La spiritualità politica di Lazzati

Agire Politicamente - Seminario di formazione - estate 2025
Santa Maria degli Angeli - Assisi

di Luciano Caimi

28/8/2025

      Il costante interesse di Agire Politicamente per Giuseppe Lazzati, fondatore de La Città dell’uomo. Sintonia di fondo delle nostre due associazioni.

      L’intervento in connessione con quello del Seminario dell’anno scorso all’Eremo San Salvatore, su Lazzati e la laicità cristiana.

       Il mio intervento assume un’impostazione biografico-evolutiva. È il modo più corretto per provare a restituire il senso di una linearità in sviluppo del discorso lazzatiano.     

 In Università Cattolica (1927-’31).

      Vi prevale l’indirizzo neo-tomistico. Incide sul giovane Lazzati. Per lui sarà pure fondamentale l’incontro nel corso di laurea con i Padri della Chiesa.

      Guadagni:

      * il cristianesimo sprigiona una forza di assoluta novità, anche se è tributario di culture preesistenti (quella greca: la figura del logos);

      * «La dottrina cristiana non distrugge l’umano per edificare la propria costruzione sopra le sue rovine». Riconoscimento del valore in sé della realtà umana (buona, perché creata da Dio, ma ferita dal peccato) e bontà di tutto il creato, quindi del “mondo”, ancorché attraversato dal male;

      * i “semi del Verbo”, si tratta delle realtà di bene, frutto dell’azione dello Spirito, disseminate ovunque, anche dove non c’è ancora il Vangelo (Giustino Martire, Ireneo di Lione, Clemente Alessandrino);

      * fede e ragione, due dimensioni costitutive dello spirito, in reciproca tensione dialogica. Il cristianesimo valorizza e “purifica” la ragione;

      * fede e politica: già nella tesi di laurea (su Teofilo d’Alessandria, il vescovo politico) Lazzati ha modo di riflettere sul rapporto tra politica e Chiesa, politica e fede;

      * l’Ad Diognetum (II sec. d.C.): dedica a questo scritto il primo corso accademico in Letteratura cristiana antica (1939). Il meraviglioso “paradosso” del modo di vivere dei cristiani: “anima mundi”, «ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo».    

L’incontro (1937) con Humanisme intégral di Maritain.

      Guadagni:

      Lazzati recupera il criterio contenutistico-metodologico dello schema maritainiano, di matrice tomistica, circa il modo di essere e di operare del cristiano.

      Il criterio della distinzione: quando si agisce sul piano spirituale (apostolato, pastorale), si agisce come membri del corpo mistico di Cristo, per edificare, estendere la Chiesa; quando si opera sul piano degli affari temporali, si opera come membri della Città terrena, seguendo le dinamiche proprie di queste realtà e mettendo in gioco sé stessi, senza coinvolgere la Chiesa.

      Nel primo caso si agisce in quanto cristiani, nel secondo da cristiani.

      Questo schema concettuale (bersaglio anche di polemiche capziose) resterà sempre operante in Lazzati.

Dopo la guerra e il campo di concentramento. La ricostruzione materiale, culturale, spirituale

      Gli scritti dei secondi anni ’40 determinano l’orizzonte teorico dal quale possiamo inferire premesse coerenti con il nostro tema (spiritualità politica).

      Tale orizzonte concerne l’impegno/responsabilità del laico cristiano nei confronti del “mondo”, ossia delle “realtà terrene” (o “realtà secolari”).     

      Detto altrimenti: l’orizzonte in questione è quello dell’intrinseca “politicità” della fede. La fede cristiana se non vuole essere evasiva e intimistica, deve misurarsi con la vita, nei suoi profili personale e sociale (quest’ultimo sinteticamente rappresentato dalla pólis, la “città”, intesa come luogo della convivenza umana).      

      Dopo la guerra, per Lazzati è sempre più chiaro che fede/vita/storia/società/politica ecc. interpellano il cristiano (ogni cristiano) in prima persona.

      Il contesto della ricostruzione nazionale favorisce una visione della vita cristiana engagée. Engagement, termine tipico di Mounier. Lazzati conosce il suo saggio Révolution personnaliste et communautaire, così come è al corrente del fermento teologico in Francia, con autori (Thils, Chenu) impegnati sulla nuova frontiera della “teologia delle realtà terrestri”.  

      La riflessione lazzatiana dei secondi anni ’40 va letta anche nel quadro del cattolicesimo militante dell’epoca. L’AC è l’associazione a servizio dell’«apostolato gerarchico». Si tratta di un cattolicesimo “visibile”, organizzato, gerarcocentrico, attivo sulla base di una parola d’ordine: apostolato. Linea già dell’indirizzo di Pio XI («Pax Christi in Regno Christi»), sostanzialmente ripresa da Pio XII. Il compito: «Instaurare omnia in Christo».

      Ma proprio l’“apostolato-centrismo” era fonte di equivoci nel contesto socio-istituzionale definito dalla Costituzione repubblicana del 1948; un contesto democratico, pluralistico, laico.

      Il clima infuocato delle elezioni dell’aprile ’48. La visione di Lazzati opposta a quella di Gedda sul rapporto cristiani e politica (Gedda, capo dei Comitati civici, schiera l’AC nella battaglia elettorale).

      C’era un lavoro di chiarificazione teologico-culturale da compiere sull’azione dei cattolici, che investiva direttamente la politica. In quest’opera, il non ancora quarantenne Lazzati si segnala come una delle menti più lucide in seno al gruppo dossettiano di “Civitas humana”.

      Prima di vedere i suoi scritti indicatori di una linea di svolta rispetto all’opinione cattolica diffusa, un cenno al libretto del 1947: Il fondamento di ogni ricostruzione. Ci sono parecchie cose che, più o meno esplicitamente, riguardano anche il nostro tema.

      L’incipit: «Ho scritto queste pagine nelle baracche fredde umide e scure dei campi di concentramento tedeschi… anche per trarne ammonimento per l’avvenire» (1, p. 3)).         

      La conclusione sapienziale: «Sull’Europa la spaventosa tempesta bellica…» (2, p. 54).  

Politico “suo malgrado”

       Tre articoli, 1947-’48, che lasciano il segno (i primi due su “Cronache Sociali”, il terzo su “Studium”).

      Primo articolo: Esigenze cristiane in politica. Premessa la constatazione della fine di ogni regime di cristianità e l’acquisizione dei valori costitutivi della società post-bellica (democrazia, pluralismo, laicità), occorre lavorare, come già insegnava Maritain, per «un nuovo ideale storico e una nuova cristianità».

      Pertanto, che devono fare «i cristiani nella pólis, oggi?». S’impone innanzitutto, scrive, «di vedere chiaramente i fini della società politica; ma il fatto esige di stabilire i suoi rapporti con altre società, e di tutte con la persona umana, e però il problema si allarga ai rapporti tra naturale e soprannaturale» (3, p. 66).

      I due distinti piani, ma non separati, in cui opera il cristiano: egli è «membro di una pólis eterna e che agisce come tale», cioè la Chiesa, comunità delle anime dei credenti in Cristo, e «membro di una pólis temporale, dalla prima non disgiunta ma ad essa orientata pur nell’autonomia di un fine suo da conseguire, il bene comune dei suoi membri, che anche attraverso ad esso all’eterna si congiungono» (p. 67: chiaro, qui, il rinvio al De civitate di sant’Agostino).

      Da questa distinzione trae origine l’autonomia della politica, pur relativa, perché essa, come ogni attività umana, non può prescindere da giudizi di valore, quindi dall’etica.

      Contro il rischio del machiavellismo (politica scissa dall’etica), il cristiano in genere (e a maggior ragione quello impegnato in politica) deve opporre «quell’eroismo interiore», vero e proprio esercizio di «santità che lungi dal modificare le leggi del soprannaturale le incarna in una coscienza dell’umano, dei suoi valori e dei suoi impegni, in cui veramente l’armonia dell’uomo si esprime ed esalta» (p. 67).

      L’«angelismo» in politica «mette i cristiani fuori del mondo». Il «soprannaturalismo», poi, «confondendo il piano naturale col soprannaturale», pretende «di portare nel primo il metodo del secondo» e in tal modo «trasforma la lotta politica in lotta religiosa» (p. 67).

       C’è nell’articolo anche un importante passaggio sulla resistenza in rapporto alla politica. Interiormente ‒ dice Lazzati ‒ bisogna sempre resistere al male. Ma esteriormente? Resistere, «se del caso, con la forza messa a servizio del diritto» o cedere alle iniziative del male? Se «devo agire da cristiano sul piano temporale, io posso, io devo resistere e posso e devo anche opporre alla forza ingiusta, la forza giusta». Tenuto conto delle specifiche responsabilità, massime per uomini di governo, in quanto cittadino potrò e dovrò «usare i mezzi di difesa temporali», ma dovrò usarli «da cristiano, così i mezzi di resistenza passiva come quelli di resistenza attiva» (4, p. 68).

      «Ma se io sono chiamato ad agire in quanto cristiano allora la non resistenza al male del discorso della montagna diventa la forza che anima il mondo e che vince gli stessi nemici. Con questa regola cammina la Chiesa, nel mondo, e in forza di essa le è possibile vincere i suoi persecutori» (p. 68).

      Secondo articolo: Azione cattolica e azione politica. È il più celebre degli interventi di Lazzati negli anni della ricostruzione. Si pone come implicita sfida alla linea clerico-gerarchica di Gedda (e non solo), cioè di asservimento dell’AC alla battaglia politica. Il ragionamento viaggia sempre sul registro dei due piani (“temporale” e “soprannaturale”).

      Si domanda a quale di essi appartiene l’AC. Trattandosi, come sappiamo, di collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico, osserva: «è evidente che il fine di chi collabora è il medesimo fine dell’agente principale: che è dire il fine diretto dell’AC è il fine stesso della gerarchia. Tale fine è assolutamente soprannaturale qualunque sia il campo in cui e il mezzo con cui lo si persegue» (5, p. 88).

      Passa poi all’azione politica. «Essa è l’attività ordinata al bene temporale […] della città terrena». Va fatta sempre da cristiano, cioè con riferimento ai valori che orientano la sua vita. Fine e mezzi specifici di tale attività ne scandiscono anche la conseguente autonomia (pur relativa). Precisazione importante: «le determinazioni concrete delle attività strettamente temporali, sociali e politiche […] sono affidate alla responsabile iniziativa dei laici i quali agiscono a loro rischio e pericolo» (6, p. 91).

      Terzo articolo: Valore dell’impegno politico. Riprende, ribadisce, integra le idee precedenti.

      Una premessa critica: «non sono pochi coloro i quali pensano di fare dell’opera politica un’opera di apostolato […] nel senso che, come facevano apostolato ieri nelle file dell’Azione Cattolica, così fanno apostolato oggi nelle file del partito politico» (7, p. 95).

      Ancora sulla nozione di politica: «è l’azione che mira a costruire e sviluppare nel migliore modo possibile, cioè nel modo più corrispondente alle esigenza della persona umana, la vita associata degli uomini nell’ambito dello Stato e della comunità internazionale» (p. 96).

      Seguono poi le note disquisizioni sui due piani (“temporale” e “soprannaturale”) dell’operare del cristiano.            

      In queste riflessioni non è formalmente tematizzata la categoria spiritualità politica, ma è legittimo dire che tutto il discorso sporge su quell’orizzonte concettuale. Potremmo esplicitarlo così: il cristiano, interiormente abitato dallo Spirito, è chiamato a fare in modo che i frutti dello stesso Spirito animino sempre e per intero anche il suo agire pubblico, in primis quello politico, tenendo per altro ferma la distinzione dei piani del proprio operare, che trovano convergenza unificante nell’unità della coscienza personale.

      Già qui mi pare vi sia una prospettiva anticipatrice di e sintonica con l’espressione odierna: «dare un’anima alla politica» (titolo del libro di B. Bignami, 2024).

      E vedo consonanze, seppur diversamente espresse, con l’idea centrale del testo di Lino Prenna, là dove egli parla della «spiritualità politica» come «movimento spirituale, anima del corpo sociale, spirito che costituisce la società interiore» (La società interiore, 2024, p. 36). Ci dirà poi lui se vedo bene.

      L’intervento di Lazzati in cui, per la prima volta, compare sin dal titolo il nostro tema è del 1951: La spiritualità dell’uomo politico.

      Sulla nozione di politica: Lazzati la vede «in quella luce in cui la pone e considera s. Tommaso nel primo libro del commento all’Etica a Nicomaco di Aristotele».

      A quanto già sappiamo aggiunge una fondamentale nota qualificante.

      La scienza e l’arte politica hanno caratteristica «al massimo architettonica: a) perché comanda alla scienza e all’arte [per es. l’economia, ndr] che le sottostà quello che deve fare; b) perché di esse si serve al suo fine cioè al bene comune della civitas». Da qui la massima stima per la politica, perché, a differenza di altre pur nobili attività, appare rivolta «a tutto il bene della persona umana […] e di tutte le persone e di tutte le comunità entro le quali la persona naturalmente si sviluppa». In definitiva, la politica è «massimamente architettonica perché costruttrice della città terrestre, la pólis, in un progressivo sforzo di coordinare in armonia di linee le mille e mille parti che dinamicamente la costituiscono».

      Quali le virtù necessarie al cristiano in politica? Lazzati indica le quattro cardinali (prudenza, fortezza, giustizia, temperanza/pazienza). Con la prudenza in funzione di perno  coordinatore delle altre, perché essa, conoscendo il fine a cui deve tendere l’attività politica (il bene comune), deve definire mezzi, modalità e tempi necessari al raggiungimento dello scopo. 

       Basta questo abito virtuoso umano? No. Occorre che sia alimentato da una robusta vita interiore. Tre suggerimenti: in quanto «uomo di azione», il politico cristiano non può non essere anche «uomo di meditazione»; per «non lasciarsi divorare totalmente dall’azione», deve «trovare momenti e occasioni […] per vivificanti colloqui di preghiera»; la sua principale mortificazione è nella fatica stressante dello stesso impegno politico, se vissuto con l’intensa dedizione richiesta.

      In tal modo, la categoria spiritualità politica va configurandosi con una propria struttura contenutistica. Alle virtù cardinali si associano specifiche operazioni della “vita interiore”: meditazione, preghiera, sacrificio.  

      A tutto ciò va aggiunta la sapienzialità derivante da una costante opera di formazione culturale. Nota Lazzati in un intervento del 1960: «se la cultura è veramente per noi, questa sapienziale visione unitaria del tutto che ci rende capaci di ordinare il tutto, è evidente che essa è fondamentale per un impegno di azione politica, il quale, se non è illuminato da questa visione, è un impegno destinato per sua natura a essere debole, invalido e inefficace».

Concilio, laici, mondo, spiritualità

      Per Lazzati il Vaticano II ha rappresentato un evento ecclesiale di autentica svolta. Soprattutto riguardo al tema che più gli stava a cuore: la figura del laico, inquadrata in una nuova ecclesiologia. Concilio e Costituzione le sue due “stelle polari”.

      Lumen gentium 31, con le affermazioni: «L’indole secolare è propria e peculiare dei laici»; «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio», costituisce snodo teologico nella cui luce Lazzati riconsidera e rielabora in una logica di continuità in sviluppo, quanto sin lì pensato e scritto. Un pensiero, il suo, che resta ancorato all’ermeneutica tomistica della Rivelazione (i due “piani”), ora però commisurata al Magistero conciliare.

      Fra i teologi, ha particolarmente apprezzato Congar, autore del volume Jalons pour une théologie du laïcat, ispiratore, in materia, dello stesso Vaticano II. Non mi sembra dia particolare ascolto alle teologie post-conciliari a vario titolo inerenti al nostro tema (teologia politica, della speranza, della liberazione…). Lazzati prosegue per la sua strada, resta fedele alle sue categorie teologico-culturali, ora però irrorate da nuova linfa: quella del Concilio. Sul piano concettuale, accede favorevolmente alla locuzione promozione umana, sempre più prevalente nel linguaggio magisteriale. Evangelizzazione e promozione umana, titolo del Convegno ecclesiale del 1976, dove fece parte della presidenza con mons. Maverna e p. Sorge, diventa il binomio con il quale rilegge, sotto il segno di una duplicità distinta ma non disgiunta, l’azione della Chiesa e del laico cristiano. 

      Proprio alla figura del laico, al suo compito nella Chiesa e nel mondo, dedica molte riflessioni e gira tutta l’Italia per illustrare il Magistero conciliare in proposito, persuaso che senza crescita in maturità del laicato il Concilio sarebbe rimasto largamente inattuato. Dunque, la questione del fedele laico tema centrale di approfondimento. E tema cruciale anche per il nostro discorso

      Vediamo in sintesi. Chi è il laico cristiano? Un battezzato consapevole che «il mondo esiste» (Congar). Suo compito: ordinare le realtà temporali secondo il loro disegno creaturale. Tradotto: umanizzare il mondo, far sì che tutte le attività in esso svolte (lavoro, scienza, arte, politica ecc.) concorrano al pieno sviluppo (piena promozione) di ogni persona e delle comunità cui appartiene.

      I due ambiti (distinti, ma non separati) di presenza e operatività del fedele laico:

      - ecclesiale. Qui, egli è chiamato a fare, da laico ‒ non da… chierichetto! ‒, la sua parte per la crescita della Chiesa e per la sua missione evangelizzatrice. E la sua parte è innanzitutto quella di spalancare porte e finestre della realtà ecclesiale sulla realtà del mondo;

      - secolare. Il “mondo”, «come luogo non solo sociologico, ma teologico per la santificazione del laico» (Paolo VI). Avvertenza importante: «compito primario e immediato» dei laici «è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nella realtà del mondo» (Evangelii nuntiandi 70). È la citata teoria patristica dei «semina Verbi».

      Esigenze per una corretta postura del cristiano nel mondo: testimonianza della fede; competenza nel campo in cui si opera; capacità di dialogo; amore critico verso il proprio tempo. Una consapevolezza: laici cristiani “adulti”… non si nasce, si diventa: il compito di una formazione permanente.

      Il tema della formazione introduce al capitolo della spiritualità laicale. Richiede una previa presa di coscienza: la vita cristiana è vita nello e secondo lo Spirito, che orienta all’opzione fondamentale, la scelta di Cristo.

      Condizioni per lasciarsi guidare dallo Spirito: ascolto della Parola; preghiera; mortificazione dell’io; pratica delle virtù evangeliche.

      Questo vale per ogni battezzato, quindi per ogni vocazione cristiana. Dove sta la nota qualificante la spiritualità laicale? Sta nella suddetta tesi di Paolo VI: il mondo come «luogo teologico della santificazione» del laico. Tradotta, significa: il cammino del laico verso la santità passa attraverso il suo modo di essere e di vivere il lavoro, la famiglia se è sposato, l’impiego del tempo libero, l’eventuale servizio di volontariato, l’attività politica ecc. 

      Negli ultimi tempi di vita, Lazzati insisteva su tre note particolari di questa spiritualità: creazionale (attiene alla dimensione dell’incarnazione nelle realtà create: “essere lievito nella pasta”); sapienziale (sorretta dal dono della Sapienza dall’alto); comunionale (ovverosia, dialogica).

      E la spiritualità propriamente politica? Anche nel dopo Concilio, Lazzati non sviluppa il tema in modo esplicito, perché, nella sua concezione, essa è largamente inclusa nel discorso sul laico in generale e la sua spiritualità.

      Il fedele laico ha un’intrinseca “politicità”, perché vocazionalmente chiamato a edificare/umanizzare la pólis.

      Pertanto, e ribadendo un’idea precedente: quanto detto in generale sulla sua spiritualità delinea nello stesso tempo le coordinate fondamentali del suo essere “homo politicus” secondo lo Spirito nella città plurale.

La città dell’uomo

      Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo: è il titolo del primo volumetto di una trilogia. Iniziò la stesura a fine 1983 (pensionato da pochi mesi) e uscì nel 1984. È una sorta di Manifesto, mosso dall’urgenza di trovare parole incisive onde sollecitare la coscienza, per molti versi disorientata, di un laicato cattolico in una fase della vita socio-politica e istituzionale italiana, segnata da fenomeni preoccupanti: crisi della politica, marcata da pragmatismo, disaffezione, affarismo, disprezzo di tale attività; declino della tradizione cattolico-democratica e difficoltà sempre più palese della DC; frattura evidente fra Chiesa/società/politica; terrorismo…      

      “Costruire la città dell’uomo a misura d’uomo”: con questa lunga espressione Lazzati indica senso e fine dell’attività politica, che immagina come un grande “cantiere aperto”, nel quale, democraticamente, tutti i cittadini sono chiamati a partecipare.

      I cristiani vi concorrono, insieme agli altri cittadini, da cristiani. Torna la formula maritainiana. Per Lazzati ciò significa: avere chiarezza su idee teologiche fondamentali (mondo, Chiesa, Regno; identità e compito del fedele laico); concorrere alla costruzione della città di tutti, non a un’anacronistica cittadella cristiana (superamento di ogni steccato identitario/integralistico); riconoscere l’autonomia dell’azione politica, nel senso detto.

      Più diffusamente nel secondo libretto, Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali,   insiste su alcuni criteri metodologici per stare correttamente nel mondo:

      - unità dei distinti. Allude alla duplice fedeltà richiesta al cristiano: appartenenza alla città terrena (la città dell’uomo) e alla civitas Dei (il Regno, posto fra il già della storia e il non ancora dell’eschaton metastorico). Una duplice fedeltà che va interpretata e vissuta nell’unità della  coscienza credente;

      - fondamento culturale dell’impegno secolare. L’azione temporale esige il sostegno continuo del pensiero. “Pensare per agire”, “Pensare politicamente”, diceva Lazzati. Necessità, quindi, di una cultura ispiratrice dell’attività secolare;     

      - mediazione culturale e politica. Operazione fondamentale, tanto più in una società pluralistica. Mediare significa tenere insieme realtà diverse. Cercando realistici punti d’intesa al livello più alto possibile fra posizioni differenti. Non è, quindi, compromesso al ribasso. Vale particolarmente in campo politico;

      - dialogo. Non ammette preclusioni, occorre esercitarlo con tutti, ripeteva Lazzati.

      Tornano ancora una volta criteri e parole-chiave sulla “postura” del cristiano nel mondo, in specie del fedele laico, da intendersi come premessa costitutiva e fondante una spiritualità segnata dall’intrinseca “politicità”(ossia dal riferimento alla pólis) della vocazione laicale

      Una pagina di inequivoca chiarezza: per il fedele laico, «l’impegno politico è il suo primo impegno, distinto dall’evangelizzazione», per «fine» e per «metodo di azione» (In politica da cristiani, p. 41).

Conclusione

      Cedo la parola a Marco Ivaldo, che in un recente articolo così scrive:

      «Lazzati contemporaneo: questa espressione contiene certamente una sfida […] fa pensare a una fecondità dell’inattuale, ovvero di ciò che è sostanziale senza essere per niente alla moda […] un pensiero che non è “secondo lo spirito del tempo”, ma che insieme è capace di parlare al tempo, a questo nostro tempo; è un pensiero che non si arrende a una chiusura globalistica del mondo, ma urta contro di essa richiamandosi al logos, senza cadere in impropri fondamentalismi. Perciò è un pensiero forte, che rinvia a concetti fondamentali, ed è un pensiero architettonico, che vuole restituire una struttura ontologica del mondo, dentro la quale trovi significato una teoria dell’agire umano e di quella specifica pratica dell’azione umana che è la politica. Si tratta non di volgersi nostalgicamente al passato, ma di attingere ciò che è vero, attraverso ermeneutiche aperte, per farne pungolo critico e costruttivo nel presente».

      Quanto dice Ivaldo vale anche per il discorso di Lazzati sulla spiritualità politica, ripeto, forse non pienamente espressa, come invece ci si sarebbe aspettati. Per quel che ho tentato di ricostruire, è, il suo, un discorso senza fronzoli, scevro di ridondanze citazionistiche, ma con una struttura “architettonica”, edificata su concetti essenziali, di fondo, carichi di storia, anche se non appaiono di moda.

      Spero di essere riuscito a restituire in forma abbastanza corretta il pensiero “spiritual/laical/politico” dell’indimenticato professore.

  


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