Chiesa e Magistero

Sull’assemblea “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” del 15 settembre

rif. Dossier: Concilio Vaticano II

Aldo Maria Valli

Settembre 2012

Spesso parliamo del popolo di Dio ma fatichiamo a vederlo concretamente. Dove sta? Com’è composto? Che cosa spera? Che cosa teme? Altrettanto spesso all’immagine di popolo di Dio si sovrappone l’immagine della Chiesa istituzionale e gerarchica, che nasconde i volti delle persone con i volti del potere e i tratti dell’organizzazione burocratica. Sabato 15 settembre 2012 a Roma, all’auditorium dei gesuiti dell’Istituto Massimo, il popolo di Dio si è invece visto in tutta la sua consistenza. All’incontro Chiesa di tutti, Chiesa di poveri (dove erano attese circa quattrocento persone e ne sono arrivate il doppio, da ogni angolo d’Italia) non è avvenuto nulla di eccezionale: non ci sono state manifestazioni eclatanti, non sono risuonate parole d’ordine e nessun personaggio si è impadronito della platea. C’è stato, semplicemente, un confronto fraterno tra persone unite da una fede e da una passione. La fede nel Cristo dei poveri e degli oppressi, la passione per la giustizia e per la Chiesa del Concilio Vaticano II. Dalle dieci del mattino alle sei di sera il confronto è andato avanti sereno, serrato, sincero. E alla fine il popolo di Dio è tornato alle proprie case rinfrancato, non esaltato, non sovreccitato, ma semplicemente consolato da tanta partecipazione e da tanta condivisione. E ancor più determinato a proseguire nel cammino.

Sul palco non c’erano monsignori di curia, vescovi o cardinali. Non ce n’erano neppure nella prima fila dell’affollatissima platea, come di solito succede nei convegni organizzati dalle strutture ecclesiali. Né c’erano politici o altre autorità. Non si sono viste auto blu né tonache nere filettate di rosso. Qualcuno ha lamentato la mancanza di telecamere, ma in fondo è stato meglio così, perché il clima di familiarità ne ha guadagnato. Promosso da decine e decine di realtà cristiane che si spendono quotidianamente nel mondo, in mille forme diverse, nello spirito della Gaudium et spes, condividendo sogni e paure, speranze e angosce degli uomini e delle donne del nostro tempo, l’incontro ha preso ispirazione dal cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio, ma soprattutto è stato esso stesso un momento conciliare.

Le parole con le quali Giovanni XXIII aprì il Concilio, Gaudet Mater Ecclesia, sono risuonate più volte, specie nella relazione introduttiva della teologa Rosanna Virgili, e hanno fatto da sfondo all’intera giornata: anche nel momento della critica e della contestazione, l’orizzonte è rimasto quello della fiducia e della gioia. Nessuno ha parlato “contro”. Ogni parola è stata spesa “per”. Per una Chiesa veramente dei poveri e con i poveri. Per una Chiesa del Vangelo. Per una Chiesa “sciolta”, come amava dire il cardinale Martini. Per una comunità di fedeli adulti, obbedienti stando in piedi, come diceva Scoppola.

Grazie all’inquadramento storico di Giovanni Turbanti e all’analisi di Carlo Molari sulle diverse interpretazioni del Concilio, è stato possibile impostare il confronto su basi solide. La riflessione di Molari sull’idea di tradizione, in particolare, è stata efficace e piena di spunti bisognosi di ulteriori approfondimenti. L’idea di tradizione uscita dal Concilio, come realtà vivente e come processo (si veda la Dei Verbum, 8)  merita di essere meditata nel momento in cui dentro la Chiesa cattolica si assiste all’offensiva, non soltanto da parte dei cosiddetti tradizionalisti, di chi vede nella tradizione l’immobilità e l’immutabilità (Semper idem era il motto del cardinale Ottaviani, grande oppositore dello spirito conciliare). Ma l’incontro, soprattutto, ha evitato di cadere nella disquisizione accademica circa le diverse ermeneutiche (continuità o rottura?), preferendo dare come asserito che nel Concilio ci fu sia la continuità sia la rottura, sia la riaffermazione delle verità fondanti sia la necessità di proporle meglio, più genuinamente e più efficacemente, in relazione ai nuovi tempi. Nello studiare un Concilio che Giovanni XXIII volle pastorale e non dogmatico sarebbe veramente un controsenso alquanto bizzarro, mezzo secolo dopo, arenarsi attorno a una questione che rischia di cadere nel formalismo.

Il Concilio lo si capisce e lo si interpreta a partire dai mondi vitali, non dalle formule, e sono stati proprio i mondi vitali a fare irruzione nel convegno con tutta la loro carica di verità, spesso sofferta. Come quando è intervenuto il padre Felice Scalia, apprezzato da tutti per la sua sincerità nel delineare il dramma attraversato dalla Compagnia di Gesù, visto che per alcuni dei suoi membri la fedeltà al Concilio e lo schierarsi con i poveri ha voluto dire da un lato andare letteralmente  incontro al martirio e dall’altro affrontare la spaccatura con la gerarchia. E ugualmente appassionato è stato l’intervento del rappresentante di un gruppo che riunisce omosessuali cristiani.

Se dom Giovanni Franzoni è salito sul palco per ricordare il tempo in cui Paolo VI, spogliandosi del triregno, non fece soltanto un gesto all’insegna della povertà e dell’aiuto verso le Chiese più bisognose, ma volle dichiarare anche visivamente la rinuncia a ogni forma di potere temporale e di seduzione di quel tipo di potere sulla Chiesa, altri testimoni del Concilio, come Luigi Bettazzi e Arturo Paoli, hanno mandato messaggi.

Il nome del cardinale Martini è risuonato spesso, fin dai saluti introduttivi di Rosa Siciliano, direttrice di Mosaico di pace. E in generale la definizione di “piccolo gregge”, tanto cara a Martini, può essere utilizzata per esprimere lo spirito dell’assemblea, animata dalla volontà non di contarsi per contare, ma di spendersi nel mondo, ovunque ci sia da chinarsi su una ferita e su un’ingiustizia.

Nella sua semplicità, lo spirito del Concilio è stato rievocato con grande efficacia dal Paolo Ricca, che ha ricordato tutto lo stupore e la meraviglia dei protestanti quando si resero conto di essere passati dallo status di eretici a quello di “fratelli separati”, nella cui esperienza di fede i cattolici possono ritrovare elementi di verità utili per la salvezza. E piena di suggestioni per il futuro è stata la relazione di Cettina Militello sulle prospettive di un vero aggiornamento.

L’intervento finale di Raniero La Valle, giocata sulla necessità di uscire dalla contrapposizione tra le varie ermeneutiche del Concilio per fare piuttosto del Concilio l’ermeneutica alla luce della quale interpretare la stessa storia della Chiesa, è suonato non tanto come chiusura ma come premessa di altre tappe.

Il titolo dell’incontro è stato preso dal radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962: “In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

Ha scritto Bettazzi nel suo messaggio: “La sollecitazione per la piena attuazione del Concilio è affidata al popolo di Dio, del quale la gerarchia è al servizio. Che la vostra premura di popolo di Dio possa influire sul sinodo episcopale dell’ottobre e su tutto l’anno della fede”.

Recitando la preghiera composta da Marco Campedelli della Comunità San Nicolò di Verona, il popolo di Dio si è espresso così: “Continua a soffiare, vento dello Spirito, nuova Pentecoste sul mondo, continua a inventare lingue nuove, alfabeti inediti, capaci di tradurre le sorprese di Dio. Non è la Chiesa che vogliamo celebrare, ma lo Spirito di Dio che soffia in mezzo al mondo. Chiesa di tutti, Chiesa di poveri”.

Il popolo di Dio si è riunito. In libertà, senza ipocrisie. Si è confrontato con fiducia, senza calcoli dettati dall’opportunismo, senza prudenze innescate dalla paura, senza equilibrismi dovuti ai giochi di potere. Lo Spirito ha soffiato.

 

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Affollata assemblea di gruppi ecclesiali, riviste, associazioni a 50 anni dall'inizio del Concilio

rif. Dossier: Concilio Vaticano II

Roberto Monteforte

da “l'Unità” - 16 settembre 2012

Far vivere il Concilio Vaticano II. Dargli applicazione e con gioia, guardando con speranza al futuro. Perché la sua piena ricezione è ancora lontana. Di questo si è discusso ieri a Roma nell’affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell’Istituto Massimo di Roma. «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» è il titolo dell’appuntamento autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall’inizio del Concilio cui hanno aderito oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni tutte attente all’esigenza che non si disperda o si depotenzi l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se stessa.

L’incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e al suo coraggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiamo i significati. Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica ciò che è stato tramandato» lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo sviluppo». C’è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la modernità». Lo storico Giovanni Turbanti ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico ed economico che ha portato alla sua convocazione. La biblista Rosanna Virgili sottolinea la «festosità liberatoria dell’annuncio cristiano e l’apporto fondamentale dato dalle donne. «Dio parla alle donne - afferma - che sono depositarie di una fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e si è abbattuta l'inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando inimicizia». Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall’ermeneutica conciliare all’attuazione del Concilio. All’attuazione di quanto faticosamente elaborato dai padri conciliari» ha affermato. Sottolinea l’importanza dell’«aggiornamento» della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chiesa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell’autocoscienza di chiesa, dell’acquisizione sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo Chiesa con il mondo». Va pure perseguita l’istanza ecumenica, e interreligiosa, l’istanza «dialogica». Sottolinea i limiti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell’ ascolto e del dialogo, necessari per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari, per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione.

Interviene da «testimone» l’allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di San paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del coraggio di Paolo VI. Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori dei «discepoli». Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché - fa notare - non c’è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa. C’è anche una successione laicale, non meno importante dell’altra che è giunta sino a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli apostoli».Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l’ermeneutica di tutti i concili precedenti. Per questo «non lo si può accantonare ». Sta anche in questo la ragione e la forza dell’assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l’impegno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica, una nuova giustizia, una nuova economia. Che chiede una Chiesa dei poveri e con i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile. Vi è una storia da trasmettere. Un impegno che, assicura La Valle, non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare alle iniziative delle singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all’anniversario delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontrare sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani» soprattutto le mani dei poveri invocato dallo stesso Raniero La Valle.

 

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Martini, un promemoria per il futuro

In memoria del cardinale Martini

Giovanni Bianchi

da Circoli Dossetti editoriale di ottobre 2012

La lunga veglia, il funerale e il dibattito non superficiale aperto dai media mi hanno confermato nella convinzione che la chiusura della giornata terrena non solo non interrompe il magistero martiniano, ma che con il magistero di Martini convivremo ancora a lungo. Non soltanto perché la tradizione cristiana parla non a caso di cattedra episcopale, ma perché Martini, quasi contraddicendo una naturale timidezza, non si è mai sottratto all'esigenza di confrontare in pubblico la radicalità della Parola di Dio con le occasioni e le difficoltà della vita, pensando che il dialogo fosse ogni volta possibile e addirittura doveroso.

Studioso finissimo e insaziabile dell'Antico e soprattutto del Nuovo Testamento, non si è limitato a proporre il dialogo tra le grandi culture – quello sul quale è impegnato da tempo e con successo (si pensi ai colloqui di Monaco di Baviera con il filosofo Habermas) papa Benedetto XVI- ma ha proposto la parola di Dio tra la gente, in mezzo alla quotidianità, non evitando le questioni più spinose e conflittuali, cercando le risposte insieme agli interlocutori e mettendosi alla pari con loro (che altro è la Cattedra dei non credenti?) e non tirandosi neppure indietro rispetto ai problemi per i quali sapeva non esistono ancora risposte.

Ecco perché non ha mai fatto distinzione tra "vicini" e "lontani", convinto che in ognuno convivano il credente e l'agnostico – "l'ateo che è in me" – e che il messaggio del Nazareno ti raggiunge dove sei, anche in mancanza di un adeguato tirocinio. Ecco perché Martini parlava e continuerà a parlare a tutti, non dai confini, ma in mezzo alla sua Chiesa, tenendo conto di chi va con passo spedito e di chi ha difficoltà di movimento.

Ricordo una bella conferenza del cardinale Giovanni Colombo nella mia città di ritorno dal Concilio. L'allora arcivescovo di Milano disegnò sulla lavagna una serie di centri concentrici che indicavano lo sviluppo del messaggio evangelico in un popolo di Dio i cui confini cessavano di essere sicuramente segnati tra chi è dentro e chi è fuori, non mettendo barriere e avendo fiducia nella disponibilità all'ascolto e all'accoglienza e soprattutto nella diffusività della parola. Un atteggiamento conciliare che in Martini appariva non soltanto abituale ma addirittura scontato.

Del rapporto con le Acli è già stato opportunamente scritto. Un rapporto che era cominciato in sede nazionale durante la presidenza di Domenico Rosati con una serie di seminari intorno al tema del potere sottoposto a discernimento biblico, e poi intensamente continuato nei lunghi anni milanesi.

È qui che incontriamo il Martini attento che interviene nello spazio pubblico. Come il suo confratello Pio Parisi, Martini ha pensato politica dal punto di vista del Vangelo. Non una spiritualità, perché le spiritualità, come New Age, si acconciano alle mode. Ma il Vangelo. Non facendo sconti e dando indicazioni scomode.
Ad amministratori e politici in visita durante i tempestosi inizi della transizione infinita ricordò che non si mettono toppe su abiti strappati e che il vino nuovo non può essere versato in otri vecchi.

In una meditazione svolta di fronte agli alunni delle scuole socio-politiche della diocesi di Milano si chiede senza mezzi termini “come combattere e superare il fenomeno della corruzione politica”. Corruzione che con anni di anticipo aveva additato ad un’opinione pubblica milanese allora disattenta e non certo presaga del clima giustizialista che vi avrebbe aleggiato anni dopo in piena tangentopoli. Basta rileggersi l’omelia per sant’Ambrogio del 1986. Un cardinale imprevedibile ed informatissimo parla di “camere oscure” dove politici non chiari si spartiscono affari e tangenti. Il discorso fece ovviamente scalpore, si disse che, sul modello di Ambrogio suo predecessore, il porporato gesuita aveva deciso di impugnare la frusta. Nessuna indagine fu però avviata. I grandi quotidiani milanesi, dopo i grandi titoli che esternavano lo stupore per la denuncia e per l’inabituale e autorevolissima cattedra da cui discendeva, non misero in cantiere nessuna inchiesta, anche se le cose che Martini spiattellava dalla cattedra si fa fatica a pensare che non fossero a conoscenza di una porzione non esigua della classe dirigente della città.

Le sue invettive nei confronti del moderatismo alla moda si accompagnano a quelle di Luigi Sturzo. Osserva che per quanto riguarda le proposte, le encicliche sociali vedono il cristiano come depositario di iniziative coraggiose e di avanguardia. "L'elogio della moderazione cattolica, se connesso con la pretesa che essa costituisca solo e sempre la gamba moderata degli schieramenti, diventa una delle adulazioni di cui parlava Ambrogio, mediante la quale coloro che sono interessati all'accidia e all'ignavia di un gruppo, lo spingono al sonno. C'è invece nella dottrina sociale della Chiesa la vocazione ad una società avanzata".

Martini non risparmia talvolta le armi efficaci dell’ironia: “Per essere credibili bisognerà porsi non tanto al di sopra delle parti quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del Paese”.

Sono noti il coraggio e il suo equilibrio nel trattare problemi di frontiera, quali i temi della fecondazione assistita, dell’aborto, delle cellule staminali, delle adozioni, della lotta all’Aids, della donazione degli organi, dell’eutanasia, dei confini della ricerca. Martini si mette in ricerca e chiede che la ricerca resti aperta: questo il messaggio di fondo per un discernimento che muove dalla centralità della coscienza e del dialogo su una delle frontiere più rischiose non soltanto per chi dice di credere. Che non si proceda deducendo soltanto dai principi. Che la politica dunque a sua volta non si ripari, ma elabori a partire dalla libertà di coscienza, e non rifugiandosi in essa, quasi in angolo, per evitare lacerazioni peggiori e rendendo i partiti inutili perché incapaci di cultura.

Non tralasciando un suggerimento: “Là dove c’è un conflitto di valori, mi parrebbe eticamente più significativo propendere per quella soluzione che permette a una vita di espandersi piuttosto che lasciarla morire. Ma comprendo che non tutti saranno di questo parere. Solamente vorrei evitare che ci si scontrasse sulla base di principi astratti e generali là dove invece siamo in una di quelle zone grigie dove è doveroso non entrare con giudizi apodittici”. Le “zone grigie”. La laicità del grigio… Il non sottovalutare e il non accorciare la fatica della ricerca.
Insomma, un Martini mai reticente e disponibile a occuparsi delle rughe dei giorni per proporre quel “discernimento” che è la parola più ricorrente nei suoi scritti. Per questo ritornare a Martini fa bene.

Non esistono soluzioni facili. Probabilmente non esistono "soluzioni". Martini non si nasconde la difficoltà. E chiosa: "Che cosa dire allora? La parola evangelica non cade su azioni che andrebbero bene anche da sole; cade su situazioni impossibili, umanamente disperate, su situazioni in cui un realismo sobrio si accontenterebbe di tenere in alto gli ideali lasciando poi a ciascuno di fare ciò che può". È il paradosso cristiano. Per cercare la soluzione ci sono le beatitudini evangeliche. E infatti “non c’è alcuna realtà umana che sia sottratta all’azione dello Spirito”, dal momento che lo Spirito è il grande suggeritore, colui che “suggerisce le parole giuste nelle circostanze in cui ci si gioca la vita per il Vangelo”.

Non era dunque quiete da persona anziana quel che Martini andava cercando a Gerusalemme, la città sul monte che lo affascinava, ma la continuità, sotto forme mutate, di un magistero e di una veglia. La sentinella era lui. E’ lui che, mantenendo un riserbo che non sapevi se considerare più piemontese o britannico, “non dava riposo a Dio”, anche perché “questa Parola non è risuonata solo per i credenti, ma per tutti gli uomini”.

Sono tornato a rileggere Martini spinto da un bisogno e da un cruccio. Il bisogno, probabilmente non soltanto mio personale, di trovare un qualche fondamento ad una politica che dà l’impressione di volere continuare senza prendersi il disturbo di pensare. Il cruccio, che ebbi modo di esternargli quando ancora sedeva sulla cattedra di Ambrogio, che Milano e la diocesi – la più grande diocesi del mondo – l’abbiano più ammirato che capito. Anche rileggere Martini non dà riposo, dal momento che la sua produzione sembra gareggiare in kilometraggio con quella di Voltaire. Eppure è fatica che ottiene la sua abbondante remunerazione.

Anche questo tratto bisognerà ricordare di Martini: il maestro in ascolto di tutto sollecitava a decisioni né facili né scontate. Il magistero milanese di Martini questo ha seminato per lunghi anni, in cui pure i "militanti" martiniani sembrarono talvolta dispersi. Probabilmente un popolo troppo vasto per essere delimitato da un qualche confine. E però si sono finalmente radunati, non nascondendo le loro diversità, perfino fisiche, perfino nell'abbigliamento, intorno alla bara.

Sono rimasto tre ore e mezza sotto le navate del Duomo durante il funerale. Accanto a me per tutto il tempo, confuso tra la folla, Antonio Pizzinato, tra le tante cose anche segretario generale della Cgil, e gli Hamadi, padre e figlio, di Homs, la città martire della Siria, islamici osservanti residenti a Sesto San Giovanni e che frequentano le messe di Natale e Pasqua in memoria della moglie e madre cristiana, recentemente scomparsa. Cosa martinianamente naturale per la parola di Dio, che interviene nelle situazioni impensate e ignora i confini.

E tutto, là dove sta, avrà provato Martini, tranne che stupore.

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Padre Carlo che parlava al cuore

In memoria del cardinale Martini

Giovanni Bianchi

da Circoli Dossetti editoriale di settembre 2012

La chiusura della giornata terrena non interrompe il magistero martiniano.

La tradizione cristiana parla non a caso di cattedra episcopale. Ebbene, nel Martini membro della Compagnia di Gesù, la cattedra preesisteva al vescovo per una vocazione singolare, tale da non interrompere ancora adesso e a lungo il suo magistero.

Perché? Martini, quasi contraddicendo una naturale timidezza, non si è mai sottratto all'esigenza di confrontare in pubblico la radicalità della Parola di Dio con le occasioni e le difficoltà della vita, pensando che il dialogo fosse ogni volta possibile e addirittura doveroso.

Studioso finissimo e insaziabile, non ha mai fatto distinzione tra "vicini" e "lontani", convinto che in ognuno convivano il credente e l'agnostico –  "l'ateo che è in me" –  e che il messaggio del Nazareno ti raggiunge dove sei, anche in mancanza di un adeguato tirocinio.

Ecco perché Martini parlava e continuerà a parlare a tutti, non dai confini, ma in mezzo alla sua Chiesa, tenendo conto di chi va con passo spedito e di chi ha difficoltà di movimento.

Senza enfasi il medico che lo aveva in cura ha dichiarato che il Cardinale non ha mai cercato di nascondere la malattia (esibendola, anzi, fin dagli inizi con l'uso del bastone) e che prendeva parte a svariati convegni sul Parkinson durante i quali rispondeva alle domande dei malati. Senza omettere di osservare con umorismo che i progressi della scienza fanno sì che la medicina curi di più e guarisca di meno.

In tutto il magistero martiniano resta cruciale, per tutti, nel foro interno come nello spazio pubblico, il ruolo della coscienza, che non può e non deve essere mai bypassato da nessuna autorità e da nessuna convenienza politica. E chiosa: "Che cosa dire allora? La parola evangelica non cade su azioni che andrebbero bene anche da sole; cade su situazioni impossibili, umanamente disperate, su situazioni in cui un realismo sobrio si accontenterebbe di tenere in alto gli ideali lasciando poi a ciascuno di fare ciò che può".

È il paradosso cristiano.

Per queste e altre ragioni dovremo rileggere Martini.

Anche se rileggere Martini non dà riposo, dal momento che la sua produzione sembra gareggiare in chilometraggio con quella di Voltaire. Una volta glielo feci scherzosamente notare. La risposta fu immediata: "Non si preoccupi. Neppure io riesco a leggere tutto quello che scrivo".

 

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Uomo di Dio per il nostro tempo

E’ morto il cardinale Martini. Un amico caro, un maestro amato e venerato

da Città Nuova

Piero Coda

31-08-2012

Ho appreso la notizia, improvvisa, della morte del Cardinal Martini con particolarissima emozione, come una visita di Dio a tutti noi, credenti e non credenti o diversamente credenti. Come capita quando a partire è uno di casa o un amico caro o un maestro amato e venerato. Perché questo egli è e resta per tutti noi.

Lo dico per esperienza. Ricordo il primo incontro che ebbi con lui, mentre era Rettore dell’Università Gregoriana di Roma ed io uno studente di teologia alle prime armi. Era il 1989, nel tardo autunno, ed egli aveva portato la sua testimonianza ad un convegno sulla formazione dei giovani nei seminari che si teneva al Centro Mariapoli di Rocca di Papa.

Custodisco ancora viva in me una sua frase che molto mi colpì, tanto che non ha più lasciato la mia anima: «Ciò di cui c’è bisogno, oggi, è di rapporti di trasparenza personale». Per una felice coincidenza, ci trovammo seduti accanto sul trenino che da Frascati porta a Roma. Ero con alcuni amici, che avevano partecipato al convegno.

Ci chiese col suo fare confidente e alla mano, tutt’altro rispetto alla prima impressione che poteva lasciare la sua figura imponente e austera intravista di lontano, una preghiera per una faccenda che lo toccava da vicino. Poco tempo dopo giunse la notizia inaspettata della sua nomina, da parte di Giovanni Paolo II, ad Arcivescovo di Milano.

Iniziò così quell’avventura che fece di lui, riconosciuto uomo di studio, ma insieme – per chi lo conosceva più da vicino – uomo di penetrante spiritualità e di profonda ricerca interiore, sensibile alla vita di comunione, al servizio dei poveri e di chiunque versa in umana difficoltà, uno degli uomini che più e meglio hanno incarnato la Chiesa del Concilio Vaticano II.

Con umiltà, coraggio, perseveranza, profezia. Nella sua Milano e in Italia (fu uno dei protagonisti del Convegno ecclesiale di Loreto), in Europa (fu a lungo presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa) e nel mondo intero. Per tornare da ultimo a Gerusalemme, la sua vera patria. Sino a diventare un simbolo o, meglio, sino a stagliarsi a tutto tondo come un testimone vero, credibile e ascoltato di Gesù.

E’ raro che un uomo di Chiesa sia entrato come lui nel cuore di innumerevoli persone, vicine e lontane, gente semplice e intellettuali pensosi del destino dell’uomo. Sempre fedele a Gesù e alla sua Chiesa, ma proprio per questo con quella libertà e lungimiranza di spirito che sono segno tangibile della bellezza intramontabile e della freschezza sempre nuova del Vangelo.

Qualcuno non l’ha capito, c’è stato chi ha cercato di emarginarlo o strumentalizzarlo, come sempre accade. Ma la storia della sua testimonianza e del suo insegnamento, una volta messa in piena luce senza pregiudizi, ci riserverà non poche e non piccole sorprese.

L’ho incontrato poi diverse altre volte e in diverse altre occasioni, dopo quel primo incontro in treno. L’ultima fu a Gallarate, lo scorso anno, nella casa luminosa e serena che accoglie Gesuiti anziani e in precarie condizioni di salute. Questa volta ero io a dovergli chiedere un consiglio e una preghiera. Fu un incontro breve, tutto quello che gli era permesso dalla sua incalzante infermità, ma di un’intensità per me straordinaria.

I suoi occhi limpidi e bambini, la sua parola quasi impercettibile ma luminosa e calda, l’atmosfera semplice ma di cielo che ci avvolgeva… Mi lasciò con un abbraccio. Mi portai via la certezza d’aver toccato con mano la presenza discreta ma inconfondibile di Dio, che non lascia di far capolino nel chiaroscuro della nostra vita attraverso i suoi amici.

Sì, Martini è stato un uomo di Dio, un uomo di Dio del nostro tempo e per il nostro tempo. Un presagio del domani. Moltissimi, oggi, ringraziano nella preghiera per il dono di questo fratello e padre nella fede. Altrettanti, e forse più ancora, lo sentono più di ieri accanto a sé nel cammino sincero e rispettoso di chi cerca nel dialogo la verità, il bene, la giustizia e la pace.

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Carlo Maria Martini

In memoria del cardinale Martini

Giovanni Ambrogio Colombo

Milano, Settembre 2012

Oggi il Cardinal Martini ha terminato la sua corsa terrena.  Scompare dai nostri occhi uno dei personaggi principali della vita della chiesa nell' ultimo trentennio, un (quasi) Papa, molto letto, molto ascoltato dai media (anche se non è mai stato, a differenza di Wojtyla, l' uomo delle folle e del gesto).  Se ne va il Gigante,  il principale riferimento religioso, morale, intellettuale della mia giovinezza. L' ho seguito fin dal suo arrivo in diocesi, ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di confidarmi con Lui come fosse mio padre. A lungo mi sono vantato di essere un "martiniano", poi ho smesso, visto che lui stesso mi ripeteva: di Maestro ce n'è uno solo!

Martini si è speso fino all'osso per farci conoscere la Parola. "In principio la Parola" è il titolo della sua più intensa lettera pastorale e ben sintetizza il cuore del  suo magistero.  "Leggi la Parola... sottolinea la Parola", quante volte l' ha ripetuto. La Parola che parla di Gesù è Gesù stesso, e come lui incessantemente in moto, senza fine nel movimento di dare tutto di se stessa. Se ascoltata e "ruminata", susciterà in noi le parole giuste per quest' epoca di alto sbandamento, le parole gocciolanti in grado di "rimettere al mondo il mondo".

Con le sue parole intorno alla Parola, Martini mi ha cambiato Dio. Non più il Dio lombardo, cupo,  controriformista,  il Dio col  vocione che produce l' inflazione del senso di colpa. Ormai Dio è  vento sottile e sua volontà la nostra liberazione: la partenza da tutti i varchi, l' apertura di tutte le gabbie.  Ah, le gabbie...

In Martini ho visto da vicino la fatica di star dentro le tante costrizioni in cui s' infossa la vita della chiesa cattolica d'Occidente, sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista pastorale. Alla fatica si è presto aggiunta (metà degli anni ottanta) anche la viva preoccupazione di non apparire l'anti-Papa, l'anti-Wojtyla,  e di  riuscire a sottrarsi al continuo controllo vaticano. A mio avviso, era in battaglia continua, fuori e dentro di sé, con il marmo di sacra romana chiesa. Da un certo punto in poi il campo di questa battaglia  è diventato il suo stesso corpo, come se il tremolio parkinsoniano non foss'altro che la costante lotta tra la spinta ad essere se stesso e la controspinta a non esserlo, per non disobbedire all' autorità costituita.  Alla fine il controllo estremo ha avuto il sopravvento e il Gigante si è trovato rinchiuso dentro una corazza. Ha dovuto rinunciare alla sua originalità, alla sua "martinità".

E' stato bello, sì,  molto bello conoscere e frequentare padre Carlo. E il modo migliore di ricordarlo sarà quello di seguire la strada che lui stesso aveva intravisto dal suo personale monte Nebo e di cui parlò tanti anni fa durante la messia esequiale di uno dei suoi più cari amici, don Luigi Serenthà: "procedere per una più grande scioltezza nella Chiesa, per una più grande libertà di spirito, per una più grande creatività, soltanto in questo modo si manifesta la vitalità della Parola, del mistero pasquale della morte e della risurrezione di Gesù". Aveva capito assai bene quant' è indispensabile alleggerire e, in tal senso, è riuscito a fare più di quanto lasciasse prevedere la sua estrazione alto borghese, la sua impostazione perfetta e il suo ruolo di "principe della Chiesa". Oggi, finalmente sciolto da pesi obblighi dolori, è giunto "nella pienezza totale  che non è cancellazione delle singole individualità ma affermazione piena dell' individualità di ciascuno in una perfetta armonia in Dio" (citazione dell' Inno all' universo di un altro gesuita, Teilhard de Chardin, che Martini stesso usava per spiegare come sarà in Cielo). Adesso tocca a noi, che restiamo per qualche giorno ancora su questa terra di terra e sassi, non farci frenare dalle  pesantezze del vivere e volteggiare in libertà di spirito sopra ogni pietra tombale.

Saluti chiari come gli occhi di padre Carlo

Giovanni

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Vedi dossier di articoli in memoria del card. Carlo Maria Martini

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