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“COSTRUIRE LA PACE, NON PREPARARE LA GUERRA”
Papa Leone e Giorgia Meloni. Tra diplomazia e deterrenza
Alvaro Bucci
“Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti”. E’una delle questioni che papa Leone XIV evidenzia nel suo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, che può ben riferirsi alla realtà che si riscontra anche nella politica del nostro Paese.
La premier Meloni, infatti, anche nell’ultima conferenza stampa di inizio anno del 9 gennaio scorso, ha mostrato nel suo linguaggio tutta la consueta abilità nell’utilizzare determinati termini per “sfumare” qualità ed azioni che, se esposte in maniera evidente, avrebbero espresso in maniera definita la sua posizione o il suo giudizio, preferendo che rimanessero mitigate e indefinite, rasentando l’ambiguità. E' il caso, ad esempio, dell’utilizzazione del termine “assertivo” per definire il comportamento di Trump a proposito della questione della Groenlandia. Nel rispondere alla domanda del giornalista Andrea Bonini (SkyTG24) di esprimere le sue valutazioni sulle intenzioni di Trump di “avere” l’isola “in un modo o nell’altro”, prendendone comunque il controllo, e di essere “pronto a tutto”, la premier ha tenuto a chiarire di non credere nell’ipotesi che gli Stati Uniti (in effetti Trump) avviino un’opzione militare sulla Groenlandia. “Un’azione che non condividerei, - ha puntualizzato - non la credo realistica, e credo non converrebbe a nessuno, nemmeno agli Stati Uniti”. “Io credo – ha aggiunto - che l’amministrazione Trump usi metodi molto “assertivi” soprattutto per porre l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia”. Quindi, mentre Macron parla di “aggressività neocoloniale” e per la Premier danese si rischia la fine della Nato, come ricordato dallo stesso Bonini, per la Premier italiana si tratta solo di eccesso di assertività.
Va comunque aggiunto che poi, di fronte al Tycoon che ha minacciato ulteriori dazi del 10 per cento agli otto paesi della Nato che hanno inviato militari in Groenlandia, Giorgia Meloni, consapevole che Trump sta sbagliando, ha rivelato di aver sentito Trump, convinta che ci sia “un problema di comprensione e comunicazione” sull'iniziativa dei Paesi che hanno mosso "boots on the ground" tra i ghiacciai dell'Artico: l'operazione “non va letta in chiave anti-americana", quindi ora occorre “riprendere il dialogo ed evitare una escalation”.
Altro interessante termine utilizzato dalla Premier nella stessa conferenza stampa è quello di “deterrenza”, su cui appare opportuno soffermarci. Si tratta chiaramente di una linea politica che tende a minacciare il nemico preparando azioni belliche.
Rispondendo alla domanda del giornalista Tommaso Ciriaco (La Repubblica) che le chiedeva se, in presenza di un ombrello dell’ONU, “valuterebbe di inviare militari italiani in Ucraina”, la premier Meloni premette che la cosa che allontana la guerra sia stare a fianco dell'Ucraina, precisando che, come sempre detto, “l’unico modo di garantire pace è la deterrenza”. E su tale termine apre una parentesi per rivelare di essere andata a ricercarne il significato, rimanendone “affascinata”. “La parola deterrenza – spiega - viene dal latino: de, via da, terrere, spaventare. Qual è il concetto della deterrenza? “. Secondo la premier, “Devi essere abbastanza forte da far desistere il nemico dalla possibilità di attaccarti. Quindi è la forza che costruisce pace, non è la debolezza che costruisce pace”. Questa la linea di Giorgia Meloni. Ma una linea diversa, contrapposta, arriva in contemporanea. E’quella di papa Leone che, sempre nel corso del citato discorso al Corpo Diplomatico, dall’analisi dei vari scenari di guerra in atto presi in considerazione, nota, con evidente disappunto, che “al centro vi è sempre l’idea che la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza”. “D’altronde – aggiunge – la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza”. Ma soprattutto nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio scorso, Leone XIV approfondisce la proposta di una “pace disarmata e disarmante”, disarmata perché nasce dal rifiuto della violenza come via di salvezza; disarmante perché ha la capacità di smascherare l’inganno del potere fondato sulla paura. Denuncia, quindi, l’irrazionalità di un sistema internazionale “basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. L’aumento degli investimenti in armamenti mostra – per il Pontefice - un mondo che continua a prepararsi alla guerra più che a costruire la pace.
Testo presente anche sul Foglio periodico "Politicamente - Anno XXV Numero 2"