Legge elettorale, «cambiarla è un imperativo etico»

Avvenire, 24/03/2007

 

Dura requisitoria da parte  dell'associazione «Agire politicamente» contro l'attuale sistema di voto.
Il sottosegretario - D'Andrea: «Slitti il referendum» - De Martin: «È impensabile»

Da Roma Giovanni Grasso
 

"Agire politicamente", l'associazione di ispirazione cattolico democratica, si interroga a fondo sui guasti della nuova legge elettorale, bocciata senza appello anche dai suoi "padri". Una legge «sciagurata» e «nefasta»che non garantisce la governabilità, accentua la frammentazione e consegna completamente nelle mani dell'oligarchia dei partiti la scelta dei rappresentanti in Parlamento. Può forse sembrare curioso che in un'assemblea dedicata a "Questione antropologica, etica e responsabilità della politica" si affrontino temi di ingegneria elettorale e costituzionale. Ma, come ha chiarito il presidente dell'associazione Lino Prenna, «l'attenzione alle regole della democrazia o alla democrazia delle regole non è di carattere esclusivamente tecnico, ma ha uno stretto rapporto con il mondo dei valori. La democrazia attuale - ha aggiunto Prenna - non sembra essere in grado di autorigenerazioni; c'è dunque bisogno di attingere alle riserve etiche per continuare a vivere».
Le trasformazioni negative del sistema politico impresse dalla nuova legge elettorale sono state delineate efficacemente dal giurista Raffaele Cananzi e dallo storico Alberto Monticone, entrambi ex presidenti dell'Azione Cattolica. Il primo ha parlato di uno slittamento da una democrazia parlamentare a una democrazia di mandato, conferito quasi esclusivamente al leader della coalizione «che resta l'unico manovratore». Monticone ha accusato un progressivo indebolimento della rappresentanza popolare a favore del potere delle segreterie e dei leader, senza che questo si sia trasformato «in una semplificazione del quadro politico».
A questo punto restano due strade: il tentativo di accordo in Parlamento tra maggioranza e opposizione e il referendum. Della prima strada ha parlato a lungo il sottosegretario alle Riforme Giampaolo D'Andrea, che ha delineato con chiarezza le posizioni in campo, dopo il primo giro di consultazioni da parte di Romano Prodi. Un cammino stretto, ha detto in sostanza il sottosegretario, segnato ancora da tatticismi, al fondo del quale, però, sembra delinearsi una convergenza sul modello tedesco, sia pure con qualche modifica («la previsione di una doppia soglia di sbarramento, nazionale o regionale in alternativa») capace di trovare il consenso di partiti, come la Lega, a forte radicamento localizzato. «Il governo - ha chiarito però D'Andrea - non presenterà un proprio progetto, perché vuole restare fuori da una materia che è di specifica competenza del Parlamento e che necessita di larghe maggioranze». Tra le possibili riforme della Costituzione, D'Andrea ritiene che qualche chance la possa avere l'attribuzione al premier del potere di revocare i propri ministri, senza più giungere al voto di sfiducia individuale a cui si è dovuto ricorrere in passato. Ma per far qualcosa, secondo l'esponente del governo, sarebbe opportuno che «i promotori del referendum sulla legge elettorale rinviassero di un anno la raccolta delle firme». Anche perché se il referendum dovesse passare «confermerebbe il sistema elettorale vigente, sia pure con qualche modifica, e sarebbe poi difficile varare una legge elettorale nuova».

Il costituzionalista Gian Candido De Martin, presidente dell'Istituto Bachelet e membro del comitato referendario, ha detto di trovare «fondate» le obiezioni di D'Andrea sul referendum, ma ritiene che «senza la spada di Damocle o la pistola alla tempia dell'appuntamento referendario» i partiti non si metteranno mai d'accordo in Parlamento. «Senza contare - ha aggiunto - che se si verificasse una crisi di governo, si tornerebbe inevitabilmente a votare con il vecchio sistema». Per De Martin, «il referendum si dovrebbe svolgere nella tarda primavera del 2008. C'è dunque un tempo congruo per modificare la legge elettorale».