Perdita del centro

 Lino Prenna

 da Adista News Notizie n° 4 del 01/02/2025

Con questo titolo, Hans Sedlmayr, uno dei maggiori storici dell’arte contemporanei e tra i fondatori dell’analisi strutturale, pubblicava, nella seconda metà del Novecento, un libro sulle arti figurative dei secoli XIX e XX come sintomo e simbolo di un’epoca. Non è un libro d’arte ma di analisi critica dell’epoca moderna di cui l’autore lamenta lo smarrimento per aver perso il “punto focale”, dove volgere lo sguardo e apre la questione del reinvestimento sacrale dell’arte, come rappresentazione di un auspicato ritorno del divino nel mondo.

  Per introdurre le poche righe di questa nota, lascio al lettore interessato il compito di riandare al dibattito filosofico e teologico che il libro accese e assumo la metafora che il titolo evoca per indicare, quale esito della modernità, l’avvento della “città secolare” e il passaggio dalla “civitas christiana” alla “civitas laica”, orientata a raccogliere nella sua unità organica le molteplici diversità che la compongono. Anche l’avvento del pluralismo nella cultura moderna è l’esito di un processo di differenziazione, per cui l’ordine temporale si è costituito in una relazione di autonomia rispetto all’ordine spirituale.

  Con riferimento alle società moderne e, perciò, anche alla società italiana, la perdita del centro, inteso come “luogo fondativo” e “punto focale” della vita sociale e culturale del Paese, ha accelerato il processo di pluralizzazione, verso forme avanzate di pluralità e di frammentazione sociale. La mobilità degli assetti sociali, la rapidità dei processi di aggregazione e di disarticolazione, la precarietà delle appartenenze, nella società digitale che avanza, hanno fatto della “transizione” il paradigma ermeneutico del nostro tempo, mentre è emersa una nuova geografia sociale dei soggetti e dei luoghi, policentrica e non più monocentrica, orizzontale più che verticale, sferica più che piramidale.

  Ma, mentre la società accelera e si mobilita, seguendo una dinamica di pluralizzazione e di periferizzazione, la politica è rimasta fortemente centralizzata, verticistica, gerarchica, oligarchica e, comunque, distante dalla società civile e in ritardo sulle attese popolari. Purtroppo, di questo processo di verticalizzazione, sono espressione le iniziative sviluppate tra la fine di dicembre e gli inizi di gennaio, finalizzate a costruire un centro politico per i cattolici o, come titola il libro di Merlo, a portare i “cattolici al centro”.

  In particolare, l’incontro del 18 gennaio a Milano, aveva lo scopo di “far capire che la cultura politica dei cattolici democratici può dare molto al Paese, come in altri tornanti storici. Chiediamo una maggiore accoglienza e spazio, nel Pd o anche fuori dal Pd” (Delrio, ANSA, 30 dic.).  Nell’approssimarsi dell’incontro, i promotori si sono affrettati a dichiarare che non intendono fondare un partito. Ma, intanto, la formazione varata a Milano si era già dato un nome e aveva già designato un leader, investito, addirittura, del ruolo di federatore del centro-sinistra!

  Che dire, a giornata milanese conclusa? Non me ne vogliano gli amici promotori, ma a me è sembrata (vorrei sbagliarmi), né più, né meno, che una Todi 3, anche se con maggiore attrezzatura rispetto alle altre due, che pur si richiamavano all’appello sturziano di libertà e di fortezza.

  Intanto, annunciata come iniziativa di Ppi e calendarizzata nella ricorrenza della fondazione del Partito popolare, è apparsa più rivendicativa che propositiva e ha rischiato subito di essere catalogata in quello che papa Francesco chiama “ritornismo”, cioè, ritorno al passato: una rivendicazione in quanto cattolici e non come chiedono i Padri del Concilio, nella Gaudium et spes, in quanto cittadini (tamquam cives), premurosi del bene comune, che è il bene di tutti e di ciascuno.

  Inoltre, poiché l’idea del centro, in politica, evoca moderatismo, ha indotto l’erronea convinzione che il cattolicesimo democratico sia una cultura centrista e moderata, omettendo che quella tradizione ideale e storica è confluita come componente strutturale a formare l’identità plurale del Partito democratico. Con la nascita di tale partito, confortati dall’autorevole opinione di Pietro Scoppola, abbiamo considerato ormai chiusa la “questione cattolica”, intesa come rivendicazione di un autonomo spazio identitario, mentre Agire politicamente aprì un dibattito sulla “nuova questione cattolica”, da intendere come “questione democratica”, contributo dei cattolici a rigenerare la democrazia.

  Infine, l’auspicio che ci permettiamo di formulare è che l’eterogenesi dei fini, legge non scritta che governa l’imprevedibilità della vicenda storica, conduca l’iniziativa oltre le intenzioni dei promotori stessi!


Sul tema, vedere anche: 2025 - Partecipazione dei cattolici italiani alla politica.