IL LIBRO BIANCO SU BOLOGNA

evoca ancora oggi una alternativa allo scontro politico permanente

Angelo Mendace

10 aprile 2026

Presentiamo un nuovo articolo dell’amico Angelo Mendace dedicato al “LIBRO BIANCO SU BOLOGNA” e all’esperienza di Giuseppe Dossetti: un esempio concreto di politica fondata sul dialogo, rispetto e visione condivisa del bene comune.

Dossetti_LibroBianc

Settant’anni dopo, IL LIBRO BIANCO SU BOLOGNA, evoca ancora oggi una alternativa allo scontro politico permanente

Il 19 marzo 1956 nella Sala Borsa a Bologna si tenne una assemblea pubblica della Democrazia Cristiana per ascoltare le proposte di Giuseppe Dossetti in vista delle elezioni amministrative del 27 maggio 1956.

A Bologna, fin dalla Liberazione era sindaco Giuseppe Dozza, a capo di una amministrazione di sinistra che offriva una immagine di efficienza che il PCI tendeva a valorizzare come una sorta di ‘città modello’.

Fu così che nell’imminenza delle elezioni amministrative, nella DC locale - e soprattutto del mondo cattolico bolognese - maturava l’idea che fosse giunto il momento di opporre a Dozza una candidatura non solo credibile ma altrettanto carismatica.

E si decise di puntare su Giuseppe Dossetti, che però intanto si era ritirato dalla politica.

Dunque, alle elezioni del 27 maggio la DC presentò capolista Giuseppe Dossetti, il quale con un gruppo di giovani elaborò un programma amministrativo denominato “Libro bianco su Bologna”.

Il Libro bianco su Bologna proponeva una visione d’insieme della città fondato su un approccio scientificamente rigoroso dei problemi della città e la ricerca di soluzioni concrete. Si trattava di un impegno programmatico i cui punti essenziali andavano dal piano regolatore, che fosse espressione di un’idea di città, ad una equa politica fiscale, fino alla novità di tracciare le basi per il decentramento amministrativo, mediante l’articolazione amministrativa della città con i consigli di quartieri.

Eppure, nella sostanza, una significativa svolta fu il coinvolgimento dei cittadini, ma non solo, anche delle forze culturali e spirituali, e non solo dei portatori di interesse e delle forze economiche.

Questa impostazione viene chiaramente evidenziata nella Prefazione del Libro bianco, in quanto, si dice, “forse è la prima volta che una campagna elettorale non è soltanto un’occasione di propaganda, ma diventa ragione di un complesso di analisi e di studi condotti con rigore, si tramuta cioè in un atto, a un tempo, di conoscenza scientifica e di magistero, rivolto a centinaia di cittadini.” Nonostante l’impegno di Dossetti, i risultati elettorali amministrativi confermarono il PCI alla guida del Comune di Bologna.

Ora, se pure si volesse derubricare a fatto locale o lontano nel tempo, la vicenda bolognese ci interpella ancora oggi per lo stile e il metodo che seppe imprimere Dossetti.

Infatti, pur consapevole che la sfida era improbabile, Dossetti accetto questo impegno ma chiese e ottenne che la legittimazione della sua candidatura fosse sancita dall’Assemblea degli iscritti DC, aperta tuttavia anche ai non tesserati, i quali, scrisse Dossetti, “non possono compiere la designazione (ma) aspirano a non essere tenuti all’oscuro e desiderano conoscere le cause della scelta e le conseguenze che essa può avere”. Ma non è tutto.

All’Assemblea pubblica poterono assistere i rappresentanti    dell’opinione pubblica, dei diversi partiti, ceti e categorie, nessuno escluso.

“Questa assemblea, affermò Dossetti, è una manifestazione di serenità, di amicizia, e a tale serenità noi intendiamo informare la prossima campagna elettorale, senza lasciarci influenzare da nessuna aggressione polemica o calunniosa.” Tant’è che, durante questo discorso, formulò anche gli auguri di buon onomastico al sindaco Dozza, “affinché il comune patrono ci ispiri a lavorare per il bene della città”.

Questa concezione della politica si manifestò anche nel modo di fare opposizione in Consiglio Comunale, mai pregiudiziale, comunque svolta senza sconti, con rigore, ambizione e fedeltà ai propri principi e al proprio programma; mai con spirito frontista, offrendo il proprio contributo per il bene della città, come avvenne per le norme sul decentramento approvate in seguito dalla Giunta di sinistra.

Di ciò anche gli avversari politici finirono per darne atto pubblicamente.

Nel 2002 il sociologo Achille Ardigò è sembrato andare al cuore dell’esperienza bolognese, di cui fu uno dei protagonisti, poiché - disse - “ha dimostrato che dall’antagonismo non meramente ideologico, ma animato da spirito di ricerca innovativa per il bene della città, poteva anche nascere una concordia discors capace di sollecitare il progresso complessivo della comunità cittadina. E tale concordia discors riguardò programmi forti che, comunque, sempre meno potevano essere ricondotti alla semplificazione di schieramenti ideologici tra comunismo e anticomunismo.” Alla radicalizzazione, alla demonizzazione dell’avversario, allo scontro permanente, la vicenda bolognese rievoca il paradigma della fraternità capace di indicare itinerari di dialogo e di confronto a ogni livello istituzionale e civile, capace di ispirare, anche in politica, atteggiamenti di rispetto della reciproca dignità; accettando e governando una sana dialettica politica - fra e nelle coalizioni - espressione pura di una composita e plurale società. Ma soprattutto, richiamando tutti al dovere della ricerca di convergenze ampie e di alto profilo quando si tratta dell’architettura dello Stato e delle regole di funzionamento delle istituzioni (nondimeno le questioni internazionali e perfino la legge elettorale), come argine alle convenienze di parte e a tentativi plebiscitari.

In questa prospettiva si colloca l’eredità della vicenda bolognese, ancora attuale se vogliamo dare linfa al modello della democrazia costituzionale.


Vedi l'articolo

/* */