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Per un ritorno al popolo

Lino Prenna

da Politicamente[1] Luglio-Settembre 2021

Già all’indomani del primo turno delle elezioni amministrative scorse, la stampa e le televisioni avevano proclamato la vittoria del centrosinistra, la sconfitta del centrodestra e la caduta rovinosa dei 5 Stelle. Un dato confermato al secondo turno, anche con l’elezione di Gualtieri a sindaco della Capitale. Dunque, tutto bene per quelli come noi che si riconoscono nel centrosinistra e, in particolare, guardano con privilegiata attenzione al Partito democratico?

A scrutinio del primo turno concluso, Antonio Noto, uno dei più qualificati sondaggisti italiani, rivolgendosi al Partito democratico, aveva parlato di “trionfalismi sbagliati”, perché, in realtà, “vince solo il non voto”. E di fatto, l’astensionismo, soprattutto nelle grandi città, è stato la scelta di un elettore su due ed è ulteriormente cresciuto nel secondo turno. In cinque anni, a Roma, la percentuale dei votanti è diminuita dell’8%, a Napoli e Milano del 7, a Bologna e Torino ha sfiorato il 9. In Calabria, solo il 43% ha eletto il presidente della Regione. E nel collegio che ha eletto Letta ha votato un terzo dell’elettorato. Se aggiungiamo che le periferie non hanno votato e che il Partito democratico ha raccolto consensi soprattutto nei centri storici e nel ceto medio-alto, risulta evidente che proprio le fasce deboli e più bisognose hanno voltato le spalle alla politica. Perché il non voto è rivolto non tanto ai singoli partiti, che la gente ormai considera tutti uguali, quanto alla politica, considerata in sé come attività superflua e, comunque, fallimentare nella soluzione dei grandi problemi del Paese. Ci sono anche nel non voto il disagio e la rabbia di quanti si ritengono o sono stati penalizzati dalla gestione dell’emergenza sanitaria.

Nel saggio di alcuni anni fa, Sinistra e popolo, Luca Ricolfi riconduce la genesi del populismo alla distanza elitaria della sinistra dai ceti popolari, evidente nell’incapacità di parlare il linguaggio della gente comune, nella convinzione della superiorità etica rispetto alla destra… In realtà questa distanza, motivata da quella che Ricolfi chiama “il complesso dei migliori” e che soprattutto le politiche a vocazione popolare avrebbero dovuto ricomporre, è l’esito della divaricazione che la tradizione moderna propone tra civitas e polis, tra il civile e il politico, tra il privato e il pubblico: una divaricazione che la crisi sociale ha reso conflittuale. Alla democrazia spettava il compito di saldare i due ambiti, attraverso sistemi di rappresentanza; un compito fallimentare che ha rivelato la fragilità della democrazia.

Allora, rigenerare la democrazia vorrà dire “ricostruire il popolo”, nello spirito di un “nuovo popolarismo” inteso come umanesimo politico, che integri il sentimento di fratellanza ai diritti di libertà e ai doveri di uguaglianza.

Anche il Sinodo della Chiesa cattolica che è in Italia, fortemente voluto da papa Francesco, è un percorso di ricostruzione del popolo, sollecitato a “camminare insieme” sulle tracce dello Spirito nell’unica famiglia umana.

Quasi due secoli fa, Antonio Rosmini, nella sua sofferta meditazione sui mali della Chiesa del suo tempo, individuava nella separazione del clero dal popolo la prima delle cinque piaghe che, come il crocifisso, trafiggono le sue mani, i suoi piedi, il suo costato. E oggi? Non sembri paradossale affermare che il segno di tale separazione che perdura è il clericalismo. Dunque, il Sinodo ha l’arduo compito di riconoscere nella laicità (laos=popolo) la condizione popolare originaria della Chiesa.


[1] Testo presente anche sul Foglio periodico "Politicamente - Anno XXI Numero 3 - Luglio-Settembre 2021"

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