Per quanto piccolo possa essere lo scarto fra il Si ed il No, non è possibile minimizzare le conseguenze che si avranno a seguito del risultato: nei giorni successivi esse riguarderanno le scelte del governo e dei partiti, in vista di più significative decisioni che interesseranno quest’ultimi nei prossimi mesi.

Una simile previsione discende dalla rilevanza dei temi oggetto del referendum, dal larghissimo schieramento di forze sociali e culturali che si sta impegnando a favore o contro la riforma e dalla necessità di dare maggiore impulso ai temi della crescita economica per fronteggiare le peggiorate condizioni sociali in cui vive parte della popolazione.

Il quadro politico subirà un mutamento e si deve essere avvertiti che la vittoria del No procrastinerà la fase di transizione che si è aperta nel 2011 con la crisi del governo Berlusconi e il suo acuirsi con l’esito del voto delle elezioni politiche del 2013, da cui è scaturito un assetto tripolare del sistema politico. L’esito del No rinvierebbe una nuova riforma della Costituzione alla prossima legislatura e in tempi brevi sarebbe tutt’altro che foriero di un’intesa che coinvolga in modo più ampio le forze politiche per l’imponderabilità di un coinvolgimento di M5S e la problematicità di un consenso di Fratelli d’Italia e della Lega pur alleate con Forza Italia. Alla stessa dinamica risponderebbe anche l’assemblea costituente proposta da Parisi, come si è visto in qualcosa di simile, la bicamerale guidata da D’Alema.

Nel responso del 4 dicembre influirà anche un giudizio sulle scelte fatte dal governo Renzi nei trenta mesi in cui è in carica. Malgrado il maggiore impulso impresso dal governo alla spesa sociale e alla crescita economica, rimane alto il numero di cittadini che vivono in condizioni di povertà e di quanti in una percentuale ancora più elevata denunciano il peggioramento delle condizioni economiche per la mancanza di lavoro e di degrado della qualità della vita per la riduzione/indisponibilità di servizi primari, quali quello sanitario, dei trasporti e di cura dell’ambiente. Riconoscere questa condizione è un dovere, pari a quello di rilevare che nel composito mondo che sostiene il No, sono in minoranza coloro che vedono i pericoli di una strumentalizzazione del bisogno da parte dei demagoghi di turno ed in maggioranza coloro che sperano di trasformarlo in arma di ricatto; la vicenda Brexit e Trump, con i relativi pentimenti, sono lì ad ammonire.

Ciò detto, nel vivace dibattito di questi mesi vi è una rappresentazione paradossale di quanto avvenuto negli ultimi due anni sulla riforma: il Governo e Matteo Renzi in particolare, sono accusati di aver estorto il consenso a deputati e senatori, forzando il regolamento della Camera e del Senato dimenticando il lungo lavorio che i parlamentari hanno svolto nelle commissioni, a partire dal recupero delle più consolidate linee di riforma dei precedenti tentativi e delle tre sessioni di voto sul testo alla Camera e al Senato per gli emendamenti sopravvenuti.

Per quanto la mediazione parlamentare non abbia evitato che il testo della riforma fosse scritto male (come affermato da molti anche favorevoli alla riforma) ed in alcuni parti risulti indeterminato esso merita di essere approvato poiché è un limite a cui non sfuggirebbe un ulteriore tentativo di riforma.

Piuttosto merita attenzione per gli atti che seguiranno le modalità d’elezione (Renzi ha dato il proprio assenso all’elezione diretta dei futuri rappresentanti delle autonomie locali, secondo la proposta Chiti-Fornaro), le competenze del Senato e la riforma del titolo V. Un atto quest’ultimo che mira a ridefinire nel complesso il riparto di competenze legislative fra Stato e Regioni per l’elevato contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale originato dal testo della riforma del 2001 e per l’inconsistenza dell’attività legislativa della maggioranza delle Regioni. Le comprensibili critiche a questa parte della riforma da parte dei presidenti delle Regioni che meglio hanno utilizzato le loro competenze non giustificano quella di tutela d’interesse locale per i vincoli posti su questioni d’interesse nazionale.

Pur non facendo parte del testo sottoposto a referendum la campagna degli oppositori all’approvazione è stata ampiamente dedicata al tema della legge elettorale, l’Italicum, che modifica il Porcellum, per il rischio che con la sola Camera dei deputati chiamata a dare il voto di fiducia e a legiferare (il Senato interverrebbe solo su alcune materie) il partito vincitore delle elezioni possa instaurare un potere monocratico. Lo scopo dei sostenitori dell’Italicum è di realizzare finalmente in Italia un sistema maggioritario ritenuto in grado di assicurare la governabilità, ma questo per le ragioni appena dette andrebbe a detrimento della rappresentatività. Le aperture ad una modifica della legge di recente fatte da Matteo Renzi, (riduzione dell’elevato premio di maggioranza, eliminazione del ballottaggio e delle candidature plurime dei capolista, più diretto rapporto con gli elettori attraverso collegi meno estesi) hanno premiato la battaglia politica di quanti ponevano questa condizione per dire Sì, nel referendum e va apprezzata per l’appropriatezza, a prescindere da quanto essa influirà sull’esito finale.

La lunga battaglia referendaria ci ha mostrato una nuova immagine di Matteo Renzi, più realista come presidente del consiglio mentre rimangono problemi per la difficoltà, non solo per responsabilità della minoranza, di realizzare l’unità del suo partito (la Leopolda non è stato un bell’esempio). Il suo ottimismo sul futuro dell’Italia alla luce delle scelte del Governo non è tutta propaganda, come affermano i suoi avversari. Le regioni del Nord hanno ripreso a correre: la produttività dell’industria manifatturiera in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto è superiore a quella tedesca; in alcune parti del Sud si colgono risultati incoraggianti. Non sono mancati errori politici e nella comunicazione, ma questi, giunti alle ultime settimane della competizione referendaria, non possono sminuire le ragioni per dire Sì al referendum.


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