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16 Febbraio 2007 - 18:46
La prima in pDF
 
di ALBERTO MONTICONE *

Il disegno di legge sulle unioni civili, approvato dal consiglio dei ministri e di prossima presentazione al senato per l’inizio del suo iter parlamentare, ha sollevato forti critiche da parte dell’autorità ecclesiastica, che è ripetutamente intervenuta sia con pronunciamenti del ponte fice sul valore primario del matrimonio, che nessuna legge può alterare, sia con dichiarazioni di diversi esponenti dell’episcopato e soprattutto del presidente della Cei, cardinal Ruini.
Mentre Benedetto XVI ha richiamato la dottrina della Chiesa e il diritto naturale, la Cei ha fatto esplicito riferimento al disegno di legge, giudicandolo inaccettabile in quanto in contrasto con il magistero della Chiesa e pericoloso per le conseguenze sull’orientamento dei cittadini, specialmente dei giovani.
Indubbiamente l’episcopato ha il diritto e il dovere di valutare un progetto di norme e di segnalare ai fedeli l’eventuale discordanza con l’etica cristiana e con il bene comune, ma importanti sono il modo con il quale esso si esprime e i destinatari, perché il richiamo ai valori non appaia o non sia un atto di rilevanza politica diretta.
Ora talune opinioni di ecclesiastici hanno avuto accenti che andavano al di là di una comprensibile prassi pastorale, dando l’impressione di suonare da monito per i cattolici impegnati in politica, quasi mostrando scarsa fi- ducia nella loro capacità di operare responsabilmente alla luce del magistero e secondo coscienza.
Ciò naturalmente non giustifica il coro di denuncia di vulnus al concordato e certe sommarie condanne polemiche e superficiali, rivolte alla Cei e persino al papa, che hanno riempito le cronache di questi giorni; vi è anzi da sottolineare la distorsione in senso politico e ideologico di un dibattito legittimo e serio se tenuto su un alto livello di confronto. Ora però l’annuncio che la Cei preparerà una “nota” sulla questione delle unioni civili, che sarà impegnativa e vincolante per i cattolici, costituisce non solo una novità nella costruttiva tradizione dell’episcopato italiano negli ultimi decenni, ma anche una conferma della scarsa fiducia nei laici cristiani che la stessa Cei ha cercato di formare all’azione sociale e politica.
C’è da augurarsi che non si tratti di un documento di indirizzo per la prassi politica del tipo di quelli che giustamente la Cei formula per la vita interna della comunità ecclesiale, ma di un orientamento generale sul tema sensibile della famiglia nella scia della nota della Congregazione per la dottrina della fede del luglio 2003, nota questa chiara e rispettosa della responsabilità dei laici nelle situazioni storiche, commentata e accolta positivamente anche da molti politici cattolici oggi al governo del paese.
Sul disegno di legge sui Dico si può dissentire anche radicalmente per ragioni laiche da parte di cittadini che, in quanto credenti, si riconoscono nel magistero della Chiesa. Il metro di valutazione è infatti il bene comune, che non necessariamente deve coincidere con il semplice riconoscimento dello stato di fatto in tema di coppie e che neppure può essere ricondotto come a conseguenza necessitata della situazione politica e partitica. Premesso che si deve rispettare lo sforzo di mediazione compiuto dalle ministre Bindi e Pollastrini, il parlamento e l’opinione pubblica possono liberamente, senza essere tacciati di ideologismo o di obbedienza ad autorità terze, manifestare le loro critiche da una parte o dall’altra: del resto sarebbe fuori luogo da parte del governo “blindare” il testo, come qualcuno propone, dato che su un argomento così rilevante sul piano costituzionale e dei valori, in gioco non è una linea di governo ma l’interesse generale del paese. Allora, se si esamina la proposta del governo anche senza riferirsi alle proprie convinzioni culturali o religiose, si possono avanzare alcuni dubbi sulla linea e sulle formulazioni contenuti nel disegno di legge, riassumibili nei seguenti punti.
Anzitutto non convince il criterio di dover fare una legge apposita per assicurare alcuni diritti delle persone: sarebbe sufficiente, per rendere operativi erga omnes alcuni pronunciamenti della magistratura e della corte costituzionale, nonché per introdurre garanzie sociali ai componenti delle unioni civili, apportare le giuste integrazioni al vigente codice civile. Certo, per far questo comunque occorre una legge, la quale tuttavia si limiterebbe a indicare le variazioni che si intendono apportare agli articoli del codice e a dare validità universale a sentenze già formulate in materia.
Partendo invece dalle dichiarazioni anagrafiche, sia pure con gli accorgimenti contenuti nell’articolo 1, anche se non si introduce formalmente un nuovo istituto, è evidente che si tratta di un’unione di tipo diverso da quella sancita davanti a un pubblico ufficiale nel matrimonio civile. Si può discutere se si tratti di una forma surrettizia di matrimonio, ma è indubbio che si accetta una realtà alternativa. La cosa è tanto maggiormente incidente per la genericità dell’affermazione che i Dico implicano oltre a diritti anche doveri: sembra che questi doveri siano limitati al corretto adempimento delle norme della legge per ottenere i diritti e che in ogni caso non abbiano quella valenza comunitaria che è propria del matrimonio di fronte a pubblico ufficiale.
Nel primo articolo si parla di unioni affettive e solidali anche di persone dello stesso sesso, lasciando intendere che non solo sono contemplate in questa dizione unioni omosessuali ma anche tra persone dello stesso sesso che a prescindere da rapporti sessuali si mettono insieme per condividere speranze e difficoltà della vita (si è fatto l’esempio di una zia e una nipote). Ci si può chiedere allora perché parlare dello stesso sesso, dal momento che è sufficiente usare l’espressione “persone” che è universale, chiara e inequivoca e persino più rispettosa degli orientamenti sessuali nelle unioni.
Sembra di capire che si vuole dare un riconoscimento proprio alle unioni omosessuali.
Gli articoli che indicano diritti e condizioni per il loro riconoscimento possono avere una loro validità per quanto attiene all’assistenza, alla casa, alla previdenza, mentre la normativa sull’eredità e sulla reversibilità – ancora da definire – della pensione fa temere da una parte un ampio contenzioso e dall’altra un carico economico per la gestione pubblica da non sottovalutare, data la precarietà delle unioni stesse.
Proprio la precarietà, conseguente alla facilità di dichiarare chiusa l’unione, costituisce un altro aspetto pericoloso di questa normativa, poiché per sciogliere il labile vincolo non occorrono più i passaggi della separazione e del divorzio e si accorcia a dismisura il lasso di tempo richiesto dalla legge sul divorzio, senza parlare delle possibili scappatoie e strumentalizzazioni di eventuali unioni tra persone anziane e loro assistenti.
Tutte le leggi, oltre a normarli, influenzano i comportamenti: questo testo sui Dico rischia di offrire di fatto un’agevole via alternativa al matrimonio contratto davanti a pubblico ufficiale, poiché mentre ne assicura analoghe garanzie è una unione molto più semplice da sciogliere. È difficile pensare che questo sia l’interesse della comunità e che corrisponda allo spirito della costituzione.
Sarebbe meglio da una parte tutelare meglio alcuni diritti delle persone e dall’altra cercare di togliere di mezzo i tanti ostacoli che inducono i giovani alla precarietà delle unioni e alla rinuncia o al gravissimo ritardo del matrimonio. Per esempio per ciò che concerne il lavoro a tempo indeterminato, l’abitazione, la tutela della donna in maternità, gli asili nido, le agevolazioni economiche e fiscali, i congedi parentali, la lotta contro il rifiuto di assumere giovani donne che possano avere figli e contro i licenziamenti minacciati? Molto è stato fatto o si sta facendo, ma non in maniera adeguata e a sistema.
Le osservazioni sopra riportate sono di tipo laico, e possono essere comuni a quanti, indipendentemente dalle loro scelte religiose e politiche, hanno a cuore il bene comune e l’uguaglianza comunitaria di diritti e di doveri affermata dalla nostra Costituzione. Chi si ispira ai valori della fede e al magistero della Chiesa vi aggiunge una profonda sensibilità per la tutela della famiglia naturale proprio in vista del bene della comunità civile, sensibilità che non altera la laicità delle sue proposte e che, nel rispetto di chi opina in modo diverso, si aspetta di essere rispettato anche nelle critiche.
* (presidente di Italia Popolare)

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