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Custodire la vita, fino all'atto finale

Mons. Sabino IANNUZZI
Vescovo di Castellaneta

da "Nuovo Quotidiano di Puglia - Taranto"
Domenica 1 febbraio 2026

C'è un segnale inequivocabile per capire se una società sta avanzando o regredendo: il modo in cui tratta chi non conta, chi non produce, chi non può difendersi. Mettere prima i bambini non è una concessione emotiva, ma il criterio più esigente per misurare la statura morale di una comunità. E da qui che prende senso la 48* Giornata Nazionale per la Vita, promossa dai Vescovi italiani e celebrata oggi, 1° febbraio.

I bambini, soprattutto i più piccoli dei piccoli, non sono una categoria astratta né un tema simbolico. Sono persone concrete, con un volto, anche quando non lo vediamo ancora. E una società diventa fragile quando inizia a considerare la vita come qualcosa che vale solo a certe condizioni: se è desiderata, se è sana, se è efficiente, se non pesa. In quel momento, la dignità smette di essere un dato e diventa una concessione.

La storia insegna che ogni volta che l'umanità ha compiuto un salto di civiltà lo ha fatto includendo chi prima era escluso. È accaduto con i bambini, con gli schiavi, con i malati, con le persone con disabilità. Il contrario e altrettanto vero: quando si torna a selezionare chi merita di vivere, la civiltà arretra, anche se lo fa con un linguaggio raffinato e apparentemente compassionevole.

Per questo la questione della vita non riguarda solo l'inizio dell’esistenza. Attraversa tutto il suo arco. La stessa cultura che fatica a riconoscere il valore della vita nascente rischia, prima o poi, di non sapere più che farsene della vita fragile, segnata dalla malattia, dalla disabilità, dalla dipendenza o dalla vecchiaia. Non sono ambiti separati, ma tasselli di un’unica visione dell'uomo: o la vita è sempre un bene da custodire, oppure diventa selettiva, condizionata, revocabile.

E dentro questa cornice che va collocato anche il dibattito sul fine vita. Non basta evocare la libertà o la compassione per rendere giusta una scelta. La liberta, quando è isolata dalla relazione e dalla responsabilità, rischia di diventare una pressione silenziosa, soprattutto sui più fragili. E la compassione, quando si traduce nella soppressione della vita, smette di essere tale.

Taranto_Iannuzzi_Vita

Dire no all'eutanasia e al suicidio assistito non significa negare la sofferenza né difendere un accanimento terapeutico che nessuno auspica. Significa rifiutare l'idea che la morte possa diventare una risposta organizzata al dolore.

Quando una società arriva a proporre la morte come soluzione, sta ammettendo di non essere stata capace di curare, di accompagnare e soprattutto di restare accanto. Sta trasformando un fallimento relazionale in una scelta “razionale”.

La vera alternativa non è tra vivere e morire, ma tra abbandonare e prendersi cura. Curare non equivale a prolungare a ogni costo, ma neppure ad abbreviare intenzionalmente la vita.

Esiste una differenza profonda tra l'ostinazione irragionevole e l'accompagnamento responsabile. La medicinalo sa, cosi come l'etica. Ma, più di tutti, dovrebbe saperlo la coscienza civile.

Una società matura investe nella cultura della cura: cure palliative realmente garantite e accessibili; presa in carico della persona nella sua interezza; sostegno alle famiglie; prossimità concreta; formazione degli operatori; rispetto delle coscienze. Dove la cura e reale, la richiesta di morte perde forza. Non perché il dolore scompaia, ma perché nessuno è costretto a vivere la propria fragilità come una colpa o come un peso.

“Prima i bambini” diventa allora una chiave per leggere tutta la società. Prima chi non ha voce. Prima chi dipende dagli altri. Prima chi rischia di essere scartato. E la stessa logica che tiene insieme l'inizio e il termine della vita, la fragilità del bambino e quella dell'anziano o del malato. E la logica del dono, che precede ogni scelta e fonda ogni diritto.

La Giornata per la Vita, allora, non è una ricorrenza per addetti ai lavori, ma un appello alla coscienza civile. Interpella le istituzioni, chiamate a leggi giuste e lungimiranti. Interpella il sistema sanitario, chiamato a curare sempre e mai a sopprimere. Interpella le comunità, chiamate a non voltarsi dall’altra parte. Interpella ciascuno di noi, chiamato a non rassegnarsi a una cultura dello scarto travestita da progresso.

Quando la vita disturba, la civiltà arretra. Quando invece la vita viene custodita, soprattutto quella fragile, la società cresce. È qui che si misura il vero progresso: non nella capacità di decidere chi può morire, ma nella volontà di custodire ogni vita, senza eccezioni, fino alla fine.

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