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| Perché
così poca
fiducia?
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| di ALBERTO MONTICONE * |
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Il disegno di legge sulle unioni civili, approvato dal consiglio dei
ministri e di prossima presentazione al senato per l’inizio del suo iter
parlamentare, ha sollevato forti critiche da parte dell’autorità ecclesiastica,
che è ripetutamente intervenuta sia con pronunciamenti del ponte fice sul valore
primario del matrimonio, che nessuna legge può alterare, sia con dichiarazioni
di diversi esponenti dell’episcopato e soprattutto del presidente della Cei,
cardinal Ruini. Mentre Benedetto XVI ha richiamato la dottrina della Chiesa e il
diritto naturale, la Cei ha fatto esplicito riferimento al disegno di
legge, giudicandolo inaccettabile in quanto in contrasto con il
magistero della Chiesa e pericoloso per le
conseguenze sull’orientamento dei cittadini, specialmente dei
giovani. Indubbiamente l’episcopato ha il diritto e il dovere di
valutare un progetto di norme e di segnalare ai fedeli
l’eventuale discordanza con l’etica cristiana e con il bene comune, ma
importanti sono il modo con il quale esso si esprime e i destinatari,
perché il richiamo ai valori non appaia o non sia un atto di rilevanza
politica diretta. Ora talune opinioni di ecclesiastici hanno avuto accenti
che andavano al di là di una comprensibile prassi pastorale, dando
l’impressione di suonare da monito per i cattolici impegnati in politica,
quasi mostrando scarsa fi- ducia nella loro capacità di operare
responsabilmente alla luce del magistero e secondo coscienza. Ciò
naturalmente non giustifica il coro di denuncia di vulnus al concordato e
certe sommarie condanne polemiche e superficiali, rivolte alla Cei e
persino al papa, che hanno riempito le cronache di questi giorni; vi è
anzi da sottolineare la distorsione in senso politico e ideologico di un
dibattito legittimo e serio se tenuto su un alto livello di confronto. Ora
però l’annuncio che la Cei preparerà una “nota” sulla questione delle
unioni civili, che sarà impegnativa e vincolante per i
cattolici, costituisce non solo una novità nella costruttiva tradizione
dell’episcopato italiano negli ultimi decenni, ma anche una conferma della
scarsa fiducia nei laici cristiani che la stessa Cei ha cercato di formare
all’azione sociale e politica. C’è da augurarsi che non si tratti di un
documento di indirizzo per la prassi politica del tipo di quelli che
giustamente la Cei formula per la vita interna della comunità ecclesiale,
ma di un orientamento generale sul tema sensibile della famiglia nella
scia della nota della Congregazione per la dottrina della fede del luglio
2003, nota questa chiara e rispettosa della responsabilità dei laici nelle
situazioni storiche, commentata e accolta positivamente anche da molti
politici cattolici oggi al governo del paese. Sul disegno di legge sui
Dico si può dissentire anche radicalmente per ragioni laiche da parte di
cittadini che, in quanto credenti, si riconoscono nel magistero della
Chiesa. Il metro di valutazione è infatti il bene comune, che non
necessariamente deve coincidere con il semplice riconoscimento dello stato di
fatto in tema di coppie e che neppure può essere ricondotto come a
conseguenza necessitata della situazione politica e partitica. Premesso che
si deve rispettare lo sforzo di mediazione compiuto dalle ministre Bindi e
Pollastrini, il parlamento e l’opinione pubblica possono liberamente, senza
essere tacciati di ideologismo o di obbedienza ad autorità terze, manifestare
le loro critiche da una parte o dall’altra: del resto sarebbe fuori luogo da
parte del governo “blindare” il testo, come qualcuno propone, dato che su un
argomento così rilevante sul piano costituzionale e dei valori, in gioco non
è una linea di governo ma l’interesse generale del paese. Allora, se si
esamina la proposta del governo anche senza riferirsi alle proprie
convinzioni culturali o religiose, si possono avanzare alcuni dubbi
sulla linea e sulle formulazioni contenuti nel disegno di legge,
riassumibili nei seguenti punti. Anzitutto non convince il criterio di
dover fare una legge apposita per assicurare alcuni diritti delle persone:
sarebbe sufficiente, per rendere operativi erga omnes alcuni pronunciamenti
della magistratura e della corte costituzionale, nonché per introdurre
garanzie sociali ai componenti delle unioni civili, apportare le giuste
integrazioni al vigente codice civile. Certo, per far questo comunque occorre
una legge, la quale tuttavia si limiterebbe a indicare le variazioni che si
intendono apportare agli articoli del codice e a dare validità universale a
sentenze già formulate in materia. Partendo invece dalle dichiarazioni
anagrafiche, sia pure con gli accorgimenti contenuti nell’articolo 1, anche
se non si introduce formalmente un nuovo istituto, è evidente che si tratta
di un’unione di tipo diverso da quella sancita davanti a un pubblico
ufficiale nel matrimonio civile. Si può discutere se si tratti di una forma
surrettizia di matrimonio, ma è indubbio che si accetta una realtà
alternativa. La cosa è tanto maggiormente incidente per la genericità
dell’affermazione che i Dico implicano oltre a diritti anche doveri: sembra
che questi doveri siano limitati al corretto adempimento delle norme della
legge per ottenere i diritti e che in ogni caso non abbiano quella valenza
comunitaria che è propria del matrimonio di fronte a pubblico
ufficiale. Nel primo articolo si parla di unioni affettive e solidali anche
di persone dello stesso sesso, lasciando intendere che non solo
sono contemplate in questa dizione unioni omosessuali ma anche tra persone
dello stesso sesso che a prescindere da rapporti sessuali si mettono insieme
per condividere speranze e difficoltà della vita (si è fatto l’esempio di una
zia e una nipote). Ci si può chiedere allora perché parlare dello
stesso sesso, dal momento che è sufficiente usare l’espressione “persone”
che è universale, chiara e inequivoca e persino più rispettosa degli
orientamenti sessuali nelle unioni. Sembra di capire che si vuole dare un
riconoscimento proprio alle unioni omosessuali. Gli articoli che indicano
diritti e condizioni per il loro riconoscimento possono avere una loro
validità per quanto attiene all’assistenza, alla casa, alla previdenza,
mentre la normativa sull’eredità e sulla reversibilità – ancora da definire –
della pensione fa temere da una parte un ampio contenzioso e dall’altra un
carico economico per la gestione pubblica da non sottovalutare, data la
precarietà delle unioni stesse. Proprio la precarietà, conseguente alla
facilità di dichiarare chiusa l’unione, costituisce un altro aspetto
pericoloso di questa normativa, poiché per sciogliere il labile vincolo non
occorrono più i passaggi della separazione e del divorzio e si accorcia a
dismisura il lasso di tempo richiesto dalla legge sul divorzio, senza parlare
delle possibili scappatoie e strumentalizzazioni di eventuali unioni tra
persone anziane e loro assistenti. Tutte le leggi, oltre a normarli,
influenzano i comportamenti: questo testo sui Dico rischia di offrire di
fatto un’agevole via alternativa al matrimonio contratto davanti a pubblico
ufficiale, poiché mentre ne assicura analoghe garanzie è una unione molto più
semplice da sciogliere. È difficile pensare che questo sia l’interesse della
comunità e che corrisponda allo spirito della costituzione. Sarebbe meglio da
una parte tutelare meglio alcuni diritti delle persone e dall’altra cercare
di togliere di mezzo i tanti ostacoli che inducono i giovani alla precarietà
delle unioni e alla rinuncia o al gravissimo ritardo del matrimonio. Per
esempio per ciò che concerne il lavoro a tempo indeterminato, l’abitazione,
la tutela della donna in maternità, gli asili nido, le agevolazioni
economiche e fiscali, i congedi parentali, la lotta contro il rifiuto di
assumere giovani donne che possano avere figli e contro i licenziamenti
minacciati? Molto è stato fatto o si sta facendo, ma non in maniera adeguata
e a sistema. Le osservazioni sopra riportate sono di tipo laico, e possono
essere comuni a quanti, indipendentemente dalle loro scelte religiose e
politiche, hanno a cuore il bene comune e l’uguaglianza comunitaria di
diritti e di doveri affermata dalla nostra Costituzione. Chi si ispira
ai valori della fede e al magistero della Chiesa vi aggiunge una profonda
sensibilità per la tutela della famiglia naturale proprio in vista del bene
della comunità civile, sensibilità che non altera la laicità delle sue
proposte e che, nel rispetto di chi opina in modo diverso, si aspetta di
essere rispettato anche nelle critiche. * (presidente di Italia
Popolare)
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| Press review |
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Vietati i matrimoni forzati
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Il
Pakistan ha introdotto una legge che vieta i matrimoni forzati per le donne. Il
provvedimento pone fine all’usanza di promettere le donne in spose per risarcire
dei danni o per ristabilire la pace tra due famiglie rivali, senza considerare
la loro volontà. www.metimes.com
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La guerra della droga sul web
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La
polizia messicana ha rivelato che i narcotrafficanti stanno spostando i loro
conflitti su internet. Su YouTube sono apparsi dei video che mostrano omicidi e
sparatorie, postati da membri dei clan. Si tratterebbe di messaggi in codice e
minacce. www.miami.com
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Braccio di ferro per Kyoto
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Il
parlamento canadese ha votato un provvedimento per costringere il governo a non
trascurare gli obiettivi di Kyoto. I conservatori si oppongono all’introduzione
di misure per la riduzione delle emissioni di gas serra. www.canada.com
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Più caffè dall’Africa
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La catena statunitense di caffetterie Starbucks ha annunciato che nei
prossimi due anni raddoppierà l’importazione del caffè dall’Africa orientale. La
società ha inoltre siglato accordi di microcredito con i produttori per
innalzare la qualità del caffè. http://allafrica.com
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| I nostri libri |
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