi con la politica. Tra gli elementi di risposta conseguenti a tale scossa si è subito riscontrata la “Rete di Trieste”, la rete cioè degli amministratori locali che si è autoconvocata a luglio a margine della Settimana sociale e che è ad un passo dal primo incontro nazionale (il 14-15 febbraio, a Roma) per fissare i paletti del cammino futuro. Si tratta di circa 500 amministratori locali di diversa appartenenza politica che hanno in comune l’essersi formati dal punto di vista sociale e politico nelle associazioni ecclesiali.
Un secondo elemento è il forte rianimarsi del dibattito sul ruolo dei cattolici dentro i partiti e dentro i due poli, facendo emergere, sulla scorta anche della scossa di Trieste, un’esigenza di rappresentanza più forte e chiara, anche individuando spazi di espansione elettorale al “centro”. Una scossa che non poteva non coinvolgere i cattolici del centrosinistra, in particolare militanti nel Pd.
Molto significativa, al riguardo, la doppia iniziativa svoltasi sabato 18 gennaio scorso, a Milano da parte di Comunità democratica e a Orvieto da Libertà eguale. La prima iniziativa, promossa da Graziano Delrio, Pierluigi Castagnetti, Lorenzo Guerini, Stefano Lepri, - che si è garantita la presenza di Ernesto Maria Ruffini e, in videocollegamento, di Romano Prodi - era finalizzata a evidenziare la matrice popolare del Pd, perseguendo tratti più identitari. L’iniziativa Libertà eguale era finalizzata a raccogliere coloro che hanno a cuore la liberaldemocrazia che si trova a fronteggiare l’assalto dei sovranismi e populismi. Vi si sono ritrovati, insieme a Enrico Morando, che viene da una storia di sinistra liberale, anche i cattolico-democratici Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, ed ha contato sulla presenza di Paolo Gentiloni.
Un punto fermo delle due iniziative, né Milano né Orvieto, sono per un nuovo partito al centro oppure al centro del centrosinistra. E a conferma che i due movimenti non vogliono aprire una competizione tra di loro e ancor meno contro i dem, si è deciso di vivere un momento comune, pur a distanza, con gli interventi di Castagnetti da Milano e Tonini da Orvieto a beneficio di entrambe le platee.
Dalla platea di Comunità democratica molto atteso l’intervento di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che ha esordito chiarendo che “il punto non è costruire nuovi partiti o aree all'interno di un partito, ma coinvolgere nuovi elettori andando a cercarli in quella metà di popolazione che ha smesso di affidare alla politica le proprie speranze, strappandoli via da quell'astensionismo che è la più grande forza politica di questo Paese, se solo trovasse il modo di essere coinvolta in un processo e in un cammino”. L’allarme – per Ruffini - è la crisi globale della democrazia. “È reale quando assistiamo alla silenziosa instaurazione di un modello neofeudale con feudatari che scatenano i vassalli per difendere i privilegi”. L’antidoto è rinunciare all’idea dell’uomo forte puntando sul confronto. Ed ha citato il rimpianto presidente del parlamento europeo, David Sassoli, “fondamentale nella costruzione della maggioranza Ursula che da due legislature governa l’Europa”.
Il Convegno di Comunità democratica, “Creare legami, guarire la democrazia”, ha preso avvio con alcuni interventi introduttivi di Emilio Del Bono, Marco Granelli e Stefano Lepri ed è proseguito con un panel sul tema, introdotto e moderato dal docente di giornalismo alla Cattolica Fabio Pizzul, cui hanno partecipato l’economista Leonardo Becchetti ed Elena Granata, del comitato organizzatore delle Settimane sociali, che ha riportato alla platea i contenuti e lo stile della Settimana sociale di Trieste sulla democrazia. La prima Settimana sociale della storia – ha sottolineato Pizzul - con la presenza di un Papa e di un presidente della Repubblica e che ha incentivato il risveglio politico dei cattolici.
Anche Pierluigi Castagnetti, parlando al termine della mattinata alle due platee, ha ribadito l’archiviazione della rinascita di un partito cattolico nuovo, “almeno dopo questo incontro; non ce n’è bisogno, anche perché i partiti sono fatti dalla storia, dalla domanda che la storia pone”. Ed ha, innanzitutto, sottolineato la “molto bella” mattinata che ha consentito di ascoltare voci nuove e di discutere. La politica, per Castagnetti, dovrebbe creare “tante occasioni per ascoltare” perché ascoltare, “saper ascoltare, pur essendo un esercizio difficile, è indispensabile per la politica”. Ha quindi richiamato una serie di questioni, alcune segnate da preoccupazione, sulle quali ha auspicato di aprire una discussione. Una prima questione, che preoccupa Castagnetti, riguarda il fatto che “ormai vanno a votare meno di 5 italiani su 10. Vogliamo capire perché? Da cosa nasce questo sentimento di rassegnazione, di inutilità del voto?”. Un’altra questione è la vittoria delle destre, che “non dovrebbe interpellare tutto il centrosinistra, portarlo a chiedersi se c’è un rammarico e come porvi rimedio?”. Parlando dell’Europa, Castagnetti ha osservato che “l’Europa che ha in mente la Meloni non c’entra niente con l’Europa di De Gasperi, di Spinelli” e chiesto “che cosa voleva dire Trump quando ha detto che questa donna politica ha deciso di assaltare l’Europa?”. “La visione di questo governo è di assaltare l’Europa?”. “Quell’unico luogo in cui la democrazia s’interpreta ancora come luogo delle regole e dei limiti”. Riferendosi alle due guerre in corso Castagnetti ha osservato ancora come ci lascino in eredità un’abitudine, un’indifferenza, per cui “siamo diventati tutti più cinici” e ci lascino un “disordine internazionale che non si sa come possa essere ricomposto”. In merito anche alla crisi della democrazia, Castagnetti ha affermato che se la democrazia “fosse arrivata a un tornante in cui non sa più darsi le risposte sul come rinnovarsi, abbiamo il dovere di allargare l’orizzonte e guardare a chi è in grado di dare qualche aiuto”.
Castagnetti, infine, ha invitato a “rendersi conto della vivacità che sta ritornando dell’impegno dei laici cattolici” per capire di più, interessandoci “a ridare voce anche politica a quello che sta esplodendo nel mondo cattolico, nel rispetto delle reciproche autonomie”, perché il cattolicesimo democratico “da sempre espressione di una mobilitazione a cavallo tra politica e Chiesa, non può continuare a essere assente o peggio trascurato”.
Altro intervento atteso dalla platea di Milano è stato quello di Romano Prodi. Una densa riflessione sulle questioni dello sviluppo economico, della realtà sociale, della politica e del ruolo in essa dei cattolici democratici, riguardanti il nostro Paese. Riservandomi di riproporlo più compiutamente prossimamente, mi limito a riportare quanto richiamato dall’ex premier sul precetto evangelico essere lievito e sale della terra in ordine alla presenza dei cattolici in particolare nella politica, questione che è stata oggetto di discussione nei precedenti articoli di Emanuele Sfregola, Carlo Schoen e Pietro Pergolari.
Nella parte finale della sua riflessione, Prodi rammenta come i cattolici democratici, in conformità con il precetto evangelico, siano chiamati a essere lievito e sale di ogni comunità nella quale si trovano ad operare. “Lievito – precisa – al servizio di tutta la comunità, con attenzione prioritaria alla difesa dell’uguaglianza, della parità dei diritti e delle opportunità. Un compito che i cattolici hanno esercitato fin dal loro ingresso in politica”. E di seguito il professore ha invitato a pensare a Luigi Sturzo, alle innovative proposte riformiste dell’immediato secondo dopoguerra, dal grande progetto, rimasto unico, di edilizia popolare di Amintore Fanfani alla proposta di Servizio Sanitario Nazionale di Tina Anselmi. “Forti di questo patrimonio di riformismo e di radicalismo – ha aggiunto – dobbiamo proporci di difendere la preziosa eredità del Welfare, di lottare per non far diminuire i diritti esistenti ed avere come obiettivo la difesa dei salari”.
In ordine al senso evangelico del sale, Prodi ne rileva il riferimento alla ponderazione e alla saggezza, cioè alle grandi virtù politiche che si formano solo con lo studio, la comprensione e il contatto con la società. “Questo – conclude - è il sale di cui noi abbiamo bisogno se vogliamo essere protagonisti del futuro”.
Sul tema, vedere anche: 2025 - Partecipazione dei cattolici italiani alla politica
