Cattolicesimo Democratico

Costituzione Concilio e Cittadinanza

Per una rete tra cattolici e democratici

Roma – Domus Pacis, 20 novembre 2011

Comunicato

Al termine di un percorso preparatorio in atto da qualche tempo, nei giorni 19 e 20 novembre, si sono riuniti a Roma, presso la Domus Pacis, esponenti di un nutrito numero di associazioni afferenti all’area cattolico-democratica e provenienti da varie regioni d’Italia.

E’ stata costituita una Rete di collegamento che consente di mettere in circolo e dare rilievo su larga scala a idee e valori di una ricca tradizione culturale, politica ed ecclesiale, dei quali oggi si avverte un  grande bisogno.

La stagione attuale si presenta difficile eppure densa di inedite opportunità, segnando, fra l’altro, la fine di una fase di grave deriva politica populistica, l’incremento di sempre più ardue sfide socio-economiche e movimenti di rinnovato “protagonismo” politico dei cattolici italiani.

In questo contesto la voce delle esperienze cattolico-democratiche, voce plurale ma consonante sulle matrici di fondo, trova terreno e spazi promettenti per inserirsi nel dibattito pubblico con nuovo slancio e consapevolezza della propria originalità.

La Costituzione repubblicana, il Concilio Vaticano  II, la “nuova cittadinanza” democratica costituiscono orizzonti di riferimento ideale e valoriale in grado di alimentare forme di ricerca e modalità di presenza originale nell’odierna riflessione civile e negli stessi percorsi di approfondimento intra-ecclesiale.

Alla luce di questi riferimenti, si dischiude un vasto campo di ricerca, sperimentazione e proposta per rilanciare, integrare e attualizzare idee-forza della tradizione cattolico-democratica sempre nella valorizzazione delle pluralità e nella ricerca di nuovi linguaggi, di nuovi percorsi che ci consentono di allargare orizzonti ed aprire prospettive di incontro e di dialogo.

Tali idee-forza possono essere sintetizzate:

•  in un modello di società aperta, inclusiva, solidale e partecipata;

•  nella visione conciliare della Chiesa come popolo di Dio, pellegrinante nella storia;

•  in una difesa tenace della democrazia, non solo come procedura dell’organizzazione socio-istituzionale, ma anche come forma e ideale, per quanto sempre perfettibile, del vivere civile;

•  nella rinnovata opzione per i valori della laicità, dell’autonomia laicale nelle scelte politiche, della mediazione storico-culturale e politica, dell’impegno appassionato per la pace e la giustizia.

Per dare concretamente seguito al “progetto” avviato, è stato costituito fra le associazioni aderenti  un Comitato di coordinamento della Rete con l’incarico di mettere a punto passi da compiere e proposte da realizzare nell’immediato futuro.

Intanto l’attivazione di un  Portale, denominato “Costituzione Concilio e Cittadinanza. Per una rete tra  cattolici e democratici” (www.c3dem.it), costituisce lo strumento operativo con cui la Rete, da subito, intende rendersi presente nel pubblico dibattito con segnalazione di iniziative, proposte di riflessione, confronti e approfondimenti.

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Vedi dossier relativo all'Assemblea costitutiva

La comunità cristiana, fucina di partecipazione politica in tempo di bipolarismo

Mons. Battista Angelo Pansa

Novembre 2011


Tempo di bipolarismo o di bicurvismo da stadio?
Ho messo mano più volte a questo testo, perché il panorama politico italiano in questi ultimi mesi è stato soggetto ad un tale marasma mediatico, che mi è stato e mi è tuttora difficile orientarmi tra politica ed antipolitica, nell’impossibilità ormai di distinguere un’aula parlamentare da uno stadio di calcio in cui tutti urlano, gridano slogans, espongono striscioni

Più che di bipolarismo sarebbe opportuno parlare di bicurvismo da stadio in cui sono schierati non i rappresentanti del popolo ma gli ultras che si insultano, nascondendo dietro slogans pseuideologici, meschini interessi di parte (o di partitini o di partiti-nani o di botteghini), totalmente disinteressati a quell’interesse generale,o bene comune che solo è fondamento etico delle istituzioni democratiche. Sembra di assistere impotenti agli epigoni della democrazia, almeno così come l’abbiamo sperimentata fino ad oggi nella sua versione moderna, secondo la tradizione occidentale di stampo liberale. Tra gli ostacoli non previsti dalle teorie liberali è da annoverare innanzitutto la tecnocrazia presente nella società complessa: essa richiede competenze sempre più raffinate e, pertanto, sottrae alla sovranità dei cittadini il momento decisionale. La tecnocrazia è antitetica alla democrazia.


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Vedi intero articolo: La comunità cristiana, fucina di partecipazione politica in tempo di bipolarismo

Riflessioni sul dopo Todi

Pietro Lacorte

Ostuni, Novembre 2011

L’incontro di Todi fra “persone ed associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro” ha destato l’attenzione dell’opinione pubblica italiana, generando differenti e contrastanti reazioni nell’universo delle organizzazioni del laicato cattolico.

Non è piaciuto ai più che il Presidente della CEI abbia tenuto la relazione introduttiva al convegno.

Nessuno contesta il diritto-dovere della Gerarchia di richiamare “ex cathedra” i fedeli al dovere dell’esercizio di una cittadinanza attiva nella ricerca del bene comune e nella difesa dei “valori”, ma molti cattolici gradirebbero esercitare, da adulti responsabili, la loro laicità nelle istituzioni senza attendere sempre l’imbeccata dei vescovi.

Ha destato poi sorpresa che al convegno siano stati invitati solo alcune organizzazioni cattoliche e che tra quelle invitate ve ne fosse qualcuna caratterizzata da un indirizzo ideologico di cattolicesimo conservatore, i cui esponenti sono ancora ostinatamente favorevoli all’attuale governo di centro destra, nonostante i non edificanti esempi offerti dal capo dell’esecutivo, che tanto sconcerto continuano a generare in Italia e nel mondo in un momento particolare di difficile situazione economica per il Paese.

Credono codesti nostri fratelli nella fede che sia possibile ricreare con loro una unità di intenti nella pratica di una sana politica senza una chiara presa di distanza da un simile protagonista della vita pubblica italiana, il quale, per altro, sembra precipuamente interessato a gestire un potere fine a se stesso che lo induce a non rendersi perfettamente conto della situazione italiana, pur dichiarandosi continuamente difensore dei valori della persona, della vita, della famiglia?

Difende forse la dignità delle persone un governo che applica duramente le norme di una legge sull’immigrazione che comporta il respingimento di tanti fratelli disperati in cerca di una vita più sicura e più degna? Un governo che restringe sempre più i margini della sicurezza sociale? Un governo che mostra sempre meno attenzione ai bisogni della famiglia?

“Il discorso etico non può essere staccato dalla concreta forma di vita di una comunità”, ha scritto Mac Grew, mentre Maritain ha invitato a riflettere che “non basta proclamare l’uguaglianza dei diritti fondamentali della persona umana: questa uguaglianza deve passare realmente nei costumi e nelle strutture sociali”.

Una vera e sana democrazia può essere realizzata solo quando tutti gli interlocutori siano dotati del senso del servizio verso i cittadini, i quali vanno educati a vivere insieme in una relazionalità fraterna per crescere insieme. E ciò è possibile a patto che ogni interlocutore creda nella dignità di ogni persona e la rispetti, iniziando dagli esempi di vita che offre. Wittgenstein ha affermato che “la verità etica si vive, si testimonia, si fa; è una «lebensform», una forma di vita”.

Non ci si può solo richiamare ai principi del popolarismo per rendersi credibili. Il popolarismo sturziano prevede il rispetto dei valori, nella ricerca del bene comune, attraverso una economia sociale di mercato che considera ogni cittadino come «prossimo».

Alcuni uomini dell’attuale maggioranza governativa, dopo il convegno di Todi, hanno rivolto un appello ai cattolici, ritenendosi naturali interlocutori per il solo fatto di far parte di un molto variegato Partito Popolare Europeo.

E’ ormai improcrastinabile la necessità che quanti praticano una fede adulta e siano convinti del dovere di esercitare una cittadinanza attiva, siano essi cattolici conservatori o cattolici democratici, incomincino una buona volta a dialogare fra loro con estrema sincerità nell’intento di concorrere a realizzare nella società “quel tanto di cristianesimo che è possibile realizzare oggi in Italia”, secondo una felice espressione di Don Mazzolari, aperti al confronto leale con quanti, pur non avendo una fede, siano convinti democratici, liberi da riserve mentali legate a passate appartenenze ed al pari impegnati nella difesa della persona umana in tutte le sue espressioni vitali ed in tutte le legittime aspirazioni di crescita morale e civile; tutti alieni da dipendenze e soggezioni verso leader che si ritengano indispensabili ed insostituibili per il progresso del paese. “Gli uomini adulti non hanno bisogno di leader”, ha affermato H.G. Wells.

Sono perciò personalmente attento ad un incontro che si realizzerà a Roma nei giorni 19 e 20 del corrente mese di Novembre tra quante persone e aggregazioni laicali siano disposte, senza preclusioni di sorta, ad accogliere l’invito delle associazioni promotrici per un sano esercizio di discernimento comunitario, ponendo attenzione a tener distinto l’impegno civile da quello ecclesiale per coniugare una sana laicità.

Gli organizzatori intendono porre all’attenzione “due grandi punti di riferimento: la costituzione repubblicana del 1948 ed il Concilio Vaticano II”, punti che l’indimenticato Onorevole Giuseppe Lazzati riteneva come “stelle polari” per un cammino del laicato cattolico che voglia esercitare un ruolo significativo nella vita del paese.

E spero che questa sia la volta buona!

I cattolici dopo Berlusconi

Verso una nuova fase della democrazia Italiana

Gianfranco Brunelli
da il Regno-att. n.16, 2011

Una notte profonda. L’Italia è entrata in una notte profonda: le sue strutture sociali, economiche e istituzionali sono logorate. Una crisi finanziaria  fuori controllo, che fa già sentire i suoi effetti sul piano economico e sociale, la pervade e la sovrasta. Il giudizio internazionale sul nostro sistema è chiaramente di inaffidabilità complessiva. Lo scontro interno a Confindustria, innescato dall’annuncio dell’uscita della FIAT dall’organismo di rappresentanza degli industriali, divide e delegittima uno dei principali soggetti sociali, modifica i rapporti tra i diversi soggetti sindacali e, eliminando tendenzialmente la contrattazione a livello nazionale, ridisegna l’insieme dei rapporti sociali.

Siamo privi di governo e di opposizione. L’estate ci ha mostrato un governo nel caos, oramai privo di autorità e non solo di autorevolezza, che pur sotto dettatura della Banca centrale europea e dei governi più forti che la dirigono, ha prodotto in maniera del tutto contraddittoria, a motivo delle sue divisioni interne, un paio di finanziarie di portata decennale sprecandone gli effetti benefici. Un premier politicamente  logorato e moralmente screditato fatica a varcare le frontiere e a interloquire con gli altri governanti. Ma se  questo governo sta ancora in piedi, se è come condannato a stare in piedi, reggendosi sull’appoggio reciproco tra Berlusconi e Bossi, l’uno consunto e l’altro barcollante, è anche perché l’opposizione non c’è. In particolare non c’è il principale partito d’opposizione: il Partito democratico (PD). Aver ridotto la propria strategia  politica a qualche slogan, aver identificato la propria presenza politica con l’antiberlusconismo non ha costituito alcuna seria e credibile alternativa di governo, consentendo a Berlusconi di restare a  palazzo Chigi oltre le sue possibilità, personali e politiche, e oltre le necessità del paese. L’unica istituzione che conserva un significato politico degno di questo nome è divenuta di fatto e giocoforza, al di là delle proprie prerogative, la presidenza della Repubblica. Il capo dello stato ha deciso l’intervento dell’Italia in  Libia, ha costretto l’opposizione a consentire in Parlamento l’approvazione rapida delle manovre  finanziarie  del governo,  ha dato voce al malessere crescente dei cittadini. L’unica istituzione che ancora tiene è la presidenza della Repubblica. E c’è da chiedersi per quanto ancora, nel vuoto o nella distorsione funzionale delle altre istituzioni, magistratura compresa. La buona notizia della avvenuta raccolta di firme  per abrogare l’attuale legge elettorale, pur nella sua eccezionalità, di per sé non basta a far sì che il pronunciamento inequivocabile dei cittadini sia assunto sul piano politico dai soggetti della politica.

La raccolta avvenuta in un mese di oltre 1.200.000 firme su una richiesta di referendum ha come cambiato il quadro politico. Ma quel successo improvviso e imprevisto dichiara non solo la passione civile e la lucidità politica di chi ha pensato e voluto questo referendum, ma soprattutto l’oggettiva  disperazione nella quale versa il paese. E se le reazioni del ceto politico, di governo e di opposizione, sono state  immediatamente  quelle di smarcarsi dalla difesa dell’attuale sistema elettorale, consentendo con  l’indignazione dei cittadini, di fatto è già partita la gara a cercare di annullare l’effetto firme. ci hanno provato per primi Berlusconi – con le sue dichiarazioni sulla prossima manovra economica dedicata alla crescita – e incredibilmente lo stesso Bersani, che, invece di assumere, seppur a posteriori, la direzione politica del risultato, ha dapprima provato a rivendicarne il merito, poi, con un intervento generico alla direzione del suo partito, ha cercato di minimizzare, sostenendo – sintetizzo – che «c’è grossa crisi».

Ma quello che è avvenuto difficilmente può essere cancellato, soprattutto in assenza di un disegno politico di un qualche segno, sia a centro-destra, sia a centro-sinistra. Se Berlusconi cadrà, sarà o per le pressioni internazionali legate alla crisi finanziaria (l’Italia non se lo può più permettere), o per gli effetti politici delle firme referendarie (le contraddizioni aperte all’interno di ciascuna forza politica in ciascun schieramento determineranno la crisi). D’altra parte, il PD vede giungere al pettine tutti i nodi irrisolti degli ultimi anni, diversi dei quali non sono attribuibili alla sola segreteria Bersani-D’Alema, né alla sola componente diessina.

Questione  morale, questione istituzionale

Per questo è utile riprendere il filo dell’ispirazione e del ragionamento che hanno mosso la richiesta di referendum. Il paese ha bisogno di regole certe e condivise che ridiano alla nostra democrazia trasparenza di comportamenti e istituzioni forti, pienamente legittimate, in grado di decidere. Il che significa, accanto a una riconquistata dignità del Parlamento e dei parlamentari, riprendere la strada di una democrazia di tipo competitivo e governante. Il paese ha bisogno di un governo che decida su un piano  interno  e internazionale  e di un’opposizione che rappresenti (cioè istituzionalizzi) le richieste dei cittadini.

Solo la ripresa del pieno esercizio della sovranità dei cittadini può fortificare le istituzioni, non certo vecchie o nuove oligarchie impegnate a conservare sé stesse separandosi dalla volontà popolare.

Solo un sistema di regole certe che sviluppi tutte le occasioni di partecipazione dei cittadini, previste dalla nostra Costituzione, potrà contrastare la sfiducia verso le istituzioni che va diffondendosi nella società:  una  deriva  di demoralizzazione, di separazione, di allontanamento dalla politica che si sta facendo – come abbiamo più volte sottolineato  su questa  rivista  – indifferenza, egoismo, cinismo.

Per questo motivo è discriminante ridare al cittadino il potere di scegliere un Parlamento più rappresentativo e, conseguentemente, un governo in grado di governare. La critica al ritorno al sistema elettorale precedente, regolato dalla legge Mattarella, è in larga parte pretestuosa. Anzitutto perché quel sistema aveva comunque dato risultati positivi, pur nelle insufficienze allora osservate. In secondo luogo perché esso si muoveva con maggiore coerenza verso un modello di sistema politico dell’alternabilità tra i principali schieramenti e della maggiore governabilità.

Un paese democratico non può affidare il proprio destino, per la terza legislatura consecutiva, a un Parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti e non di eletti dai cittadini. Soprattutto non  può farlo  in un momento così grave, privandosi di un potere legislativo che sia pienamente rappresentativo, rispettabile e rispettato. Molti dei guasti a cui oggi assistiamo, nelle istituzioni e nei soggetti politici, sono anche il frutto del modello di competizione elettorale che è andato sotto il nome simbolicamente evocativo di Porcellum. Un modello di competizione che ha comportato la  frammentazione  dei soggetti politici,  l’accentuata  disomogeneità e fragilità  delle alleanze, la nomina dei parlamentari da parte di un’oligarchia ristretta di professionisti della politica.

È sul tema delle regole e della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica che consiste una parte importante della questione morale del nostro paese, poiché le regole definiscono i comportamenti e la partecipazione critica legittima le decisioni.

Il rapporto intrinseco tra questione morale e questione istituzionale o delle forme della democrazia trova ancora difficoltà a essere assunto sistematicamente, anche dalle componenti cattoliche.

La  DC: un sogno di mezz’estate

Si apre qui il tema del contributo dei cattolici alla situazione critica del paese. Non perché si debba continuare a ritenere i cattolici italiani (nel 150° dell’unità d’Italia sarebbe persino sconsolante) come separati  dal  resto del paese, ma perché il tema è stato posto, di  fatto e autorevolmente, in termini specifici.

Nei fatti  si può constatare  come nelle ultime vicende referendarie i cattolici complessivamente presi siano stati in gran parte assenti. A differenza della stagione dei primi anni Novanta, quando fu una minoranza cattolica illuminata (ACLI, FUCI, ACI, esponenti vicino a Comunione e liberazione [CL]) a guidare il cambiamento istituzionale attraverso  i referendum elettorali, in questo frangente quelle stesse componenti si sono ritrovate piuttosto ai margini del processo di cambiamento,  se non altrove. Non che queste componenti, assieme ad altre (i nuovi movimenti, la CISL, le associazioni di categoria), non abbiano cominciato a porsi il problema della grave situazione del paese e anche del dopo-Berlusconi (come nel caso di CL al Meeting agostano di Rimini), ma lo hanno fatto seguendo una premessa culturale e una logica politica da prima Repubblica.

Ciascun  caso è naturalmente  diverso dagli altri. CL e la Compagnia delle opere, ad esempio, hanno il problema della presenza dei loro referenti diretti dentro il Popolo della libertà (PDL); di qui l’avvio di un processo di pluralizzazione delle interlocuzioni anzitutto  con segmenti  del PDL, dell’Unione di centro (UDC) e del mondo economico-finanziario. Altri – forse per un residuo antiruiniano, l’analogo in area cattolica dell’antiberlusconismo in politica –, attratti dal tema della rappresentanza laicale in politica di contro all’interventismo ecclesiastico dell’ultimo ventennio, hanno inizialmente immaginato  come possibile e persino auspicabile un ritorno alla figura del «partito cattolico».

Il dibattito agostano su questo punto, guardato con preoccupazione dalla stessa Conferenza episcopale italiana (CEI), segnava un arretramento culturale e politico rispetto alla linea Ruini correttamente intesa. Le parole di Giovanni Paolo II al III Convegno ecclesiale della Chiesa italiana (Palermo, 1995), riprese da Benedetto XVI al IV (Verona, 2006), erano e sono inequivocabili circa l’accettazione della fine del modello politico imperniato sul partito d’ispirazione cristiana. Il card. Ruini aveva allora elaborato una tesi di equidistanza tra gli schieramenti e di accettazione del bipolarismo. Un risultato non da poco, dopo la fine della Democrazia cristiana (DC). Con la DC era terminata non solo una formidabile e longeva esperienza politica, ma anche l’ipotesi irripetibile dell’esistenza di una mediazione storicamente privilegiata tra fede e politica, garantita  da un imprimatur ecclesiastico sostanziale, anche se volta a volta riespresso con accenti diversi.

Certo il card. Ruini aveva poi interpretato quel riposizionamento della gerarchia, soprattutto dopo il 1998 e fino al 2008, come un sostanziale appoggio ai  governi di centro-destra attraverso una presenza pubblica diretta e centralizzata  della gerarchia,  mutuata  dalle nuove questioni etiche sulle quali la sinistra scontava un ritardo di analisi e la destra, accettando l’egemonia culturale ecclesiastica, si disponeva a incassarne l’appoggio politico. Rimaneva  escluso di fatto da questa derubricazione della politica  a  tecnica  amministrativa  il ruolo un tempo significativo del laicato cattolico, al quale non poteva bastare il modello organizzativo del Progetto culturale. Un limite non da poco. Ma in un quadro più avanzato.

Ora il sogno di mezza estate di un semplice ritorno alla DC ha fatto vedere quanto sia arretrata, culturalmente e  politicamente, la posizione di molti cattolici, compresa una parte della gerarchia ecclesiastica. Quel ritorno non è possibile e neppure auspicabile. Per la Chiesa e per il paese.

Non è possibile perché sia nella forma di un appoggio al partito più prossimo al modello della vecchia DC, l’UDC, tanto più nella forma di un’autonoma iniziativa, quel progetto rischierebbe di rivelarsi, alla prova elettorale, velleitario. Esso dovrebbe scommettere  su un cambio in senso proporzionale della legge elettorale e sul crollo elettorale dell’attuale PDL e della Lega per raggiungere percentuali comparabili. Se così non fosse emergerebbe fino in fondo la tragedia di una Chiesa ridotta a parte politica e di un mondo cattolico marginale e marginalizzato.

Settembre ha portato consiglio. Una parola chiara è stata espressa, all’ultimo Consiglio permanente della CEI, dal suo presidente, il card. Bagnasco, ripresa dal segretario generale, mons. Crociata,  in conferenza stampa. Bagnasco è intervenuto con un testo molto ampio su tutto lo scenario della crisi nazionale, compreso lo scandalo emerso dalle intercettazioni al premier.

Conviene riprendere integralmente alcune espressioni: «Conosciamo le preoccupazioni che pulsano nel corpo vivo del paese, e non ci sfugge certo quel che, a più riprese, si è tentato di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle. L’impressione tuttavia è che, stando a quel che s’è visto, non sia purtroppo ancora sufficiente. Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni  e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole “della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta”, come anche la nostra Costituzione ricorda».

Bipolarismo, laicità, democrazia

Colpisce, amareggia, rattrista, mortifica: definizioni che non lasciano margine all’equivoco sul pensiero della Chiesa nei confronti della situazione italiana. Ma Bagnasco è intervenuto anche sulla questione della presenza dei cattolici nella società civile e nella vita politica. Ed è in questo contesto che ha accennato alla questione della costituzione di un soggetto cattolico e della sua natura.

Due i passaggi significativi: uno sul recente passato e uno finale sul futuro. Circa il passato prossimo ha detto: «Gli anni da cui proveniamo potrebbero aver indotto talora a tentazioni e smarrimenti, ma hanno indubbiamente spinto i cattolici, alla scuola dei papi, a maturare una più avvertita coscienza di sé  e del proprio compito nel mondo. Un nucleo più ristretto ma sempre significativo di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati nelle comunità cristiane, ha colto la rinnovata perentorietà  di rendere politicamente più operante la propria fede. Sono così nati percorsi diversi, a livelli molteplici, per quanti intendono concorrere alla vitalità e alla modernità della polis, percorsi che hanno dato talora un senso anche di dispersione e scarsa incidenza. Tuttavia, non si può non riconoscere che si è trattato di una sorta di incubazione che,  se non ha mancato di produrre qua e là dei primi risultati, sta determinando una situazione nuova».

Infine sul futuro. «Sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni». Dunque il presidente della CEI esclude positivamente un soggetto politico vero e proprio; non determina che cosa l’aggregazione auspicata debba essere, né dal punto di vista organizzativo, né dal punto di vista del legame con la gerarchia, ma ne definisce l’ambito sociale e culturale.

Si tratta  a questo punto di capire quale possa essere il modello. Se il modello fosse quello dell’antica «riaggregazione del mondo cattolico»,  operazione che sul finire degli anni Settanta raccolse il cattolicesimo italiano  nel limbo del pre-politico, per un breve periodo, per poi ridistribuirlo (con candidati e operazioni collaterali di appoggio organizzativo) nella DC, allora si tratterebbe di fatto o di promuovere alcune candidature amiche a seconda delle offerte politiche dei diversi soggetti, non solo nell’UDC, perché la presenza di cattolici nel PDL (addirittura organizzata attraverso  CL) e nel PD è effettiva. Oppure la linea diverrebbe nei fatti quella di suggerire (non di patrocinare) la creazione nel dopo-Berlusconi di un raggruppamento di centro-destra  moderato, alla tedesca con anche l’UDC. In questo caso l’investimento del laicato cattolico si dispiegherebbe interamente nel centro-destra (dall’UDC al PDL). Un correlativo oggettivo del PPE in Italia.

Un secondo modello potrebbe essere quello, già in uso, delle Settimane sociali o dei Forum delle aggregazioni laicali. In entrambi i casi esso manterrebbe il nuovo soggetto a distanza di sicurezza dalla politica ma col rischio di apparire troppo generico. Questa formula ha evitato sin qui la spaccatura tra le associazioni e i movimenti cattolici. Il rischio di un conflitto per l’egemonia interna è sempre possibile a meno che la leadership di questo soggetto plurale non rimanga  direttamente  in capo ai vescovi. Ma a quel punto il vantaggio di un ritorno del laicato cattolico sarebbe francamente contenuto.

È infine possibile che si giunga a una formula anch’essa d’ispirazione tedesca, quella del Comitato centrale dei cattolici. Questa rappresenterebbe una soluzione avanzata, aperta e plurale, tale da dare voce a molte istanze, senza una diretta discendenza o ascendenza politica e tuttavia laicamente autorevole.

Il punto dal quale non si può arretrare, ci sembra di poter dire, è l’equidistanza della Chiesa dalle forze politiche; così come, secondo un’autentica autonomia e piena assunzione di responsabilità, il contributo dei cattolici, a qualunque schieramento appartengano, all’urgente ripresa della democrazia nel nostro paese.

 

Costituzione Concilio Cittadinanza

Per una rete tra cattolici e democratici


28 Ottobre 2011

Forse non è più tempo di “Appelli” solenni, come quello di don Sturzo del 18 gennaio 1919 “a tutti gli uomini liberi e forti”, ma certamente la situazione attuale, caratterizzata dalla grave crisi economica che rivela una ancor più grave crisi sociale e politica, richiede a tutti un’assunzione di responsabilità. E noi riteniamo che la richieda, in particolare, ai cattolici che si richiamano alla tradizione cattolico-democratica.

Alcune associazioni che si ispirano a tale tradizione (“Argomenti 2000”, “Città dell’uomo”, “Rosa bianca”, “Agire politicamente”), si sono dati informale appuntamento, nello scorso autunno, non solo per condividere la comune preoccupazione e indignazione dinanzi al miserevole spettacolo di quella congiuntura politica (spettacolo, poi, sistematicamente protrattosi nel tempo), ma anche per interrogarsi sull’eventuale opportunità di unire le singole energie, al fine di rendere più incisiva la condivisa sensibilità culturale-politica e dare visibilità ad una presenza significativa del cattolicesimo democratico nel nostro contesto sociale e politico.

Dopo i primi contatti si è deciso di passare parola ad altri amici e amiche che sapevamo sulla medesima lunghezza d’onda. Così è stato.

Nel mese di aprile 2011 il documento “Oltre l’indignazione, bisogno di futuro” è stato sottoscritto da numerose associazioni e così,  passo dopo passo, il numero delle adesioni si è allargato.

Alle sigle associative di partenza, si sono, infatti, affiancate quelle che sottoscrivono la presente proposta, ma sono solo una piccola parte di tutte quelle che operano sul territorio, dando luogo a quel vitale arcipelago associativo che può diventare un serbatoio di speranze di futuro per il nostro Paese.

Dagli incontri sin qui avuti è emersa, con sempre maggiore chiarezza, la centralità della “questione democratica” e il convincimento secondo cui valori/sensibilità/stili/metodi della cultura socio-politica rifacentesi alla tradizione cattolico-democratica risultano straordinariamente attuali e, pertanto, meritevoli di essere riproposti senza incertezze, evitando, per altro, di ridurli a pure enunciazioni di principi astratti, incapaci di misurarsi con le sempre nuove sollecitazioni del divenire storico. Più che preoccuparci di stilare una “lista” di tali orientamenti valoriali, fatalmente soggetta al rischio di lacune, negli incontri in questione ci è parso di dovere sottolineare che, in fondo, oggi dirsi cattolico-democratici significa riconoscersi dentro l’orizzonte culturale e valoriale delineato da due grandi punti di riferimento: la Costituzione repubblicana del 1948 e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Giuseppe Lazzati, indimenticato Maestro di molti di noi, li indicava come le due “stelle polari” per il cammino del laicato.

Certo, non basta affermare, genericamente, di rifarsi alla Costituzione e al Concilio. Bisogna sapere “leggere” e, in qualche modo, “reinterpretare” quel testo e quell’evento. Si tratta, infatti, di portare a evidenza il plesso di principi/valori/esigenze/sollecitazioni che, opportunamente “mediati” in rapporto al nostro tempo, ci consenta di definire le coordinate essenziali per concorrere a delineare (e edificare) un modello di “città” e di convivenza “a misura d’uomo”, direbbe sempre Lazzati ed oggi, accogliendo il linguaggio di genere, preciseremmo “a misura dell’umano”.

Negli incontri di cui s’è detto sono così emerse alcune “parole-chiave” che, oltre ad ottenere pieno consenso dei presenti, costituiscono assi portanti di una cultura socio-politica coerente con la tradizione cattolico-democratica. Proviamo a nominarle: democrazia, uguaglianza, cittadinanza, laicità, partecipazione, pluralismo, giustizia, etica pubblica, dialogo, solidarietà, accoglienza… La lista potrebbe continuare. Basta però l’esemplificazione fornita, con l’avvertenza, ribadiamo, che non è più tempo d’inconcludenti declamazioni retoriche e generiche: occorre, invece, riuscire a declinare in modo credibile ciascuna “parola-chiave”, commisurandola ai problemi reali sul tappeto. Nei loro contesti di presenza, le nostre associazioni già operano in quella direzione. Gli incontri svolti ci hanno però confermati circa la necessità di dare più forza alle singole voci, predisponendo strumenti idonei a tale scopo.

Abbiamo pertanto pensato che, per incominciare, potesse essere utile l’avvio di un portale, come mezzo e “luogo” di raccolta, condivisione, amplificazione delle nostre riflessioni, prese di posizione, proposte. Ci siamo intesi sul nome da assegnargli: Costituzione Concilio Cittadinanza. Per una rete tra cattolici e democratici. Si sta procedendo alla definizione del progetto, incominciando dagli aspetti di carattere tecnico-informatico.

Il portale costituisce anche strumento per agili forme di conoscenza e di collegamento tra le medesime associazioni, per eventuali interventi “unitari” su questioni dell’attualità socio-politica, tramite “pronunciamenti”, focus, discussioni.

Dare visibilità ad una presenza significativa e caratterizzata dei cattolici democratici e, nel contempo, favorire la reciproca conoscenza fra le persone e fra le diverse realtà associative, passo iniziale di un collegamento fra di esse agile, “leggero” e auspicabilmente duraturo, abbiamo poi pensato di convocarci a Roma, nei giorni sabato, 19 (pomeriggio-sera) e 20, domenica (mattina) novembre p.v. in una prima assemblea pubblica.

Il programma che uniamo prevede una prima parte dedicata alle ragioni della presenza dei cattolici democratici nell’attuale situazione sociale e politica del paese ed alla centralità della “questione democratica” ed una parte dedicata alla evidenziazione di alcuni dei più significativi nodi che caratterizzano l’attuale congiuntura socio-culturale e politica. Un momento importante dell’assemblea sarà dedicato, nella serata di sabato 19, alla costituzione della struttura di collegamento fra realtà associative ed alle modalità di gestione del portale: dovrà trattarsi di una vera assemblea costituente aperta alla più ampia possibilità di adesione.

Grande spazio, lungo tutto il corso dell’incontro, dovrà essere dedicato all’intervento ed al confronto fra i partecipanti.

A scanso di equivoci, ci teniamo a precisare che siamo solo all’inizio del cammino e i passi compiuti assumono ancora carattere di “provvisorietà”: l’assemblea di Roma intende essere momento “costituente”, per definire e costruire insieme ipotesi progettuali, che potranno poi avere nel supporto del portale uno strumento di grande rilievo.

Le sigle proponenti si pongono, pertanto, non come “madri fondatrici”, ma, più umilmente, come “compagne di strada”, che hanno dato il “LA” a un cammino comune da edificare insieme.

E sarebbe molto bello e significativo che aderiste anche Voi, con la vostra associazione. In una congiuntura della storia italiana così bassa e deludente, c’è un grande bisogno di unire le forze per far circolare aria fresca. Siamo convinti che le idee elaborate con tanto impegno e intelligenza dalla tradizione cattolico-democratica e “rivisitate” secondo le suddette avvertenze costituiscano un patrimonio a cui attingere per innervare nel dibattito civile e socio-politico nazionale un genuino “supplemento d’anima”.

Per questo, sentiamoci, tutti e tutte, impegnati a fare dell’assemblea di novembre un evento largamente partecipato.

Ci auguriamo, pertanto, che la Vostra risposta possa essere positiva e, comunque, vi aspettiamo vivamente all’incontro romano! Intanto vi ringraziamo per la cortese attenzione e vi porgiamo i più cordiali saluti.

Agire Politicamente, Argomenti 2000, Città dell’uomo (Milano, Roma), Rosa Bianca, Cristiano Sociali, Fondazione “Persona, comunità e democrazia”, Il Borgo (Parma), Istituto De Gasperi (Bologna), Persone e città (Torino), Antropolis (Milano), Centro Francesco Luigi Ferrari (Modena), Polis (Legnano), Il Progetto ( Ferrara), Appunti Alessandrini (Alessandria), Centro studi “Sen. Antonio Rizzatti" (Gorizia), Porta Stiera (Bologna), Ass. Centro Studi “Nuove Generazioni" (Rimini), Agorà Marche.


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