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La crisi antropologica e il ritorno dell’imperialismo bellico
Assemblea nazionale di “Agire politicamente” – Roma, 22 maggio 2026
di Claudio Sardo
Roma, 22 maggio 2026
Quello che mi è stato assegnato è un titolo che pesa molto. Provo a partire da una constatazione, purtroppo amara: oggi nel discorso pubblico c’è sempre meno spazio per chi vuole parlare di pace. La parola stessa – pace - sembra aver perso senso e concretezza. Negli sconvolgimenti geopolitici, nel dilatarsi dei conflitti, negli ecosistemi informativi dominati da pochi, potentissimi colossi iper tech, la pace è divenuta quasi impronunciabile perché considerata inattuale, e dunque impolitica.
Eppure la pace è la pietra angolare della civiltà che siamo riusciti a costruire dopo la seconda guerra mondiale, dopo le dittature in Europa, dopo l’Olocausto, dopo Hiroshima. La pace è la ragione prima dell’unità europea, presupposto del nostro modello sociale e condizione oggi (cito Jurgen Habermas) “della nostra stessa sopravvivenza” in un mondo in cui gli europei non sono più centrali come lo sono stati per secoli.
Quello che mi è stato assegnato è un titolo che pesa molto. Provo a partire da una constatazione, purtroppo amara: oggi nel discorso pubblico c’è sempre meno spazio per chi vuole parlare di pace. La parola stessa – pace - sembra aver perso senso e concretezza. Negli sconvolgimenti geopolitici, nel dilatarsi dei conflitti, negli ecosistemi informativi dominati da pochi, potentissimi colossi iper tech, la pace è divenuta quasi impronunciabile perché considerata inattuale, e dunque impolitica.
Eppure la pace è la pietra angolare della civiltà che siamo riusciti a costruire dopo la seconda guerra mondiale, dopo le dittature in Europa, dopo l’Olocausto, dopo Hiroshima. La pace è la ragione prima dell’unità europea, presupposto del nostro modello sociale e condizione oggi (cito Jurgen Habermas) “della nostra stessa sopravvivenza” in un mondo in cui gli europei non sono più centrali come lo sono stati per secoli.
È stata la pace ad aprire la strada alla democrazia, alla libertà, alla crescita sociale, economica, culturale, è stata l’aria che abbiamo respirato, l’orizzonte di civiltà, il mastice di una comunità che intanto correva sempre più velocemente verso innovazioni sempre più radicali.
Sentivamo, però, che quella pace ci sfidava. Non eravamo appagati. Non ci sfuggiva che la pace era, per molti aspetti, un traguardo ancora da raggiungere. Perché la pace non è soltanto assenza di guerra, ma anche disarmo, cooperazione, diritto davvero eguale, giustizia sociale, abbattimento di muri, diffusione delle conoscenze, lotta alla povertà, sviluppo equo e sostenibile, cultura, amicizia, solidarietà, conversione personale. Rispetto per ogni uomo e per ogni comunità, a partire da chi ha più bisogno, e rispetto per la natura, per quell’equilibrio che stiamo distruggendo.
La pace aveva acquisito mille nomi. E oggi fatichiamo a ritrovarli.
Cosa sta accadendo? Il cambiamento d’epoca nel quale siamo immersi – con tutta l’ansia esistenziale di chi non ne conosce l’approdo – ha prodotto il drammatico ritorno dell’imperialismo bellico. La Russia reagisce al proprio declino economico, tecnologico, sociale cercando di riaffermare – con la leva militare - un proprio dominio in parte dell’Europa e dell’Asia. La Russia è la seconda potenza mondiale per armamenti e arsenali nucleari: ha deciso di esercitare un illegale ius ad bellum per scongiurare il declassamento, che forse non potrà comunque evitare, nonostante la guerra all’Ucraina che è anche guerra contro l’Europa.
Negli Stati Uniti un’amministrazione che mai avremmo pensato potesse insediarsi con questi contenuti, con questi modi ricattatori, con questi propositi osceni e al tempo stesso sconclusionati, cerca anch’essa di difendere un primato contestato. L’America non è più il motore del mondo. Caduto il Muro, la storia non è finita con la vittoria della liberal-democrazia anglosassone sulle dittature e le autocrazie, come aveva pronosticato Francis Fukuyama. L’unipolarismo, che qualcuno negli Stati Uniti auspicava come esito del bipolarismo novecentesco, si è dissolto molto rapidamente dopo l’invasione dell’Iraq.
Il Make America Great Again appare così come un disperato tentativo reazionario, che ha mobilitato parte dell’opinione pubblica statunitense, ma che sta producendo nel mondo sconquassi che non sarà facile riparare. L’America cerca di evitare il sorpasso cinese (già realizzato in diversi settori), e lo fa mostrando il suo volto più aggressivo, mettendo anch’essa in campo la forza militare, calpestando la storica alleanza con l’Europa (come dimostra l’imposizione arbitraria dei dazi), mortificando ciò che resta del diritto internazionale.
La guerra, insomma, non è più soltanto una seconda scelta. Gli arsenali non sono più soltanto deterrenza. La guerra è tornata a essere una concreta opzione strategica. Guerre combattute, guerre commerciali, persino guerre nucleari minacciate. La guerra occupa lo spazio della politica, avendo messo ai margini la diplomazia.
Alla logica neo-imperiale non si sottrae la Cina. Che tuttavia, come la sua storia insegna, è più prudente nel ricorso alla forza militare. La Cina preferisce usare le armi del commercio, della tecnologia, del controllo sulle materie prime. Investe sulla propria egemonia in Africa, sull’influenza nei Paesi del Golfo, sugli scambi più vantaggiosi dove riesce. Finora però è rimasta un passo indietro dalle guerre che si accendono.
Non mi dilungo nell’analisi geopolitica. Mi limito a sottolineare come il neo-imperialismo bellico stia cancellando gli organismi internazionali che, nonostante i loro evidenti limiti, svolgevano funzioni essenziali nell’ordine mondiale faticosamente costruito nei decenni. Un ordine che si voleva non più imposto dal potere militare ed economico, ma da principi condivisi di giustizia.
Vorrei piuttosto vorrei soffermarmi sul nostro senso di impotenza. Perché è questo che dobbiamo superare, sconfiggere, se non vogliamo farci rubare un bene preziosissimo: l’aspirazione a costruire il futuro.
Se su scala planetaria la politica, attraverso le riemerse volontà di potenza e le armi distruttive, è tornata a contendere la supremazia dell’economia e della finanza, sul piano interno invece la politica continua a precipitare. Dirada il suo potere reale sulla vita sociale, sulla regolazione dei mercati, persino sul funzionamento delle istituzioni (che sono sempre più in relazione con altre istituzioni non legate alla sovranità statuale).
Così, nel misurarci con questa “guerra mondiale a pezzi”, dobbiamo riconoscere tutte le nostre obiettive difficoltà a indicare percorsi chiari e traguardi capaci di mobilitare. L’Ucraina va difesa dall’aggressione russa, va sostenuto il suo diritto alla resistenza, ma fino a che punto, e in che modo, il suo riarmo e il riarmo europeo possono essere coerenti con una prospettiva di pace? Israele ha subito un attacco disumano da Hamas, e la sua sicurezza è obiettivamente minacciata da forze e Stati che negano il suo diritto all’esistenza, ma come si può tollerare ancora la distruzione sistematica delle comunità e lo sterminio di anziani e bambini, di donne e di uomini, diventati ormai la politica ordinaria del governo Netanyahu? I dilemmi sono tutti incatenati tra loro: l’attacco all’Iran non aveva nulla di legale, è stato concepito e realizzato in spregio del diritto internazionale, eppure il regime iraniano è un regime di torturatori e l’arricchimento dell’uranio non renderà certo più sicuro il mondo. E ora che fare di fronte al blocco dello Stretto di Hormuz? Come liberarlo? Come si può inviare la marina militare senza per ciò avallare a posteriori un attacco che gli Stati Uniti e Israele hanno deciso senza consultare nessuno?
La crescente complessità dei conflitti concorre all’affanno della pace. Era già accaduto al tempo delle guerre nei Balcani, quando la necessità di un’ingerenza umanitaria – invocata dallo stesso papa Giovanni Paolo II - dilaniava le nostre coscienze. E poi, quando la risposta è arrivata, siamo rimasti con il dubbio se fosse stata più tardiva o più sproporzionata.
La pace non può fare a meno della politica. La complessità va attraversata. Agire politicamente non vuol dire muoversi sul terreno dei soli ideali assoluti, e neppure vuol dire rinunciare agli ideali. Ricordo un’affermazione di papa Francesco che andrebbe ripetuta ogni volta che la politica si scontra con la sua impotenza: “È un atto criminale privare un popolo dell’utopia perché si rischia di privarlo anche della speranza”.
Di sicuro, non possiamo accettare il silenzio della pace. Vanno rilanciate le parole e le azioni di pace. Lasciando spazio alla profezia. Ma anche trovando percorsi di politica capaci di scuotere e trascinare.
La politica connette la persona e la storia. Oggi la fatica della politica, il suo discredito, allontana la speranza di un mondo migliore.
È a questo punto che vorrei riprendere il titolo che connette il ritorno dell’imperialismo bellico con la crisi antropologica (che magari abbiamo difficoltà a definire compiutamente, ma di certo non a percepire).
Si stanno trasformando sotto i nostri occhi, a velocità che la storia umana non ha mai conosciuto, le aspirazioni e i desideri, i bisogni, le paure. Coscienza personale e coscienza collettiva non sono più le stesse. I valori che ci legano agli altri sono scossi dalle radici. Nelle nostre società occidentali l’individualismo sembra imporsi come antropologia vincente. È questo il tempo, diceva Pietro Barcellona, “in cui sperimentiamo la saturazione utilitaristica dei legami”.
Non sono certo finiti l’altruismo, la solidarietà, le reti di relazione che riconoscono la centralità della persona e della vita. Guai a non vederli. Ma l’operare dal basso, il prestare attenzione alla dimensione personale, chiede di essere affiancato da una visione, da uno sguardo che scruta lontano. Così il cambiamento può essere guidato, così si possono sfidare rassegnazione e immobilismo.
Quando diciamo “cambiamento d’epoca” abbiamo davanti fattori molteplici e macroscopici. Pesi e poteri globali si muovono rapidamente come non mai. I secoli sono diventati anni, forse mesi. Dopo l’annunciato prossimo sorpasso del Pil cinese su quello americano, non pochi analisti già prevedono un sorpasso indiano sugli Usa prima della fine del secolo. Tra poco meno di vent’anni i Paesi cosiddetti Brics dovrebbero superare il 50% del Pil mondiale mentre i Paesi del G7, tutti insieme, attestarsi al 25%. Sono mutamenti che irrompono nelle comunità e raggiungono il profondo delle coscienze. Modificando la propensione al futuro. Rimescolando umori e sentimenti profondi, quali ad esempio la fiducia.
Dalle nostre parti anche la crisi demografica entra nelle teste e nei cuori, non meno di come cambia vita e comportamenti nella comunità. Una società in cui gli anziani crescono e i giovani diminuiscono, in cui l’età media si alza anche in conseguenza delle maggiori capacità di cura, in cui gli equilibri economici e previdenziali possono essere assicurati soltanto da cospicui ingressi di immigrati, è una società che interiorizza inevitabilmente insicurezza e disagio.
È una società che avrebbe bisogno di un di più di civismo, di solidarietà attiva, di percezione del bene comune, di speranza del futuro per trovare le energie capaci di spezzare la spirale della paura e della regressione.
Mussolini diceva ai suoi quando il fascismo era ancora lontano dal potere: “Vinceremo quando trasformeremo la paura in odio”. Vediamo oggi in giro tanti emuli. Ma chissà che non siano soltanto apprendisti stregoni.
Altre cause poderose e sconvolgenti spingono i cambiamenti epocali. Le comunicazioni sono ormai elemento strutturale delle nostre vite, viviamo in una connessione permanente ma fatichiamo a distinguere il reale dal virtuale. I luoghi che frequentiamo sono già un mix di reale e virtuale. Dice papa Leone: “Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia… i sistemi di intelligenza artificiale… invadono il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra le persone umane”.
Abbiamo bisogno di custodire i volti e le voci umane. Questa cura non è conservazione dell’esistente ma intervento attivo affinché possa continuare a fiorire la creatività delle donne e degli uomini.
Si può, si deve agire dall’alto. Per evitare che il potere computazionale attragga e accumuli ogni altro potere. Ma bisogna agire anche dal basso, con un impegno formativo ed educativo adeguato ai nuovi strumenti. E con reti sociali che sostengano la partecipazione contro la passività.
Altro nodo cruciale: il lavoro, che non è più centrale nella vita come lo era per i nostri padri e le nostre madri. È davvero la liberazione dal lavoro il nostro traguardo umano? Oppure dobbiamo ancora perseguire una libertà nel lavoro, una libertà creativa, sociale, propositiva, che ci renda protagonisti e responsabili degli ulteriori cambiamenti futuri. Che ci consenta di governare, di guidare l’intelligenza artificiale, la robotica, la civiltà digitale?
Nell’Evangelii Gaudium papa Francesco aveva individuato una causa della crisi antropologica nella “negazione del primato dell’essere umano”. Negazione che trova riscontro nel dominio del denaro e nella “dittatura di una economia senza volto e senza scopo veramente umano”. Allo strapotere delle oligarchie sovranazionali della tecnologia e della finanza possiamo ora aggiungere i comportamenti neo-imperiali degli Stati che scatenano guerre e distruzioni. Il quadro sarebbe così aggiornato.
La più compiuta delle risposte di papa Francesco alla crisi antropologica è l’”ecologia integrale”, indicata nella Laudato Sii come sintesi tra pace e giustizia sociale, tra riequilibrio ambientale e primato della persona e della comunità.
I giovani sono naturalmente proiettatati al futuro, e colgono il senso di questi valori. Quante volte hanno fatto intendere che aspirano a una progettualità più esigente, in grado di unire a un livello più alto agire personale e agire collettivo! Ma mai i giovani sono così poco ascoltati come avviene oggi.
Il disagio giovanile è paradigmatico di un disagio più diffuso. Che intacca e destabilizza la società. Certo, tanti giovani praticano comunque la solidarietà. Si danno da fare per la pace, l’ambiente, i diritti che rischiano di regredire a causa dei muri, delle paure, delle chiusure in illusorie fortezze. Ma il disagio dei giovani non di rado assume caratteri seri e peculiari. È un allarme che stiamo sottovalutando, eppure non mancano i riscontri, ad esempio nel diffondersi del disagio psichico.
Un tratto della crisi antropologica sta proprio nei segnali dei giovani che non cogliamo. L’ansiogeno attaccamento al presente è un indice dell’invecchiamento delle società e delle menti. Il presentismo tende a oscurare sia il passato (che si dimentica troppo in fretta) sia del futuro (che è la vita di domani, dei nostri figli e nipoti, ma sembra interessare sempre meno).
Quale può essere una risposta compiuta e ragionevole? La politica da sola non basta. Ma rinunciare alla politica vuol dire rinunciare a fare la storia. Vuol dire subire gli eventi, vuol dire rassegnarsi. Diceva Benigno Zaccagnini che “la politica è l’arte di rendere ragionevole la speranza”.
La politica è qualcosa di più di un programma di governo. Mi direte: magari vedessimo in giro qualcosa che somiglia a un programma di governo? Sarebbe già tanto. L’impoverimento della politica è giunto fino ad accettare che l’esercizio del potere sia ormai privo di una vera incidenza sulla realtà e, nei fatti, esclusivamente orientato a riprodurre sé stesso. Nomine, filiere di controllo del consenso, piccole prebende distribuite a corporazioni: chi azzarda più un disegno di medio-lungo periodo nel confronto politico ed elettorale?
Eppure la politica non può fare a meno dei grandi traguardi. Altrimenti è soltanto lotta di potere per il potere. E perdendo fiducia porta acqua al mulino di nuovi despoti. Al tempo stesso la politica non può fare a meno di concretezza. Altrimenti diventa demagogia.
Due piani, dunque. Entrambi indispensabili. Che la storia colloca nelle diverse stagioni a distanze diverse tra loro. Giuseppe Dossetti lasciò la politica, spiegando a Rossena, davanti a un folto gruppo di giovani amici, che in quel momento – era il 1951 - i due piani si erano fatti troppo lontani. Lui, da allora, avrebbe lavorato, studiato, pregato, operato anche nella Chiesa per riavvicinare questi piani. Come era avvenuto al tempo della lotta di Liberazione, in cui ideali e concretezza quasi combaciavano. Ai suoi amici disse comunque di continuare a impegnarsi. Anche quando la politica è costretta a camminare entro argini non superabili, si possono comunque realizzare cose utili e importanti.
Sapeva Dossetti che la storia non è immobile. E se il traguardo non si può raggiungere subito, si può sempre seminare. Prendo in prestito parole di Vittorio Bachelet: quando “l’aratro della storia scava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale, allora è importante gettare il seme buono, il seme valido”.
Ricostruire la grande politica, allora, mettendo in campo un grande traguardo. Oggi il nostro grande traguardo è completare la costruzione dell’Europa. La piena unità dell’Europa.
Già lo scorso anno, qui con voi, abbiamo parlato dell’Europa come della sola possibilità che abbiamo per difendere e rilanciare la nostra civiltà. È la nostra opportunità per non essere schiacciati dai risorgenti imperialismi. È la sola forza che può sostenere il tessuto democratico, il quale – ricordiamo – è un tutt’uno di libertà per tutti, di primato della persona, di inviolabilità della vita, di rispetto dello Stato di diritto, di giustizia sociale. Se aumentano le diseguaglianze e i divari, rischiano di venir meno i presupposti stessi della democrazia.
Non trovo sintesi migliore delle prime righe del documento che ha per titolo “Un codice per una nuova Europa”, elaborato da personalità dell’associazionismo e da intellettuali cattolici, e presentato lo scorso anno a Camaldoli: “L’Europa si trova oggi a un crocevia decisivo nella propria storia. O imbocca la strada di una più convinta e profonda integrazione culturale, sociale, politica, economica oppure si condanna a un rapido declino. O agisce unita, costruendo istituzioni che le consentano di operare come se fosse un solo Stato, oppure lascia il campo libero ai risorgenti nazionalismi, ai populismi xenofobi, a quelle forze che alimentano paure, divisioni, conflitti, con il concreto rischio di una disgregazione del proprio tessuto sociale, civile e democratico”.
Il cardinale Matteo Zuppi sta spingendo per realizzare una nuova Camaldoli europea. Come nei primi anni Quaranta i cattolici si trovarono a pensare le linee di fondo di un nuovo ordinamento, opposto al regime fascista ma diverso sostanzialmente anche dallo Stato liberale prefascista, così ora sarebbe bene che i cattolici si mettessero all’opera per dare un futuro all’umanesimo europeo nel mondo in trasformazione.
Non cattolici che guardano con nostalgia al passato. Ma cattolici che si mettono a rischio, come accadde quando la guerra fece crollare l’ordine mondiale degli anni Quaranta. Non è un ordine mondiale quello che sta venendo meno davanti ai nostri occhi?
Mi domando come sia possibile che le forze politiche europeiste non riescano a porre questa priorità in cima alla loro agenda? Come è possibile che l’Europa sia così poco significativa per programmi e alleanze? Eppure il nazionalismo è il collante di partiti molto aggressivi, che puntano non a caso alla demolizione dei nostri valori costituzionali.
Va dato merito ancora al cardinale Zuppi di aver avuto la forza per contestare il nazionalismo fin nelle sue fondamenta. “Il nazionalismo è contro il vangelo” ha detto. Ma poco si muove. E si continua a subire la campagna più subdola. Basti pensare alle cose vergognose che sono state dette dopo il grave fatto di Modena.
Nel 2027 ci saranno elezioni importantissime in Italia, Francia, Spagna, Polonia. Se uno solo di questi Paesi fosse frenato dalle destre sovraniste, sarebbero guai per tutti. Sono elezioni europee, non solo nazionali. E i consensi delle destre estreme sono minacce europee. Minacce che incombono direttamente su ognuna delle nostre società.
È l’Europa l’attore di pace che oggi manca al mondo. Ricordo a tutti il bellissimo, concretissimo intervento del premier canadese Mark Corney nell’ultimo incontro di Davos. “Un nuovo ordine mondiale va ricostruito a partire dall’Europa”. E da un’intesa tra le medie potenze, che hanno tutto l’interesse e forse anche il dovere di allearsi tra loro come mai è avvenuto in passato. Proprio per arginare le mire imperialiste di Usa, Russia e Cina.
L’Europa ha la massa critica per imprimere un cambiamento di rotta. Nel commercio, nella produzione, nella tecnologia, nel diritto. Per ridare alla pace un baricentro.
Ovviamente, la premessa è che l’Europa sia una. Che lo sia in tempi brevi. Che le diversità esistenti al suo interno non facciano saltare la convergenza necessaria. Come è accaduto, appunto, quando forze politicamente e ideologicamente diverse si misero insieme per liberare l’Europa da nazismo e fascismo, e insieme in Italia diedero vita a una Costituzione che dovrebbe essere attuata prima che cambiata.
Credo che lo stesso adeguamento della difesa europea, così problematico per le nostre coscienze, sia da affrontare nella logica di un rafforzamento delle istituzioni comunitarie. L’Europa ha bisogno di autonomia strategica. Il disimpegno americano ci pone di fronte a necessità ineludibili. Ma stare dentro questo percorso di autonomia, non vuol dire accettare tutto passivamente. Non vuol dire acconsentire a un riarmo smisurato di alcuni Paesi. Vuol dire produrre tecnologie europee, liberarsi dalle condizioni capestro del settore militare statunitense. Vuol dire realizzare comandi unificati, e non eserciti nazionali debolmente coordinati. Vuol dire sottoporre il deterrente nucleare francese (e magari anche quello inglese) sotto l’egida dell’Unione. Vuol dire programmare fin d’ora una riduzione delle spese militari, dovuti all’inutile moltiplicazione degli eserciti. Vuol dire aprire in contemporanea il capitolo della difesa civile europea.
Soprattutto è necessario porre la difesa europea entro una politica estera orientata alla pace, alla distensione, alla cooperazione, al rafforzamento del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali. L’Europa unita può essere una potenza, ma deve essere una potenza diversa, che esplicitamente si propone di spezzare la corsa neo-imperialista e di offrire al mondo il meglio della sua storia e della sua civiltà.
Certo, è difficile. Ma per meno di questo perderemo comunque la sfida. La consonanza più evidente tra Putin e Trump sta proprio nel loro proposito di dividere l’Europa.
Davanti a pericoli e rischi così elevati c’è chi punta sulla paura per incassare consensi. Noi dobbiamo puntare sulla speranza. Anche quando pare avvolta nella nebbia. Spes contra spem.
Anche la sfida dell’intelligenza artificiale – così come quella della robotica o della manipolazione genetica – è ardua da affrontare. Le nostre forze, anche messe insieme, sembrano troppo piccole per governare processi così travolgenti. Eppure si può. Si deve. Leggeremo con attenzione la prima enciclica di papa Leone, che richiama nella data la Rerum novarum. E pone il governo umano – e umanistico – dell’intelligenza artificiale come la questione sociale emergente.
L’Europa può difendere il primato della persona e i suoi diritti dall’ambivalenza digitale. Di certo non possono farlo i singoli Stati che non resisterebbero al ricatto delle major. L’Unione europea qualcosa sta facendo. Tanto che si trova a ingaggiare conflitti con i colossi della comunicazione globale. I quali usano i loro algoritmi, senza alcun ritegno, per condizionare informazioni e conoscenze.
Il respiro della politica ha bisogno di ideali e di concretezza, abbiamo detto. Ma ha bisogno anche di relazioni umane, di educazione, di semina. La crisi antropologica impone che lotta per la giustizia e cura del disagio oggi procedano insieme. L’integrazione è un valore da perseguire di fronte ai fenomeni migratori (che andrebbero governati anziché stupidamente esorcizzati). Ma è questo un obiettivo che riguarda l’intera società. Perché gli esclusi sono anche tra i nativi. E la marginalità produce un vuoto che può portare al dissesto della casa comune.
Cosa possono fare i credenti in politica? Penso che si sia aperto un capitolo nuovo. La fine dell’unità politica e della centralità democristiana ha lasciato nostalgie in chi ora lamenta una inconsistenza dei cattolici. Eppure già Pietro Scoppola, quando scrisse della nuova cristianità perduta, cominciava a intravedere un cambio di paradigma, a partire dal fatto che i cattolici non sono più maggioranza e che si trovano ad agire in una società fortemente secolarizzata, multiculturale e multireligiosa.
Papa Francesco, a mio giudizio, ha indicato una direzione e ha affidato ai laici credenti il compito di tracciare il percorso. Ha chiesto alla Chiesa di non giocare in difesa, di non chiudersi in un bunker, di non ridursi alla religione civile di un Occidente in crisi. La Chiesa in uscita è l’opposto di una Chiesa che alza il ponte levatoio cercando la propria auto-conservazione. Un filo robusto lega i tradizionalisti seguaci del vescovo Lefebvre, gli oppositori di Francesco, gli evangelici e i carismatici americani oggi sostenitori di Trump: è il filo, anzi la corda, che può strozzare il cristianesimo piegandolo alla difesa di una parte minoritaria del mondo sempre più aggressiva e sempre meno amata.
Papa Francesco ha chiesto di tornare al vangelo. Alla radicalità originaria. Chiesa dei poveri per i poveri. Condivisione. Misericordia. Pace integrale, ovvero ecologia integrale. Cristo professato non come il Dio degli eserciti o del potere, ma come il Dio Crocifisso che ribalta il canone umano per aprire il mondo a una nuova vita.
Cito ancora Zaccagnini perché questo suo pensiero ha un che di profetico: “L’azione dei cristiani in politica sarà davvero politica solo se sapranno farsi carico della inquietante visione dei vuoti che esistono nei cambiamenti della storia. Solo se sapranno offrire una soluzione alle omologazioni che possono crearsi e all’inaridimento che può verificarsi”.
Omologazione e inaridimento. Parole che anticipano il nostro tempo. Non cattolici moderati, dunque, ma testimoni di una radicalità cristiana che di questi tempi non va scolorita. Radicalità non significa estremismo ma ricerca autentica di amicizia sociale, di una fraternità che abbatte frontiere e barriere.
Il nostro tempo è un luogo teologico, cioè uno spazio dove Dio si manifesta e chiama i suoi figli. Non sappiamo cosa produrranno questi cristiani in uscita dagli spazi protetti per dare forza ai loro principi, alla loro coerenza di vita, per camminare insieme a chi reclama la giustizia. Le forme collettive sono da inventare. Cercando di essere scomodi e non di inseguire improbabili centri in una politica morbosamente polarizzata.
Di papa Leone, che si muove sulla strada di Francesco, sono riuscito a leggere in anticipo un passo dell’enciclica Magnifica humanitas. È un affondo contro il “falso realismo”: “Ciò che è veramente irresponsabile – scrive – è la Realipolitik, questa forma di realismo politico che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche e irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua, né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”.
Ecco una prima, buona traccia per la politica dei cristiani: sfidare il realismo.
Vedi Assemblea Nazionale dell'Associazione 2026, sul tema “Da Francesco a Leone, La pace necessaria"