Cattolicesimo Democratico

Politica e solidarietà

Piero Lacorte

Ostuni, 22 Febbraio 2012

“E se la vita spirituale fosse una delle condizioni fondamentali di una intensa vita sociale e politica?” si domanda Paul Valadier in una recente pubblicazione dal titolo “Lo spirituale e la politica”.

L’interrogativo induce a riflettere con estrema serietà sulle profonde cause che possono aver provocato l’attuale crisi economica italiana e su quali possano essere i criteri più validi per una sua idonea soluzione.

A nessuno sfugge quanto sia stata inadeguata la classe politica italiana da alcuni anni a questa parte: essa non ha saputo rendersi pienamente conto della pericolosa china per la quale si era avviata la nazione.

La presa d’atto di una tale inadeguatezza ha spinto il Capo dello Stato ad individuare una compagine governativa, definita tecnica, che potesse essere in grado di decisioni necessarie per tentare di evitare il fallimento del paese, nella convinzione, condivisa dai più, che solo tecnici competenti e non condizionabili dagli umori degli elettori perché non aspiranti a future candidature, avrebbero avuto tale capacità.

I primi provvedimenti emanati dal governo dei tecnici sono in linea con la logica della loro cultura in materia economica, secondo la quale, per dirla con lo stesso Valadier “a qualunque problema corrispondono soluzioni tecniche portate a non arrestarsi se non davanti a parametri calcolabili e quindi oggettivamente valutabili”.

Tali provvedimenti non sono stati condivisi da molta parte dei cittadini, soprattutto da quelli appartenenti alle classi meno abbienti.

Gli uomini di governo attuali ritengono a ragione, dal loro punto di vista, che una situazione economica stabile sia la precondizione necessaria per un futuro “bene comune”. Se i governanti solo tecnici non sembrano propensi ad una sano discernimento che li induca a porsi nei panni di chi non è nelle condizioni di sopportare molti sacrifici per uno stato di palese cronica indigenza, rischiano affermazioni inopportune e incaute che offendono chi soffre, come quelle che ci è stato dato ascoltare recentemente.

Chi non ha mai conosciuto la povertà e l’insicurezza esistenziale che essa genera, non può comprendere le ragioni di quanti aspirano ad un posto fisso al solo scopo di vivere tranquilli, a riparo dal rischio di un ritorno a quella indigenza atavica dalla quale cerca di difendersi con ogni forza.

Chiunque si assume la responsabilità di governo non può limitarsi a porre al servizio della comunità le proprie competenze tecniche, ma deve essere anche disponibile a porsi nei panni di chi vive nell’indigenza per rendersi pienamente conto delle sue sofferenze e per risparmiargli perciò ulteriore sacrifici che gli renderebbero la vita insostenibile.

Ove gli uomini di governo entrassero in un tale ordine di idee e di comportamenti non richiederebbero ulteriori sacrifici a quanti non sono nelle condizioni di poterli sopportare, secondo i sani principi di una economia solidaristica che va perdendo ogni dignità.

Se i governanti continuano ad ignorare le difficoltà dei poveri la comunità nazionale potrà correre il serio pericolo di diventare facile preda di qualche improvvisato tribuno con seri rischi per il regime democratico.

Per concludere è utile infine riflettere sui pericoli che corre l’Unione Europea, tanto sognata e voluta da politici di razza, perché attualmente condizionata da una troica (CE-BCE-FMI) che sembra abbia perduto ogni senso di umanità per sempre nuove condizioni che stanno imponendo ad un paese allo stremo, come la Grecia, quella Grecia che con la figura di Antigone ci ha insegnato con quale convinzione e con quale coraggio si possa coniugare quella “pietas” che viene prima di ogni norma positiva in ragione del dovere imprescindibile di prendersi cura del prossimo, riconoscendo il valore dei cosiddetti “mondi vitali

Ferdinando Camon, in un editoriale comparso su Avvenire del 18 Febbraio ultimo scorso, completamente condivisibile, afferma che “ci deve essere un rapporto tra terapia e sopravvivenza” e che se tale criterio non viene tenuto presente è perché “questa Europa” non ha radici cristiane.

Remi Brague ha invitato a riflettere che “occorrono giacimenti di senso; ne abbiamo bisogno, perché non basta credere nell’Europa. Bisogna anche credere bene all’Europa. E ciò è possibile se non si crede soltanto nell’Europa”. Quanti si definiscono cristiani sono ancora oggi capaci di “prendere parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo” secondo la felice espressione di D. Bonhoeffer?

Berlusconi è passato. Ora che fare?

AAAAAAAAAAAAA

vedi nota [1]

Luciano Caimi

Presidente di “Città dell’uomo”

Adista - N. 7 - 25 Febbraio 2012

Il testo è la lettera inviata ai soci e ai simpatizzanti dell’associazione   Il 2011 è stato in effetti un anno molto difficile. Aprivamo il n. 1 di Appunti di cultura e politica  con l’articolo «Decenza: principio non negoziabile». Voleva essere una ferma denuncia degli inqualificabili comportamenti “privati” dell’allora presidente del Consiglio, causa, assieme ad altro (non si dimentichino, per esempio, le oscure trame delle cosiddette P3 e P4), di un grave degrado istituzionale, con sempre più preoccupanti ripercussioni negative sulla nostra credibilità a livello internazionale.

Tacere di fronte a quello che stava venendo ogni giorno alla luce, avrebbe significato quanto meno negligenza e ignavia.

L’indignazione montante da più parti era sacrosanta. Occorreva però conferirle sostanza politica: cosa che, sotto vari aspetti, non tardò a manifestarsi.

La vasta mobilitazione popolare, infatti, con in prima fila moltissimi giovani, che alle amministrative di primavera fece registrare insperati successi del centro-sinistra in alcune roccaforti del centro-destra (su tutte Milano), rappresentò un segnale inequivocabile di novità. Il vento stava davvero mutando. La voglia di cambiamento era apparsa in modo palese, anche se buona parte delle nuove energie messe in campo non sembravano facilmente inquadrabili entro i tradizionali schemi partitici.

Con l’estate, l’acuirsi della crisi  economica, per lungo tempo quasi negata, poi minimizzata e, in ogni caso, mai presentata nei suoi termini reali, non lasciava scampo all’illusionismo verbale e mediatico del ministro dell’Economia (e dei rappresentanti di governo). Si assistette al succedersi di manovre finanziarie tanto pesanti quanto inconcludenti, a sempre più insanabili spaccature intra-governative, al reiterarsi di miserevoli operazioni di “campagna acquisti” per salvaguardare in qualunque modo la maggioranza parlamentare. Ma l’esito dell’esecutivo in carica sembrava ormai segnato. Il disperato “accanimento terapeutico” per tentare di mantenerlo in vita non avrebbe sortito positivi effetti.

Certo, la prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei (26 settembre) fece intendere che anche la gerarchia ecclesiastica, considerando con crescente preoccupazione il quadro politico nazionale, aveva ormai maturato il convincimento circa la necessità di un cambio nella guida del Paese (v. Adista n. 71/11, ndr). Nel passo del discorso dedicato alla “questione morale”, il presidente dei vescovi italiani usò parole d’inconsueta chiarezza per denunciare il degrado cui si era giunti.

Occorreva «purificare l’aria»  ? disse ? perché le nuove generazioni non restassero «avvelenate» dai cattivi esempi di troppi politici. Tutti capirono che, sebbene non nominato, sul banco degli imputati, in prima fila e al primo posto, vi era Berlusconi. Una così palese denuncia significava anche sottrazione di fiducia da parte della Cei al governo in carica (sin lì considerato ? dobbiamo pure ricordarlo ? con occhio benevolo).

È vero, come si premurò di precisare al termine dei lavori del Consiglio permanente il segretario della Conferenza episcopale, mons. Crociata, che non sono i vescovi a costituire o destituire i governi, però, nel caso specifico, la presa di posizione assunta concorreva ad aggravare la già compromessa stabilità del gabinetto Berlusconi.

L’incontro della Cei fece da apripista anche per la convocazione a Todi (metà ottobre) di un cartello di associazioni cattoliche, con l’intento di ragionare sul da farsi in una situazione socio-economica sempre più difficile e con alle porte l’ormai ineluttabile mutamento del  quadro politico-governativo (v. Adista nn. 76, 78 e 79/11,  ndr).

Patrocinato dall’episcopato, (la prolusione venne tenuta dal card. Bagnasco), il Forum sembrò confermare, pur con accenti diversi, la volontà di rilanciare a tutto campo un certo “protagonismo” cattolico, per tornare a essere “presenza vitale” e ben riconoscibile nella società. Che cosa, in concreto, stesse dietro queste aspirazioni non appariva del tutto chiaro. Per il momento, sembravano tuttavia emergere due indicazioni: l’esclusione di una formazione politica targata in senso espressamente cattolico; una (invero malcelata) propensione a investire politicamente sull’area di centrodestra.

Fra i capi-fila della riunione umbra sorprese non poco il fatto di trovare personalità del mondo sociale e culturale che, schierati sino al giorno prima a sostegno della compagine governativa, mostravano ora di volerla abbandonare al suo destino. Ovviamente, anche in campo politico è legittimo cambiare opinione, però ci si sarebbe aspettato (in quella e in altre sedi...

più alte) almeno un parola di autocritica sulle effettive colleganze sin lì stabilite. Invece nulla di questo.

A circa un mese di distanza dal Forum lo scenario è finalmente mutato. Berlusconi ha rassegnato le dimissioni e, grazie al deciso impegno in prima persona del presidente Napolitano, si è giunti, in breve lasso di tempo, a comporre un governo “tecnico” presieduto da Monti, che ha ottenuto sostegno da una maggioranza parlamentare tanto larga quanto inedita e del tutto provvisoria (colpisce  ? sia detto in parentesi ? la presenza alla guida di dicasteri importanti proprio di alcuni protagonisti dell’incontro di Todi: pura coincidenza?).

Ad ogni modo, quello in carica è un governo di emergenza, per una situazione di emergenza. La cronaca di questi giorni ci rende costantemente edotti delle enormi difficoltà che esso deve superare per uscire, insieme all’Unione europea, dal periglioso tunnel della crisi.

Sino a quando durerà, nessuno, al momento, è in grado di dirlo. Di sicuro, prima o poi la parola tornerà agli elettori. Ed è pensando a quel momento che non si può celare la preoccupazione di arrivarci ancora con la legge elettorale in vigore, vista la pronuncia negativa della Corte costituzionale sul referendum per abrogare il “porcellum” calderoliano.

Ebbene, in questo complesso e mobile scenario, “Città dell’uomo” ha cercato di offrire, in linea, del resto, con i propri compiti statutari e con la propria tradizione, occasioni di approfondimento critico [...]. Ricordo, in special modo, l’attivazione, dopo un percorso abbastanza lungo e impegnativo, di una rete tra associazioni dell’area cattolico-democratica.

È stato lanciato online il portale www.c3dem.it Costituzione, Concilio, Cittadinanza - Per una rete tra cattolici e democratici. Si tratta di uno strumento per promuovere forme di interazione associativa, dibattiti socio-politici, pronunciamenti su temi di rilievo civile, segnalazioni di “buone pratiche” civiche, documenti e pubblicazioni. L’iniziativa è stata presentata in un convegno di metà novembre a Roma. Da quell’incontro si è avuta definitiva conferma circa la validità di quanto intrapreso, che, oltre alla cura del portale, vedrà le associazioni aderenti (attualmente una ventina) promuovere di comune accordo un appuntamento pubblico annuale di studio e approfondimento (v. Adista nn. 83, 84 e 89/11, ndr).

Di lavoro, dunque, se n’è fatto e alcune prospettive d’impegno che si aprono sembrano quanto mai promettenti. Siamo, del resto, convinti che, nella presente congiuntura socio-politica ed ecclesiale, occorra alimentare con generosità e determinazione la presenza viva della cultura cattolico-democratica, per affrontare con aggiornato senso storico, in fedeltà ai principi/valori della Costituzione e del Concilio, i complessi problemi dell’oggi.

“Città dell’uomo” c’è e, nel suo piccolo, vuole continuare a offrire un contributo di ricerca e di idee.

“CATTOLICO” NON È UNA CATEGORIA POLITICA

Marcello Vigli (Comunità cristiane di Base)

da Adista Segni Nuovi - N. 7 - 25 Febbraio 2012

 

Marcello Vigli, chiamato in causa dall’articolo di Lino Prenna, replica al coordinatore di “Agire politicamente” e ribadisce, approfondendole e precisandole, le sue opinioni sulla questione dell’impegno dei cattolici in politica e della categoria stessa del “cattolicesimo politico”.

 

Credo che, in tempo di crisi delle ideologie e di profonde trasformazioni nel modo di produrre e consumare cultura e, per quanto ci riguarda, all’indomani del Concilio Vaticano II, ci si debba interrogare sul valore della stessa categoria di “cattolicesimo politico”, indipendentemente dalle due declinazioni che ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica.

Questa categoria, “cattolicesimo politico”, ha avuto in passato la funzione di offrire un fondamento ideale a ben precisi programmi di gruppi di cattolici impegnati in politica che, in suo nome, da un lato si garantivano agibilità politica in un tempo di radicali contrapposizioni ideologiche, dall’altro potevano accreditare come interesse comune il perseguimento di interessi particolari. Tipico esempio la Democrazia Cristiana, con il suo interclassismo. La scelta della Santa Sede di considerarla rappresentativa dell’intera comunità ecclesiale, pur senza nessun riconoscimento formale, tolse spazio ad ogni altro partito cattolico o di cattolici. E quante parole sono state spese su questa distinzione! Poi è arrivata la diaspora dei democristiani, accompagnata da tentativi, sistematicamente falliti, di cancellarla, per ricreare unità fra cattolici, e dall’uso della sigla come distintivo correntizio all’interno dei diversi partiti i cui questi erano confluiti.

L’esperienza attuale, assai più che la stessa fase democristiana, consente qualche ulteriore riflessione sul significato di tale caratterizzazione.

Ci si può interrogare su che cosa hanno in comune Giuseppe Fioroni e Rosi Bindi, Maurizio Lupi e Franco Frattini, che pure militano negli stessi partiti. Ma, soprattutto, ci si può chiedere cosa hanno in comune quelli che nel referendum sulla Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita hanno subìto il diktat di Ruini,  che invitava all’astensione per far fallire il referendum, e quelli che invece sono andati a votare.

Eppure, in questa occasione, c’erano tutte le condizioni perché non dovessero esserci differenze: tema eticamente sensibile, esplicita direttiva della gerarchia, nessun vincolo di partito.

Per venire all’oggi, mentre la Conferenza episcopale italiana lascia ai laici e alle loro diverse iniziative di collegamento il compito di farsi quel «soggetto unitario diffuso» (v. Adista n. 8/12, ndr) che da una parte si offre come palestra formativa e dall’altra come laboratorio stimolante per la riconsiderazione dell’alfabeto della società e della politica, i cattolici impegnati nei partiti cercano di accreditarsi, in concorrenza fra loro, come rappresentativi dell’intero mondo cattolico e legittimati dalla gerarchia.

C’è sempre in campo una terza via: realizzare il superamento della contrapposizione fra partito dei cattolici e loro diaspora, con il riconoscimento che, nel qualificarsi come tali, essi si costituiscono come portatori di una visione specifica del mondo, ma capaci, al tempo stesso, di porsi in dialogo con le altre forze sociali, lasciando alla gerarchia la rappresentanza politica.

Si può, infatti, concludere che non esiste un via cattolica, né all’esercizio della cittadinanza, né alla partecipazione alla gestione delle pubbliche istituzioni. Non ci si può caratterizzare politicamente né con “l’ancoraggio alla Parola” un po’ lontana nel tempo e dai problemi da risolvere oggi, né ispirandosi ad una Dottrina sociale della Chiesa, certo figlia del tempo, ma anche dell’orientamento di chi, chiamato pro tempore al compito di garantire la testimonianza evangelica, si fa sociologo e politologo, attingendo ovviamente alle opinioni di altri che lo fanno di mestiere.

In questa prospettiva, il cattolicesimo politico, nelle sue diverse versioni, si riduce ad essere una costruzione ideologica di gruppi e movimenti ispirati ad un’unica fede cattolica, che si caratterizzano cioè – come scrissi su Adista n. 92/11 – per la loro identità religiosa, pur se interpretata diversamente. Diventa allora un falso ideologico, perché usato per fondare prassi politiche diverse, anzi, spesso in contraddizione fra loro.

L’alternativa resta vivere la diaspora compiutamente, senza infingimenti, ispirandosi al rifiuto di considerare cattolica una categoria politica o culturale. È nota la battuta di Ernesto Balducci: «Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico, e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo».

Forse bisogna ispirarsi a questa scelta, coerente con il messaggio del Concilio Vaticano II, più che alla distinzione di Maritain e di Lazzati, che risale ai tempi in cui la Comunità ecclesiale non era ancora Popolo di Dio.

------------------

Vedi articolo di Lino Prenna: Cattolici in movimento: verso dove?

Cattolici in movimento: verso dove?*

Lino Prenna

Coordinatore nazionale dell’associazione di cattolici democratici “Agire politicamente”.

(Articolo pubblicato sul foglio informativo dell’associazione Politicamente, n. 4 Ott-Dic 2011)

 

La seconda metà di questo inquieto 2011, che è già alle nostre spalle, ha registrato una serie di iniziative, riconducibili, a titolo diverso e con diverse sensibilità, ad una rinnovata domanda di protagonismo politico dei cattolici italiani. In questo percorso temporale, iniziato a fine maggio, con l’incontro romano introdotto dal segretario della Cei mons. Mariano Crociata e, per ora, concluso a metà dicembre, con l’assemblea di Retinopera, avviata dalla lectio magistralis del presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65 e 97/11), è caduto il convegno di Todi, a metà ottobre 2011 – promosso dal Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori) – che ha goduto di inedita attenzione e di larga esposizione mediatica (v. Adista nn. 76, 78, 79, 82, 83 e 84/11). Rientra, certo, in questa dinamica aggregativa l’assemblea romana delle associazioni, tra le quali “Agire politicamente”, che si riconoscono nella cultura politica del cattolicesimo democratico (v. Adista n. 89/11).

Pur mosse da un’unica fede cattolica, queste iniziative, e altre realizzate nello stesso periodo, non sono riconducibili ad un unitario cattolicesimo politico, ma ripropongono, sia pure con accenti diversi, le due anime “storiche” del movimento politico dei cattolici. Così, mentre si è parlato di nuovo movimento dei cattolici, preferisco parlare di cattolici in movimento, nella sostanziale continuità delle due declinazioni che il cattolicesimo politico ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica. All’indomani dell’incontro di Todi di metà ottobre, abbiamo scritto che non ci riconosciamo in quel percorso e, pur rispettandone la diversità, ci sentiamo impegnati a coltivare le ragioni politiche di un altro cattolicesimo, quello democratico (v. Adista nn. 78/11).

Pertanto, riteniamo inesatto sostenere – come ha fatto Marcello Vigli sul n. 92/2011 di Adista Segni Nuovi (Cattolici ancora soggetto politico?) – che anche noi ci caratterizziamo politicamente per la nostra identità religiosa. Alla scuola di Jacques Maritain e di Giuseppe Lazzati, nonché del Concilio Vaticano II, abbiamo sempre sostenuto che non è la fede il criterio dell’aggregazione politica e che lo statuto stesso della laicità si fonda sulla distinzione tra l’azione cattolica e l’azione politica, tra l’agire in quanto cristiani e l’agire da cristiani.

------------------

(*) L'articolo è qui ripreso da Adista Segni Nuovi - N. 7 - 25 Febbraio 2012

replica di Marcello Vigli (Comunità cristiane di Base): “CATTOLICO” NON È UNA CATEGORIA POLITICA

replica di Bartolo Ciccardini: Si può essere cattolico democratici senza “popolo cristiano” ?

“CATTOLICO” NON È UNA CATEGORIA POLITICA

Marcello Vigli (Comunità cristiane di Base)

da Adista Segni Nuovi - N. 7 - 25 Febbraio 2012

 

Marcello Vigli, chiamato in causa dall’articolo di Lino Prenna, replica al coordinatore di “Agire politicamente” e ribadisce, approfondendole e precisandole, le sue opinioni sulla questione dell’impegno dei cattolici in politica e della categoria stessa del “cattolicesimo politico”.


Credo che, in tempo di crisi delle ideologie e di profonde trasformazioni nel modo di produrre e consumare cultura e, per quanto ci riguarda, all’indomani del Concilio Vaticano II, ci si debba interrogare sul valore della stessa categoria di “cattolicesimo politico”, indipendentemente dalle due declinazioni che ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica.

Questa categoria, “cattolicesimo politico”, ha avuto in passato la funzione di offrire un fondamento ideale a ben precisi programmi di gruppi di cattolici impegnati in politica che, in suo nome, da un lato si garantivano agibilità politica in un tempo di radicali contrapposizioni ideologiche, dall’altro potevano accreditare come interesse comune il perseguimento di interessi particolari. Tipico esempio la Democrazia Cristiana, con il suo interclassismo. La scelta della Santa Sede di considerarla rappresentativa dell’intera comunità ecclesiale, pur senza nessun riconoscimento formale, tolse spazio ad ogni altro partito cattolico o di cattolici. E quante parole sono state spese su questa distinzione! Poi è arrivata la diaspora dei democristiani, accompagnata da tentativi, sistematicamente falliti, di cancellarla, per ricreare unità fra cattolici, e dall’uso della sigla come distintivo correntizio all’interno dei diversi partiti i cui questi erano confluiti.

L’esperienza attuale, assai più che la stessa fase democristiana, consente qualche ulteriore riflessione sul significato di tale caratterizzazione.

Ci si può interrogare su che cosa hanno in comune Giuseppe Fioroni e Rosi Bindi, Maurizio Lupi e Franco Frattini, che pure militano negli stessi partiti. Ma, soprattutto, ci si può chiedere cosa hanno in comune quelli che nel referendum sulla Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita hanno subìto il diktat di Ruini,  che invitava all’astensione per far fallire il referendum, e quelli che invece sono andati a votare.

Eppure, in questa occasione, c’erano tutte le condizioni perché non dovessero esserci differenze: tema eticamente sensibile, esplicita direttiva della gerarchia, nessun vincolo di partito.

Per venire all’oggi, mentre la Conferenza episcopale italiana lascia ai laici e alle loro diverse iniziative di collegamento il compito di farsi quel «soggetto unitario diffuso» (v. Adista n. 8/12, ndr) che da una parte si offre come palestra formativa e dall’altra come laboratorio stimolante per la riconsiderazione dell’alfabeto della società e della politica, i cattolici impegnati nei partiti cercano di accreditarsi, in concorrenza fra loro, come rappresentativi dell’intero mondo cattolico e legittimati dalla gerarchia.

C’è sempre in campo una terza via: realizzare il superamento della contrapposizione fra partito dei cattolici e loro diaspora, con il riconoscimento che, nel qualificarsi come tali, essi si costituiscono come portatori di una visione specifica del mondo, ma capaci, al tempo stesso, di porsi in dialogo con le altre forze sociali, lasciando alla gerarchia la rappresentanza politica.

Si può, infatti, concludere che non esiste un via cattolica, né all’esercizio della cittadinanza, né alla partecipazione alla gestione delle pubbliche istituzioni. Non ci si può caratterizzare politicamente né con “l’ancoraggio alla Parola” un po’ lontana nel tempo e dai problemi da risolvere oggi, né ispirandosi ad una Dottrina sociale della Chiesa, certo figlia del tempo, ma anche dell’orientamento di chi, chiamato pro tempore al compito di garantire la testimonianza evangelica, si fa sociologo e politologo, attingendo ovviamente alle opinioni di altri che lo fanno di mestiere.

In questa prospettiva, il cattolicesimo politico, nelle sue diverse versioni, si riduce ad essere una costruzione ideologica di gruppi e movimenti ispirati ad un’unica fede cattolica, che si caratterizzano cioè – come scrissi su Adista n. 92/11 – per la loro identità religiosa, pur se interpretata diversamente. Diventa allora un falso ideologico, perché usato per fondare prassi politiche diverse, anzi, spesso in contraddizione fra loro.

L’alternativa resta vivere la diaspora compiutamente, senza infingimenti, ispirandosi al rifiuto di considerare cattolica una categoria politica o culturale. È nota la battuta di Ernesto Balducci: «Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico, e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo».

Forse bisogna ispirarsi a questa scelta, coerente con il messaggio del Concilio Vaticano II, più che alla distinzione di Maritain e di Lazzati, che risale ai tempi in cui la Comunità ecclesiale non era ancora Popolo di Dio.

Si può essere cattolico democratici senza “popolo cristiano” ?

Bartolo Ciccardini
 Febbraio 2012

 

“Politicamente”, il foglio informativo dell’Associazione “Agire Politicamente”, che si muove sulla scia della gloriosa storia dei cattolici democratici, prende posizione sulle iniziative che si sono svolte nella seconda metà del 2011, per creare un “movimento dei cattolici”, riferendosi specificatamente all’incontro romano introdotto dal Segretario della CEI, all’assemblea di Retinopera ed al Convegno di Todi.

Lino Prenna muove una forte obiezione a questo filone definendolo senza appello come declinazione clerico-moderata contrapposta alla declinazione cattolico-democratica. Cito letteralmente: “Pur mosse da un’unica fede cattolica queste iniziative, che altre realizzate nello stesso periodo non sono riconducibili ad un unitario cattolicesimo politico, ma ripropongono, sia pure con accenti diversi, le due anime del movimento politico dei cattolici. Così mentre si è parlato di un nuovo movimento dei cattolici, preferisco parlare di cattolici in movimento nella sostanziale continuità delle due declinazioni che il cattolicesimo politico ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica”. E poi continua: “Alla scuola di Maritain e di Lazzati, nonché del Concilio Vaticano II abbiamo sempre sostenuto che non è la fede il criterio dell’aggregazione politica e che lo statuto stesso della laicità si fonda sulla distinzione tra l’azione cattolica e l’azione politica, fra l’agire in quanto cristiani e l’agire da cristiani”.

Questi appunti fatti in particolar modo al Convegno di Todi partono da una definizione molto netta della distinzione fra azione cattolica ed azione politica. Ridurre la visione sociale dei cattolici a queste due esclusive dimensioni è troppo schematico e scolastico. In realtà la dottrina sociale cristiana prevede tre diversi livelli: l’azione cattolica, volta ad organizzare l’attività delle coscienze religiose; l’azione sociale cristiana, volta ad operare nella società con iniziative di volontariato; ed infine l’azione politica.

Nella storia ci sono state, per necessità o per scelta voluta, delle commistioni o delle indecisioni sull’esatto confine fra i tre piani. Pensiamo all’esperimento del Patto Gentiloni o alla stessa Democrazia Cristiana di Romolo Murri che pretendeva di muoversi politicamente all’interno di un movimento indirizzato chiaramente all’azione sociale e sindacale.

Ma la difficoltà di fissare in maniera astratta e scolastica i confini di queste attività dei cattolici non può giungere al punto di disconoscere una chiara esigenza di questo momento storico. Le Acli ci avvisano che il 50% dei cattolici sono decisi a non andare a votare. Si constata un distacco fortissimo fra l’agire sociale e la mancanza di impegno civile. Si suol dire che il volontariato cattolico è pronto ad accorrere in aiuto di tutti i popoli del mondo, ma è disinteressato al destino della propria Patria.

Affrontando questo problema da un altro lato, ci si accorge che la Patria italiana, la identità stessa della nostra nazione, è profondamente vulnerata dall’assenza di una partecipazione civile dei cattolici. Da qui l’appello del Papa di considerare l’attività politica la più grande attività caritativa sociale del cristiano.

Né si può rinchiudere tutta la dimensione civile dei cattolici nella definizione della esperienza cattolico-democratica, significativa per l’alto valore di pensiero e di educazione, ma certamente non rappresentativa di tutta la dimensione politica del cristianesimo italiano. Il cristianesimo stesso ha di per sé una dimensione politica che non si può disconoscere senza snaturarne l’essenza caritatevole.

Il progetto di Todi è chiaramente ispirato dalla gerarchia, avvertita di questi pericoli, e non potrebbe essere altrimenti. D’altra parte, il compito è quello di combattere l’assenteismo che caratterizza la pur fitta e volenterosa attività parrocchiale. È il popolo cattolico che si assenta ed è difficile immaginare la dimensione cattolico democratica senza popolo cristiano. Del resto a Todi si è parlato di un movimento prepolitico, vale a dire impegnato nel sociale, ma rispettosamente delimitato nei confronti dell’attività politica di partito. Si è detto chiaramente che il movimento dei cattolici che si preconizza non è un partito.

Del resto abbiamo avuto l’esperienza storica dei Comitati Civici, che svolgevano un’attività civile molto importante, perché combattevano l’astensionismo ed insegnavano a votare, senza avere le caratteristiche di un partito. E non è esatto e generoso definire quel movimento clerico-moderato, anche se c’erano motivi per temere che la obbedienza ostentata ai disegni politici della massima gerarchia potesse essere pericolosa per una impostazione laica dell’azione politica.

Ma eravamo prima del Concilio ed in una condizione di contrapposizione con il comunismo che giustificava molti interventi dell’autorità religiosa nel campo politico.

Ciò non toglie che non era pensabile una Democrazia Cristiana capace di interpretare la volontà democratica del Paese, sia cattolica che laica, aldilà dei suoi stessi confini elettorali, senza il rapporto caloroso e fiducioso delle organizzazioni sociali che agivano in campo sociale e delle stesse organizzazioni di azione cattolica che si assumevano compiti politici.

È questa dimensione popolare che è necessario riscoprire su tutti i versanti, che non bisogna demonizzare con una definizione di “clerico-moderatismo”. Se vi fosse in Italia un grande movimento popolare diretto dai cattolici per una legge elettorale giusta ed onesta, che imponesse ai partiti una scelta democratica, questo potrebbe essere considerato “clerico-moderatismo”?

Se l’associazionismo sociale proponesse nei Comuni delle liste civiche pro-familia, aperte non solo ai cattolici orientati in maniere diverse sulle scelte politiche nazionali, ma anche ai laici di buona volontà che riconoscano  obiettivamente le difficoltà della famiglie italiane, avendo chiaramente in mente la definizione che l’ente locale è autonomo dallo Stato e quindi anche dalla politica che governa lo Stato, questo non sarebbe salutare per la democrazia italiana? Se poi dai Sindaci di queste “piccole Patrie” nascesse liberamente un partito che si caratterizzerebbe secondo la coscienza e la necessità del momento, obbediente alle regole della responsabilità laica nella scelta politica, questo sarebbe da condannare?

O non è forse proprio questo il cammino della declinazione cattolico-democratica?

Ben altro è la declinazione che Prenna definisce “clerico-moderata”. L’idea di un rapporto concordatario per influire sulla politica tra la gerarchia stessa ed i detentori del potere, quali che siano, è questa la declinazione clerico-moderata, ma se l’azione cattolica, l’azione sociale, l’azione caritativa delle parrocchie si muovesse verso una coscienza civile nazionale e sentisse come dovere quello di occuparsi dei destini della propria patria e da questo nascesse un movimento popolare dei cattolici, questo non dovrebbe dispiacere a nessuno che si ispiri al pensiero cattolico democratico.

------------------

Vedi articolo di Lino Prenna: Cattolici in movimento: verso dove?

/* */