Si può essere cattolico democratici senza “popolo cristiano” ?

Bartolo Ciccardini
 Febbraio 2012

 

“Politicamente”, il foglio informativo dell’Associazione “Agire Politicamente”, che si muove sulla scia della gloriosa storia dei cattolici democratici, prende posizione sulle iniziative che si sono svolte nella seconda metà del 2011, per creare un “movimento dei cattolici”, riferendosi specificatamente all’incontro romano introdotto dal Segretario della CEI, all’assemblea di Retinopera ed al Convegno di Todi.

Lino Prenna muove una forte obiezione a questo filone definendolo senza appello come declinazione clerico-moderata contrapposta alla declinazione cattolico-democratica. Cito letteralmente: “Pur mosse da un’unica fede cattolica queste iniziative, che altre realizzate nello stesso periodo non sono riconducibili ad un unitario cattolicesimo politico, ma ripropongono, sia pure con accenti diversi, le due anime del movimento politico dei cattolici. Così mentre si è parlato di un nuovo movimento dei cattolici, preferisco parlare di cattolici in movimento nella sostanziale continuità delle due declinazioni che il cattolicesimo politico ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica”. E poi continua: “Alla scuola di Maritain e di Lazzati, nonché del Concilio Vaticano II abbiamo sempre sostenuto che non è la fede il criterio dell’aggregazione politica e che lo statuto stesso della laicità si fonda sulla distinzione tra l’azione cattolica e l’azione politica, fra l’agire in quanto cristiani e l’agire da cristiani”.

Questi appunti fatti in particolar modo al Convegno di Todi partono da una definizione molto netta della distinzione fra azione cattolica ed azione politica. Ridurre la visione sociale dei cattolici a queste due esclusive dimensioni è troppo schematico e scolastico. In realtà la dottrina sociale cristiana prevede tre diversi livelli: l’azione cattolica, volta ad organizzare l’attività delle coscienze religiose; l’azione sociale cristiana, volta ad operare nella società con iniziative di volontariato; ed infine l’azione politica.

Nella storia ci sono state, per necessità o per scelta voluta, delle commistioni o delle indecisioni sull’esatto confine fra i tre piani. Pensiamo all’esperimento del Patto Gentiloni o alla stessa Democrazia Cristiana di Romolo Murri che pretendeva di muoversi politicamente all’interno di un movimento indirizzato chiaramente all’azione sociale e sindacale.

Ma la difficoltà di fissare in maniera astratta e scolastica i confini di queste attività dei cattolici non può giungere al punto di disconoscere una chiara esigenza di questo momento storico. Le Acli ci avvisano che il 50% dei cattolici sono decisi a non andare a votare. Si constata un distacco fortissimo fra l’agire sociale e la mancanza di impegno civile. Si suol dire che il volontariato cattolico è pronto ad accorrere in aiuto di tutti i popoli del mondo, ma è disinteressato al destino della propria Patria.

Affrontando questo problema da un altro lato, ci si accorge che la Patria italiana, la identità stessa della nostra nazione, è profondamente vulnerata dall’assenza di una partecipazione civile dei cattolici. Da qui l’appello del Papa di considerare l’attività politica la più grande attività caritativa sociale del cristiano.

Né si può rinchiudere tutta la dimensione civile dei cattolici nella definizione della esperienza cattolico-democratica, significativa per l’alto valore di pensiero e di educazione, ma certamente non rappresentativa di tutta la dimensione politica del cristianesimo italiano. Il cristianesimo stesso ha di per sé una dimensione politica che non si può disconoscere senza snaturarne l’essenza caritatevole.

Il progetto di Todi è chiaramente ispirato dalla gerarchia, avvertita di questi pericoli, e non potrebbe essere altrimenti. D’altra parte, il compito è quello di combattere l’assenteismo che caratterizza la pur fitta e volenterosa attività parrocchiale. È il popolo cattolico che si assenta ed è difficile immaginare la dimensione cattolico democratica senza popolo cristiano. Del resto a Todi si è parlato di un movimento prepolitico, vale a dire impegnato nel sociale, ma rispettosamente delimitato nei confronti dell’attività politica di partito. Si è detto chiaramente che il movimento dei cattolici che si preconizza non è un partito.

Del resto abbiamo avuto l’esperienza storica dei Comitati Civici, che svolgevano un’attività civile molto importante, perché combattevano l’astensionismo ed insegnavano a votare, senza avere le caratteristiche di un partito. E non è esatto e generoso definire quel movimento clerico-moderato, anche se c’erano motivi per temere che la obbedienza ostentata ai disegni politici della massima gerarchia potesse essere pericolosa per una impostazione laica dell’azione politica.

Ma eravamo prima del Concilio ed in una condizione di contrapposizione con il comunismo che giustificava molti interventi dell’autorità religiosa nel campo politico.

Ciò non toglie che non era pensabile una Democrazia Cristiana capace di interpretare la volontà democratica del Paese, sia cattolica che laica, aldilà dei suoi stessi confini elettorali, senza il rapporto caloroso e fiducioso delle organizzazioni sociali che agivano in campo sociale e delle stesse organizzazioni di azione cattolica che si assumevano compiti politici.

È questa dimensione popolare che è necessario riscoprire su tutti i versanti, che non bisogna demonizzare con una definizione di “clerico-moderatismo”. Se vi fosse in Italia un grande movimento popolare diretto dai cattolici per una legge elettorale giusta ed onesta, che imponesse ai partiti una scelta democratica, questo potrebbe essere considerato “clerico-moderatismo”?

Se l’associazionismo sociale proponesse nei Comuni delle liste civiche pro-familia, aperte non solo ai cattolici orientati in maniere diverse sulle scelte politiche nazionali, ma anche ai laici di buona volontà che riconoscano  obiettivamente le difficoltà della famiglie italiane, avendo chiaramente in mente la definizione che l’ente locale è autonomo dallo Stato e quindi anche dalla politica che governa lo Stato, questo non sarebbe salutare per la democrazia italiana? Se poi dai Sindaci di queste “piccole Patrie” nascesse liberamente un partito che si caratterizzerebbe secondo la coscienza e la necessità del momento, obbediente alle regole della responsabilità laica nella scelta politica, questo sarebbe da condannare?

O non è forse proprio questo il cammino della declinazione cattolico-democratica?

Ben altro è la declinazione che Prenna definisce “clerico-moderata”. L’idea di un rapporto concordatario per influire sulla politica tra la gerarchia stessa ed i detentori del potere, quali che siano, è questa la declinazione clerico-moderata, ma se l’azione cattolica, l’azione sociale, l’azione caritativa delle parrocchie si muovesse verso una coscienza civile nazionale e sentisse come dovere quello di occuparsi dei destini della propria patria e da questo nascesse un movimento popolare dei cattolici, questo non dovrebbe dispiacere a nessuno che si ispiri al pensiero cattolico democratico.

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Vedi articolo di Lino Prenna: Cattolici in movimento: verso dove?

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